lunedì 29 dicembre 2008

Voglia di Riga

Sembrava un tempo sospeso, sotto un cielo ovattato.
I vialetti del parco di un colore ramato, un pavimento di foglie appassite. Alcuni bambini davano da mangiare alle oche sulla riva del canale.
Pochi turisti assistevano al cambio della guardia, sotto il monumento alla Libertà. Un'orchestrina jazz sul ponte sopra il canale intonava "When the Saints go marchin' in".
Attendevamo la neve.
Un'acqua lieve, si increspava appena nel tragitto fin sotto il teatro dell'Opera.
La Daugava ghiacciata, si intuiva appena, qualche centinaio di metri lontana.
La neve sarebbe venuta a sera, in grandi fiocchi. Eravamo già in Pardaugava, mentre le vecchie case di legno e le foreste di betulle ai margini della strada si imbiancavano.
Sul tardi uscimmo di nuovo, non ricordo per quale futile ragione. Ma non c'è mai una sola ragione per uscire, quando fuori nevica. Lo scopo, vero e nascosto, era fare un angelo, tuffandosi sulla neve ormai morbida e dolce.
Ci ritagliavamo un ultimo istante da bambini.

mercoledì 24 dicembre 2008

Pensiero di vigilia

Sotto l'albero stasera, mentre gli ometti dormono e i pacchetti già li aspettano al risveglio, voglio lasciare un solo pensiero, per Giuseppe e i suoi genitori. Che la speranza di trovare, sotto l'albero della ricerca, il dono tanto atteso si realizzi.
E poi per quelle persone, davvero di buona volontà, che lavorano al Centro Malattie Metaboliche dell'ospedale pediatrico Meyer di Firenze.

sabato 20 dicembre 2008

Preparativi


In lèttone si chiamano Piparkukas. Sono i biscotti alla cannella e zenzero tipici del nord europa. Una delle tradizioni del natale baltico.
Sono fatti con un impasto di burro, uova, farina, miele, cannella, cardamomo, zenzero, chiodi di garofano, noce moscata.
L'ometto quest'anno si è messo d'impegno ad aiutare la mamma, con risultati direi lusinghieri (anche se la mamma ad un certo punto stava per perdere la pazienza, in mezzo a tutta quella farina e agli stampini per ritagliare i biscotti).
Mentre il forno cuoce i biscotti, la casa si impregna degli odori di tutte queste spezie. Per noi questo è l'odore del natale.

giovedì 18 dicembre 2008

Come quando volavano le cicogne

Il ginecologo di mia moglie l'avresti potuto definire un tipo "alternativo". Intanto per il nome, Tony Andrès, a cui si accoppiava poi un cognome tipicamente fiorentino, Innocenti.
E poi per il lungo codino con cui teneva raccolti i capelli (ve lo figurate un ginecologo così?).
Ma anche per le eclatanti e grasse risate che si potevano sentire stando in sala d'attesa, dietro la porta del suo studio, mentre visitava qualche paziente.
In ambulatorio poi la radio era sempre accesa ad alto volume, e poteva capitare che mentre ti mostrava con l'ecografo i piedini e le braccine di tuo figlio dentro la pancia, sentivi dagli altoparlanti cantare Anastacia o i Beach Boys.
E' stato quello che ci ha presentato gli ometti, quando nuotavano ancora nella pancia della loro mamma. E che ci ha accompagnato in tutti quei mesi, che ci ha resi sicuri e lievi.
Un medico con le palle, in realtà questo era. Di quelli bravi davvero. Capace di sdrammatizzare in ogni momento, ma che si faceva serio e spaccava il capello quando necessario. Teneva uno studio a Firenze, ma aveva scelto di lavorare in un piccolo ospedale sulla costa tirrenica, dove poter far nascere i figli come sapeva far lui, non secondo le esigenze da catena di montaggio di una grande clinica.
Teneva nella massima considerazione i diritti delle donne, le loro esigenze, la difesa del loro corpo sempre ed in ogni caso. Aveva scritto anche diversi libri sull'argomento.
Sabato mattina all'alba lo hanno chiamato a casa, dal suo ospedale. C'era da fare un cesareo urgente ad una sua paziente.
Ci si potrebbe trovare anche una terribile logica, facendo uno sforzo sovrumano, in tutto quello che è successo. La mattinata piovosa, lui che corre in auto per arrivare il prima possibile in ospedale, l'asfalto scivoloso, l'auto che sbanda, va fuori strada, si capovolge tre volte.
In ospedale intanto i suoi colleghi eseguono il cesareo, salvano bambino e mamma. Non riusciranno a salvare lui, che arriva lì poco dopo, in fin di vita.
Aveva 49 anni, Tony Andrès. Una risata portentosa ed una generosità inarrestabile. E poi una umanità straripante.
Oggi ci sono un sacco di donne e di coppie che lo piangono. Noi fra queste, come uno di famiglia. Che in fondo, questo era.

martedì 16 dicembre 2008

Sere così

Ieri sera dopo le nove uscivo di casa per andare a comprare, alla farmacia notturna, per i miei ometti malati l'antibiotico appena prescritto dal pediatra venuto a casa.
Sotto una pioggia fitta e scura e le strade lucide d'acqua, il mio paese assomigliava ad una pagina di Simenon. Poi gli addobbi di natale nella piazza centrale hanno trasformato un po' tutto in un'atmosfera alla Dickens. Con il mio cuore piccino, ogni volta che si ammalano.

giovedì 11 dicembre 2008

Una resina calda

Nella Riga vecchia, di fronte alla Casa delle Teste Nere, si può vedere questo simbolo, inscritto sulla piazza dove si affaccia anche il nuovo palazzo municipale. E' il segno che vuol ricordare il primo albero di natale, o per meglio dire il primo albero decorato, che secondo varie fonti sembra sia stato eretto proprio a Riga, in quel punto, nell'anno 1510. L'ottagono riporta alla base di ogni lato una iscrizione, in otto lingue diverse, che testimonia l'origine baltica di questa tradizione.
Una tradizione di origine pagana quindi, come tutte le tradizioni e le feste lèttoni. Questa dell'albero voleva, in particolare, che si terminasse con un grande rogo, per festeggiare il solstizio d'inverno.
Si dice che il primo albero nel 1510 fosse stato decorato con fiori di carta e bruciato dopo una cerimonia.
L'albero più bello che ricordo è proprio quello che ho visto a Riga, il primo natale che ho passato lì. Un piccolo abete, nel salotto di una casa di campagna, decorato solo con tante candeline di cera accese, che facevano un fuoco dolce e vivissimo. Mentre la resina si scaldava e il suo odore riempiva la stanza. Della neve fuori non serve che ne parli, riempiva gli occhi come panna montata.
Come il ricordo di quella casa, che non c'è più, ci riempie ancora il cuore.

martedì 9 dicembre 2008

"Ak eglite, ak eglite.."

Ma babbo, ora è dicembre?
La risposta affermativa sottintende, per l'ometto, il fatto che è giunto il tempo di fare l'albero di natale.
E così ieri sera, mentre dalla finestra calava un'ombra lattiginosa, di nebbia e brina, ci siamo messi all'opera. La musica era appropriata all'evento, canzoni di natale soprattutto lèttoni, ché ci danno l'impressione di sentire il passo soffice della neve sui tappeti del salotto. Imperversava "Ak eglite" (Oh, albero), la versione lèttone di Oh Tannembaum.
Fabio aiutava con grande impegno. Prima abbiamo messo le luci, quindi abbiamo cominciato ad appendere gli addobbi sui rami. C'erano i 24 libriccini con le storie di natale, e poi le renne di panno, gli orsetti, i sacchettini. I filamenti rossi e luccicanti non li abbiamo messi quest'anno: una questione di sobrietà, ma soprattutto un senso più genuino e semplice.
L'ometto era molto soddisfatto dell'opera svolta, tanto che continuava a cambiare posto ai libriccini e alle renne per prolungare quel senso di euforia artistica.
Intanto Daniele impazziva di gioia a gattonare e arrampicarsi in mezzo alle scatole di cartone.
Insomma, qui da noi è proprio impossibile passarci sopra quest'anno alle tradizioni di natale. E' il tempo degli ometti, giusto così.

sabato 6 dicembre 2008

Il pane di ieri

In mezzo a una confusione frustrante, in una libreria che si riempie solo vicino a Natale, ho incrociato la lunga barba candida di Enzo Bianchi, posata su uno scaffale.
E nella quarta di copertina il ricordo di sua madre che ogni mattina poggiava sulla tavola il pane del giorno precedente, insieme al sale e all'olio. Per testimoniare cos'era stata la grazia dei giorni passati, ché in famiglia la tenessero bene a mente.
A me è bastato quel titolo, stampato sotto la faccia buona del priore di Bose, per sentirne il sapore. E poi che consolazione scappare via da quel resto di giostra.

venerdì 5 dicembre 2008

Hypnotique

Sì, ecco. Son qui a fare i conti con le consuete debolezze.
Passasse almeno nell'aria quel profumo di gocce di fragola, mescolato con il buon caldo che fa la cucina mentre il forno è acceso. Un rosso sulla tavola, insieme a noci da schiacciare, e miele d'acacia che cola sopra.
Sguardi da incontrare, e silenzi di piccole cose. Quelli di sempre.
Mentre fuori non fa altro che scuro. Che ci si potrebbe perdere dentro.

giovedì 4 dicembre 2008

No comment

L'altro giorno all'asilo i quaranta chili di Steve sono piombati, con irruente affetto, sull'ometto.
Ne siamo venuti fuori con un bernoccolo in fronte e un pianto sommesso, da nascondere agli altri.
E poi quando gli si chiedeva com'era andata, lui si rifugiava in un silenzio pieno di riservatezza.
Non son cose che si raccontano.

martedì 25 novembre 2008

Una debole fermezza

Certe volte fa arrabbiare, ma fa arrabbiare di brutto, l'ometto.
E lui quando vede l'arrabbiatura dei genitori, si mette a sbuffare. E riparte con il suo ntz ntz.
Insomma, manifesta il rammarico e la delusione che una sua banale ed innocua iniziativa abbia potuto causare tale conflitto presso la direzione generale.
A volte poi prende la via sindacale: "Mamma, eh..., babbo ha detto...".
Altre volte si sdegna in un aventino che dura pochi minuti.
Poi si torna a giocare. Ma in genere cedo prima io.
Un padre di scarsa tempra.

domenica 23 novembre 2008

Alla voce amore

Quanto può bastare un abbraccio? E lei se lo sarà chiesto, in quei minuti?
Non sarei mai capace di immaginare i suoi occhi di madre, mentre lo guarda. Mentre lo accoglie a sé un'ultima, unica volta. E non ci sta nel mio cuore, l'idea di come sia quello smarrimento immenso. Proprio non ci sta.
Una vita intera. Si può pensare questo? Una vita intera, tenerla fra le braccia pochi istanti. Qualcosa che non è neppure cominciata.
Poi un silenzio infinito, dopo che i macchinari si sono fermati. Dev'essere stato quello ad accompagnarli, un silenzio infinito e compassionevole.
L'unica cosa che riesco ad immaginare.

giovedì 20 novembre 2008

E lucean le stelle..

C'era una piazza Navona piena di gente.
Lungo la strada verso Piazza della Cancelleria un fresco pungente e i rumori attutiti delle sere di novembre.
E poi al Palazzo della Cancelleria, un'emozionata e dolce ambasciatrice lettone che riceveva uno ad uno gli invitati. Lo so che emozionata e dolce non sono aggettivi adeguati per un diplomatico, ma lei appariva così.
E c'erano gli affreschi di Vasari nella sala dove si teneva il concerto.
Un giovane tenore lèttone, Aleksandrs Antonenko, astro nascente e pupillo di Muti, che ha cantato meravigliosamente diverse arie, alcune del proprio paese, altre di Puccini, Bizet, e Verdi.
C'erano vari diplomatici, politici, attaché militari. E diverse donne. Ovviamente alcune dal caratteristico biondo lèttone. Non so com'è, mia moglie mi sembrava la più bella.
E c'era un lunghissimo tavolo con favolose tartine.
E poi fuori c'era la notte romana. Bellissima.
E le stelle, pure.

lunedì 17 novembre 2008

In continuo movimento

Adesso che l'ometto ha imparato a tagliuzzare la carta con le forbici a punta "londata", a casa nostra è pieno di coriandoli.
Nel frattempo quello piccolino sembra già essersi stancato di andare a gattoni, e cerca ogni appiglio possibile per tirarsi su in piedi. Che poi non ci riesca del tutto serve solo a innervosirlo. Aruga, avrebbe detto mia nonna umbra.
Insomma, qui non si riesce a stargli dietro, a questi due.
Domani il titolare del blog e gentile consorte se ne vanno a Roma, per la serata di gala dell'Ambasciata lettone. Chissà quali novità ci saranno mercoledi, quando torneremo a casa.
In treno mi porto "Il muschio grigio arde" di Thor Vilhjalmsson. Ci si fa accompagnare dai sottili fili d'erba delle brughiere islandesi. E poi Roma, finalmente.

giovedì 13 novembre 2008

Un ospedale, di sera

Non c'è nessun luogo che sappia più di pioggia e di foglie scure e bagnate, dei vialetti di un grande ospedale, quando scende una pioggia fine e nera, in un tardo pomeriggio autunnale.
Una coperta fredda e lucida che si stende su affanni e tormenti che da soli basterebbero.
Ma un grande ospedale è una città affollata di giorno, dove si schiamazza, si strepita per un niente e per tutto il male del mondo, dove si suona il clacson e il traffico e i parcheggi sono ancora più selvaggi e incivili che là fuori, nel mondo dei sani.
Dove le code ad uno sportello sono ancora più insofferenti e pietose. E tristi. Eppure così rumorose.
Poi il turno di pomeriggio, in questi giorni di autunno profondo, ti porta in dote un cielo nero e finalmente silenzioso, vialetti improvvisamente vuoti, una sottile e umida pena. Un luna park abbandonato, sembra. Tutto diventa a portata di mano, più semplice da capire, e tanto più nudo nella sua crudezza.
Quando esco di qui, in queste sere di pece, non mi basta strisciare un badge per togliermi di dosso questa coperta lucida e gelida. Se ne fa un mestiere, anche di questo.

martedì 11 novembre 2008

Celebrazioni lèttoni

Dunque oggi sarebbe "Lāčplēša Diena", il giorno di Lāčplēsis.
Lāčplēsis è un personaggio epico, un energumeno con orecchie da orso, che è diventato l'eroe nazionale, dopo che Andrejs Pumpurs ne ha narrato le gesta nel poema che è considerato ormai l'emblema della tradizione culturale lèttone.
In realtà l'11 novembre i Lettoni celebrano la vittoria sull'esercito controrivoluzionario russo avvenuta nel 1919, un anno dopo la fine della I guerra mondiale.
La Lettonia era appena diventata uno stato indipendente, e l'esercito russo bianco, zarista, minacciava la sua libertà, insieme a quella degli altri stati baltici. Una vecchia storia, che si è ripetuta un sacco di volte.
Insomma, è il giorno dell'orgoglio nazionale, c'è la parata militare, i fuochi (non mancano mai i fuochi, quando si festeggia qualcosa in Lettonia) e tutto il resto. Della birra non vi sto a dire.
La vera festa nazionale lèttone è però quella del 18 novembre, quando la Lettonia divenne per la prima volta uno Stato indipendente. Succedeva nel 1918. La prossima settimana saranno 90 anni.
L'Ambasciata lèttone in Italia celebrerà la giornata con un concerto e una serata di gala a Roma. I cittadini lèttoni che vivono in Italia sono stati tutti invitati, con consorti annessi.
Per farla breve, da qui a martedì prossimo mi devo trovare un abito scuro.

lunedì 10 novembre 2008

Moje smutné srdce

Non saprei dirlo in un'altra lingua. Con tutta la fatica che pure ho fatto a imparare a pronunciarlo.
Perché in fondo non si può pronunciare senza tribolare, un cuore. Un cuore triste, poi.
E non c'entra, per una volta Nohavica. Ma solo questo miele malinconico, che gocciola lentamente e mi si appiccica addosso. E mi fa sorridere ad occhi stretti, mentre sento l'ometto finalmente pronunciare il suo proprio nome. L'ultima ritrosia abbandonata, in un gioco di risate buffe che lo prende tutta la sera.
E' la neve, che mi manca. Che tu stasera mi hai ricordato. Quella luce bianca che sapeva di buono.

E mi hai fatto pensare ai confini che ha cancellato, al sapore forte dello slivovice, alle note che mi suonano dentro ogni volta che ci penso.
Moje smutné srdce, prima che il sonno arrivi a portarselo via.

venerdì 7 novembre 2008

Sensibilità

Ora che il ranocchietto ha imparato ad andare a quattro zampe ad una velocità sostenuta e con sufficiente equilibrio, in corridoio ci sono inseguimenti spericolati con l'ometto grande.
Quando poi, qualche fortuito incidente, provoca il pianto del fratellino piccolo, l'ometto non ce la fa a trattenersi, e piange di brutto, sconsolato per il dispiacere verso il fratellino.
E' così lui, si deve prendere sulle sue piccole spalle le infelicità che gli passano intorno. Non sopporta vedere qualcuno star male.
Così alla fine ci troviamo un posto morbido, il letto, un tappeto, la tenda rossa, e ci distendiamo insieme, a far scorrere via dagli occhi l'ultimo pianto. Pronti per un nuovo inseguimento, pronti per una nuova corsa. Intanto il ranocchietto è già scappato via. Un duro, quello lì.

mercoledì 5 novembre 2008

Notti così


Io intanto cullavo fra le braccia Daniele, per riaddormentarlo l'ennesima volta. Una notte così, da raccontargli un giorno.

martedì 4 novembre 2008

Un pensiero per stanotte

We know the battle ahead will be long, but always remember that no matter what obstacles stand in our way, nothing can withstand the power of millions of voices calling for change.

We have been told we cannot do this by a chorus of cynics who will only grow louder and more dissonant in the weeks to come. We've been asked to pause for a reality check. We've been warned against
offering the people of this nation false hope.

But in the unlikely story that is America, there has never been anything false about hope. For when we have faced down impossible odds; when we've been told that we're not ready, or that we shouldn't
try, or that we can't, generations of Americans have responded with a simple creed that sums up the spirit of a people.

Yes we can.

It was a creed written into the founding documents that declared the
destiny of a nation.

Yes we can.

It was whispered by slaves and abolitionists as they blazed a trail
toward freedom through the darkest of nights.

Yes we can.

It was sung by immigrants as they struck out from distant shores and
pioneers who pushed westward against an unforgiving wilderness.

Yes we can.

It was the call of workers who organized; women who reached for the
ballot; a President who chose the moon as our new frontier; and a King who took us to the mountaintop and pointed the way to the Promised Land.

Yes we can to justice and equality. Yes we can to opportunity and
prosperity. Yes we can heal this nation. Yes we can repair this
world. Yes we can.

domenica 2 novembre 2008

La gioia di essere padre

Quando tuo figlio si siede sul divano accanto a te e ti dice, per la prima volta:
"Babbo, guardiamo partita insieme?".

venerdì 31 ottobre 2008

Sto imparando adesso

Io non so quanto amore ci vuole.
Lo sto imparando adesso.
Quell'amore che serve per superare le notti tribolate, le febbri che non passano, gli abbracci che cullano, la pioggia che alle tre di notte ti bagna la faccia mentre in terrazza cerchi di recuperare la tenda che il vento ha fatto volare sul tetto.
Lo sto imparando adesso l'amore che ci vuole a consolare un piccolo spaurito, che di fronte alla porta dell'ambulatorio ti supplica: il male dopo, il male dopo.
E poi gli occhi che convivono da mesi con una stanchezza opaca e ruvida.
Lo sto imparando adesso, l'amore che serve per far girare la trottola e farla cadere nel buchino giusto, per scatenare l'applauso e i sorrisi. Quelli che curano le ferite e fanno sembrare tutto così normale.

giovedì 30 ottobre 2008

La piccola casa rossa

E poi finisce che mi chiede di costruire la tenda.
Si toglie le pantofoline e salta sopra il tappeto, prende i cuscini morbidi e li infila dentro la casettina di tela.
Dai, babbo. Entriamo, e poi si dorme. Va bene?
E neppure può mancare il suo libro preferito, e le storie raccontate già mille volte, mandate ormai a memoria e che lui ripete con un tono di voce emozionato.
Ci stendiamo dentro e ci investe il rosso intenso delle pareti. Dalla finestra di rete passa una luce sottile e morbida.
Sembra un cerchio perfetto, dentro il quale i suoi occhi si chiudono. Giusto un momento, per un gioco del sonno che si stende nella casetta come un filo di seta.
Ed io mi sento quasi un ospite incredulo, in quel suo mondo che sta nascendo.
Finché non giunge a scuotere la tenda un piccolo ranocchio che è appena passato dal passo del gambero a quello del cucciolo d'uomo. E già sembra reclamare il suo spazio, nelle prossime favole da inventare.

lunedì 27 ottobre 2008

Cose di famiglia

Ho scoperto che mia suocera legge questo blog più spesso di quanto faccia mia moglie.
Ora la cosa curiosa è che mia suocera non lo conosce l'italiano. Eppure prende il dizionario italo-lettone e in qualche modo riesce a capire il senso dei post che scrivo. Certo quelli che hanno per argomento la Lettonia li intuisce meglio, e saranno i più interessanti per lei.
Ma io rimango affascinato, da questa capacità di interessarsi alle cose, da questa curiosità irresistibile che la anima, da questa forza di mettersi in gioco dentro una lingua ignota.
Cose che da noi si vedono molto più raramente.
Allora ne approfitto, per salutarla. Labvakar, mila sievasmate!

sabato 25 ottobre 2008

La mattina del villaggio

A Sesto, il consueto sabato mattina del villaggio.
Il centro pieno di gente, il mercato, i visi consueti, la gente da fuori. Il bar preferito, i sorrisi accoglienti, il caffè buono.
In biblioteca intanto un sabato mattina di racconti di favole, pieno di bambini da dolci curiosità. E nel giardino interno un silenzio impalpabile.
Nella piazza centrale, nelle vie pedonali, un'atmosfera di febbrile far niente. Il trenino del mago della lampada che non smette di girare, con il suo carico di piccoli viaggiatori.
E poi lo so, con il calare del pomeriggio, su quel tardi non ancora definitivo, i suoni si ovattano, l'aria si fa più densa, i toni diventano pastello, su uno sfondo di terre di siena.
Comunque, casa.

martedì 21 ottobre 2008

Groppi in gola

Cosi adesso capitano le mattine, con la mamma già al lavoro, in cui mi accingo all'impresa di dare colazione e vestire i due marmocchi, e portarli fuori per accompagnare l'ometto grande all'asilo.
In strada l'ometto mi chiede di prenderlo in collo, ma io ho il ranocchietto infilato dentro il marsupio e gli dico che non posso. Così lui mi chiede la mano, e non me la lascia più fin dentro l'asilo. Per la strada parliamo dei giochi e dei disegni che farà, del tempo, che se non piove forse potranno uscire nel giardino dell'asilo dopo pranzo. E io mi stupisco della sua calma, della sua tranquillità.
Poi davanti all'aula mi chino su di lui e gli slaccio il giubbotto. Lui mi abbraccia forte, appoggia la testa sulla mia spalla e a stento trattiene le lacrime. Un gesto di dolce tristezza che sa già quasi di adulto. Infine arriva Lucia, lo prende in braccio teneramente e lui scompare dietro la porta.
E io mi dico che ci sono cose a cui non potrò mai essere preparato. E ad ingoiarle, proprio non ci si fa.

lunedì 20 ottobre 2008

Notte azzurro fumo

Arriva poi la sera che mi prendo fra le braccia questa grigia matassa di lana, questo groviglio caldo di fili disordinati e provo a cullare i sogni brutti, con il passo incerto che mi viene. Con l'abbraccio più calmo che so.
E poi resto a guardare fuori dalla finestra, per imparare a trasformare questo mare scuro in una distesa d'erba da calpestare.
Ci vorrebbe una favola buona per l'inverno, da indossare come un pigiama di flanella.
Piena di colori, come un racconto di Nabokov.

Il turchino intenso delle prime ore della sera.
La sabbia rossiccia sulla neve, simile al cinnamomo.
I ghiaccioli screziati di un azzurro verdognolo che pendevano dalla finestra.
Qella calma che solo può regnare in una luminosa giornata di gelo.
In lontananza blocchi di ghiaccio che sfavillavano vicino ad una buca scavata nella bianca e uniforme distesa.
Sul lato opposto colonne di fumo rosa svettavano sopra i tetti nevosi delle capanne di tronchi.
La notte azzurro fumo era illuminata dalla luna.

Una cosa del genere.
Poi qui, "Cripple and the Starfish" in sottofondo. Per chiudere il cerchio.

Nota: la tavolozza dei colori è ripresa dal racconto "Natale", di Vladimir Nabokov.

venerdì 17 ottobre 2008

La mia bibliotecaria del cuore

Non parlo spesso di lei. Potrei dire anzi, che ne parlo raramente. D'altra parte lei è una donna a cui non fa difetto la discrezione e un carattere schivo e riservato. Ama i toni bassi e le parole lievi, le luci soffuse e i colori pastello. E lo confesso, a me questo piace.
Questa volta però mi perdonerà se la tiro in ballo. Del resto è mia moglie, spero sia indulgente. E poi neppure legge così spesso questo blog.
Se oggi passaste dalla biblioteca di Sesto Fiorentino, potreste incontrarla. Forse sarà emozionata perché è il suo primo giorno di lavoro. Ma in un certo senso, si sentirà come tornata a casa, al mestiere per cui ha studiato e si è laureata.
La biblioteca in cui lavorava, prima di trasferirsi in Italia, si trova in un posto chiamato Salaspils, una cittadina alle porte di Riga. Era la biblioteca dell'Istituto Forestale. Un luogo immerso nel verde, con infinite foreste di betulle ai fianchi, ed un grande giardino in mezzo, pieno di specie diverse di alberi e piante. Ci si arriva con l'autobus da Riga, oppure prendendo il treno e scendendo alla stazioncina del paese, e poi camminando per un vialetto costeggiato da piccole case ricche di orti e animali.
Oggi la strada che deve fare per raggiungere la biblioteca comunale di Sesto è molto più breve. Pochi passi a piedi da casa. Ed io mi emoziono un po', pensandola mentre ritorna, percorrendo quei pochi metri, all'appuntamento con un mestiere che non ha smesso di amare.
Labu darbu, mana milestiba.

martedì 14 ottobre 2008

Traiettorie

"Anch'io ho danzato in girotondo. Era il 1948 [...]
Poi, un giorno, ho detto qualcosa che non dovevo dire, sono stato espulso dal partito e ho dovuto uscire dal cerchio.
È stato allora che ho capito il significato magico del cerchio. Quando si è allontanati da una fila, è ancora possibile tornarci. È una formazione aperta. Ma il cerchio si richiude, e per questo, quando lo si lascia, è per sempre. Non per caso i pianeti si muovono in cerchio, e la pietra che se ne stacca si allontana inesorabilmente, spinta dalla forza centrifuga. Simile a una meteorite staccatasi da un pianeta, io sono uscito dal cerchio e non ho finito, ancora oggi, di cadere.
Ci sono persone alle quali è dato morire durante la traiettoria e altre che si schiantano alla fine della caduta. E queste ultime (delle quali faccio parte) serbano sempre dentro di loro una sorta di segreta nostalgia per il girotondo perduto, perché tutti siamo abitanti di un universo nel quale ogni cosa gira a cerchio."

"Il libro del riso e dell'oblio". Milan Kundera

sabato 11 ottobre 2008

Luce d'ambra

Siamo usciti tardi nel pomeriggio.
Gli ultimi raggi veri di un sole che neppure pareva d'ottobre si sbriciolavano nell'erba bassa del parco. L'ometto si teneva ben stretto il pallone mentre saliva sullo scivolo. Acrobazie dei tre anni. Che poi sono continuate in uno strano attrezzo con una rete da scalare e scavalcare, di quelli da percorso di guerra per piccoli marines. Ma in quel caso "teni palla babbo".
Poi ci siamo dati al calcio. Niente di strano in fondo, due maschi che si tirano il pallone, che si rincorrono e provano a fregarsi la palla, e poi si schiantano per terra in un attimo che dura una risata. Eppure io non mi ci sono ancora abituato, dopo tutti i ragazzini che ho allenato, che quello che tira la palla, ora è proprio mio figlio.
Proprio mentre rincorrevamo un pallone ghiotto ghiotto, appena finito sotto un tiglio, sei apparsa, nel vialetto del parco. E davanti a te, quel piccolo distributore automatico di sorrisi, che si teneva forte alla barra del passeggino. Occhi azzurri che si sgranano in una voglia già prepotente di prato e giochi.
C'era già una vena d'ambra nella luce di quell'ora di mezzo, come uno specchio brunito che restituisce i profili delle cose in un contrasto di toni caldi e incerti.
Ed io che dico all'ometto: "Guarda chi sta arrivando". E mentre lui grida "mamma mamma" e ti corre incontro, io ti guardo davvero, ti guardo i capelli raccolti, il sorriso, le labbra che si serrano dolcemente mentre lo abbracci.
Intanto seduto nel passeggino appena discosto da voi, il piccolo distributore automatico di sorrisi fa il suo mestiere e mi spedisce da distanza un francobollo di felicità con le sue gotine tonde.
Così d'istinto, mentre tutto questo si spalma sotto un cielo cobalto di fine giornata, mi viene di frugarmi in tasca, quasi cercassi un posto dove conservare quell'attimo. Che neppure saprei definire.

giovedì 9 ottobre 2008

Quel che resta

Io lo so cosa vuoi dire. Ma quello è un dolore che strappa le budella. Il desiderio che diventa necessità.
Io mi impasto le mani, come faceva mia nonna con uova e farina. E un mattarello lucido d'olio, per tirare sfoglie che vorrebbero essere lievi, e invece sfumano come aliti di nuvole. Secondo il loro destino.
Mi cullo in bocca una nocciola sbucciata, e la tormento a succhiarla, prima di affondarci i denti e lasciare che il sapore faccia la sua parte.
E poi tutto qui. Mi resta di far nuvole.

I ventitre giorni della città di Alba

"Scesero la collina, molti piangendo e molti bestemmiando, scuotendo la testa guardavano la città che laggiù tremava come una creatura.
Qualcuno senza fermarsi raccattò una manata di fango e se la spalmò furtivamente sulla faccia, come se non fossero già abbastanza i segni che era stata dura. E' che la via della ritirata passava per dove la città dà nella campagna: lì c'erano ancora molte case e si sperava che ci fosse gente, donne e ragazzi, a vederli, a vederli così. Ma quando vi sbucarono, nel viale del Santuario, quant'era lungo non c'era anima viva, e questo fu uno dei colpi più duri di quella terribile giornata."
Beppe Fenoglio

lunedì 6 ottobre 2008

Là da quella parte


Non vi dirò ancora cosa guardano, il ragazzo e sua madre.
Vi dirò semmai, che in certi posti calpesti erba e terra senza avere la minima idea di cosa ci sia passato sopra dieci, trenta, sessant'anni prima.
Ci vorrebbe una memoria, da qualche parte. In una rètina di Dio, ad esempio. Che un giorno si decidesse a renderci indietro tutti i fotogrammi che hanno riempito quel fazzoletto di terra. Tutti i colpi di vento che hanno agitato le fronde della betulla di fronte a casa. Tutti i volti che l'hanno abitata. E tutte le lacrime, i brividi e le risate che hanno risuonato dentro i legni di quelle pareti.
E ci vorrebbe una botte di buon rovere, per tener riposti i caldi profumi dei susini, del gelsomino di fronte all'orto, e degli aromi dei fiori che cadevano in gocce di miele nelle arnie poco distanti.
Un giorno poi un vecchio contadino si incaricherebbe di scoperchiare la botte e restituire vita a quegli effluvi, per darci un segno concreto, che pure esistevano. Un giorno mio figlio potrebbe scoprire così quello che i suoi antenati annusavano aprendo la porta di casa, nelle tiepide mattine di giugno quando il primo sole batteva sull'aia.
Intanto quel ragazzino e sua madre continuano ad osservare. Lei che sorride, come vedesse qualcosa di consueto, di confortante. Il ragazzino che socchiude le labbra, che mantiene un'attenzione meravigliosamente ingenua, che serba ancora cose da comprendere.
Io lo so cosa c'era là, in fondo a quello sguardo. So cosa quelle rètine catturavano in quell'istante. So immaginare quella distesa di campi lavorati, quelle file di solchi seminati, la quercia grande e l'argine del fiume appena sotto. La Daugava imponente e calma, fiera in quel suo incedere verso gli ultimi metri di vita, prima di scomparire nel mar Baltico. E posso immaginare che giorno sia quello, dal grembiule con il fiocco del ragazzo e dai fiori in mano a sua madre.
Potrei pure immaginare l'amore, e tutto il resto.

sabato 4 ottobre 2008

Aggiungi un posto a tavola

Si potrebbe pensare che un segnale che il neonato sta crescendo sia il primo dente che spunta, o quando comincia ad andare a gattoni, oppure i primi versi che somigliano vagamente a qualcosa da dire.
Ma chi ci è già passato lo sa. Tuo figlio comincia a crescere quando si siede per la prima volta sul seggiolone. Lo capisce lui stesso per primo. Lo vedi dall'aria soddisfatta, da quel sorrisino malizioso che ti vuol significare: "dai dai l'avete capito che ho diritto anch'io a stare a tavola con voi.."
E che gioia nell'avere un banchino tutto per sé, dove sbattere felicemente qualsiasi gingillo e giochino gli metti davanti. E che conquista, guardare gli altri dalla loro stessa altezza, dopo che per mesi gli toccava alzare lo sguardo implorante.
Adesso si gioca alla pari! I primi missili aria aria di pastina in brodo sono già partiti.

giovedì 2 ottobre 2008

Tutto bene?

La tecnica richiesta per addormentare il ranocchietto è particolarmente sofisticata. Anche perché tanto rari e preziosi sono i momenti di sonno del piccolo rompiscatole.
Si fa penombra in camera, silenzio assoluto, si prende il bambino in braccio, e si agisce con un mix di movimenti ondulatori e sussultori che sarebbe lungo spiegare qui.
Poi, come è successo ieri, sul più bello si apre uno spiraglio della porta della camera, spunta la testolina dell’ometto che sussurra: “Tutto bene?”.
E tu, tremante, con il piccolino in braccio che già sta per riaprire gli occhi, non puoi che rispondere sottovoce: “Sì sì, tutto bene..”

mercoledì 1 ottobre 2008

Ostinati, tutti quanti

I due parlavano fitto. Si capiva poco in realtà, ma sembrava discorressero di Marta.
Marta vive appena oltre la curva di questa strada, dove sfuma quell'acciottolato ormai in fin di vita, mangiato dalla terra rossa e dalla neve d'inverno.
Ha un figlio, la vecchia Marta. Partito un giorno di agosto, quando il paese fu libero, e le frontiere si aprirono. Prese un aereo per l'Irlanda a cercare, in una terra affamata di manodopera, un'occasione di vita diversa.
Adesso le gambe di Marta, che per settant'anni si sono piegate sui campi di erba medica, di cipolle rosse, di cetrioli e di patate, hanno ceduto di colpo. E i vicini, vecchi anche loro, ché da qui le anime giovani scappano finché possono, la aiutano facendole un po' di spesa e raccogliendo qualche frutto dall'orto ostinato, che non vuole ancora seccare.
Qui d'inverno cala un'ombra pesante, quasi che voglia tenersi stretti questi rari vecchi, ostinati anch'essi a spremere vita da una polpa magra e senza succo.
Ma ancora in un autunno così, con i primi venti siberiani che fanno abbassare il capo, con queste goccioline impalpabili, con questa luce traballante che saluta via, si ha del tempo per stare in strada. Si tiene il fagotto fra le mani, e si lascia ballare fra le labbra quel sospiro che annuncia inverno. Un altro ancora, chi sa poi perché. Ostinato pure lui.
xxx
Foto tratta da The Friedman Archive

mercoledì 24 settembre 2008

Nonchalance

Attaccato alla porta dell'aula dell'asilo ieri c'era un disegno. Tutta una serie di traccie arancioni concentriche. In alto il titolo, scritto dalle maestre: Il sole. In basso l'autore: disegno di Fabio.
Allora la sera a letto gli ho chiesto: "Ma hai fatto un disegno oggi all'asilo?"
"Eh, sì."
"Hai disegnato il sole, vero? Tutto arancione."
"Eh, sì."
"Hai proprio fatto un bellissimo disegno, sai?"
"Eh, sì."
Con la noncuranza dell'artista già affermato.

domenica 21 settembre 2008

Le veglie alla fattoria

Ci sono attimi che non sanno di diventare una immagine. Si è abituati semplicemente a viverli.
Così questa donna, china su tenere piantine appena germogliate, in un grande orizzonte di campi. E quella casa alle sue spalle. La sua vita.
Io vorrei immaginare, cosa fosse quella vita. E mi ci vorrebbe un Gogol'.
So dargli una data approssimativa, anni quaranta, cinquanta del secolo scorso. E so che da quell'anziana donna sarebbero passate circa quattro generazioni prima di arrivare ai miei figli. Sarebbe in effetti la loro trisnonna se fosse viva.
Conosco il posto dove quella donna era al lavoro. Anche se quella distesa di campi, il giorno che sono arrivato per la prima volta lì, se l'era in gran parte mangiata la costruzione di altre case, magazzini, baracche, serre.
So immaginare quei campi, nei duri inverni lèttoni, coperti di neve. E riesco a sentire il ronzio degli insetti, i profumi intensi di gelsomino, il nettare delle susine mature, nelle estati generose.
Posso indovinare le veglie intorno ai fuochi, i canti e le storie, lo sciroppo dolce delle confetture di mirtilli, la birra spumosa, in quegli stessi campi, sotto quegli alberi che si vedono sullo sfondo.
E mi prende un'emozione, pensare a quelle fatiche, a quelle pene mischiate al gusto gioioso delle feste, a quei sapori intensi, che ci siamo presi in eredità.
Alberi da frutto che siamo rimasti.

mercoledì 17 settembre 2008

Rificolona

Forse i primi di settembre erano giorni in cui la mia attenzione era scarsa. Forse mi è passata davanti agli occhi eppur non l'ho notata. O forse, caso più gramo di tutti, non ha fatto la sua comparsa in piazza grande a Sesto.
Insomma, è il primo anno che non ho visto alcuna rificolona in giro. E per di più, neanche un bambino con la cerbottana con il grumo di plastilina attaccato alla canna, per far pallini da tirare.
Sarebbe una cosa che va insieme con la scomparsa delle api, con le rondini che si fanno sempre più rare, con questi tempi che non si capisce più dove vadano.
Son vecchio. Lo so.

Glossario
Cerbottana: mazza lunga intorno a quattro braccia, vota dentro a guisa di canna, per la quale con forza di fiato si spigne fuora colla bocca palla di terra, ed è strumento da tirare agli uccelli.
(Questa è la definizione che ne dà il dizionario dell'Accademia della Crusca del 1612)

Rificolona: palloncino di varia foggia, di carta colorata, illuminato, all'interno, da una piccola candela; si porta, attaccato ad una canna, in occasione di alcune feste popolari

martedì 16 settembre 2008

Buona la prima

Si, insomma, il pianto classico al momento di entrare nel nuovo asilo.
Ma poi fra la pimpa e una Lucia, maestra che sa abbracciare, le cose sono filate bene. L'ometto si è divertito, e al momento di lasciare l'asilo ha annunciato: "Si si, domani torno".

lunedì 15 settembre 2008

Primo giorno di scuola (materna)

Ora lo so, vi aspettereste un bel post toccante. Perchè oggi è il primo giorno di scuola materna dell'ometto. Ma non cederò facilmente, c'è scritto pure sulla Repubblica che i genitori non devono mostrare fragilità e farsi prendere dall'ansia, ma essere forti e di esempio per i bimbi.
Dunque ho affrontato la cosa su un puro piano razionale e organizzativo. Ieri sera gli ho scritto il nome col pennarello indelebile sulla busta di tessuto in cui riporre tovagliolo e bicchierino, anch'esso con il nome indelebile scritto su.
E poi ho stampato il cartellino, con il nome colorato e in caratteri comic sans, da attaccare alla scatola di cartone, dove stanno ben riposte il cambio di pantaloncini e maglietta e scarpe da ginnastica.
Sua mamma poi ha messo insieme pennarelli a punta grossa, zainetto, fogli bianchi e colla per carta, che serviranno già dai prossimi giorni.
E poi ne abbiamo parlato un po' insieme all'ometto, della nuova scuola, dei bimbi più grandicelli, delle nuove maestre, dei nuovi giochi. Lui ci guardava, fra il perplesso e l'incuriosito.
Insomma, siamo stati forti.
Poi se proprio lo volete, il post toccante, vi posso confessare che stanotte l'ometto si è addormentato in mezzo a noi due, e ogni tanto me lo stringevo accanto. Perché poi oggi, tutto il giorno al lavoro, sapevo che sarei stato consumato dall'attesa di rivederlo.
Ecco, però ora non ditelo a quelli di Repubblica...

domenica 14 settembre 2008

Il mio sabato del villaggio

Montevarchi nella pioggia di settembre ha un odore inconfondibile per i miei sensi, che recuperano le ore dell'infanzia. C'era l'occasione del mercato contadino del sabato, con in più gli stand di Slow Food, e ci sono tornato, spinto dalla campagna di Elena.
C'era un po' di tutto, poco ma di tutto. Dal peposo, che ancora ribolliva nelle grandi pentole di rame, ai barattoli di fagioli zolfini, l'olio buono, i prosciutti salati e rustici del valdarno (un valdarnese come me non riesce a mangiare il dolce di parma, mi sembra roba da bimbetti), il pecorino di Pienza. E poi le piccole ceste di verdure, i fichi, le nocciole, i tartufi neri. E ancora i piatti della toscana contadina, la ribollita, l'acqua cotta, i crostini di fegato.
E poi la mia Montevarchi che resiste in piccoli angoli del centro, la pasticceria di Gele, dove compravamo le paste con mio padre, l'antica drogheria con i suoi legni ambrati, i profumi di caffè, i panetti di cioccolata nelle carte grezze, gli scaffali delle caramelle, e le mille confetture. E poi il vecchio bar di mio nonno, quel pezzo di piazza Varchi, di fronte alla Collegiata, dove i miei genitori si conobbero e si facevano le lontananze. La via Roma delle "vasche", quel mio sabato del villaggio che si spendeva passeggiando con i miei, salutando tutti a destra e a manca, ché ancora a quel tempo tutti ci conoscevamo.
Continuasse pure a piovere, arriveranno presto le castagne buone, da far arrostire sulla brace. L'odore della buccia che si brucia, e i vetri della finestra che si appannano. Come lacrime negli occhi.

Foto d'epoca di Via Roma, da Wikimedia. Non che io sia tanto vecchio da ricordarmela così..

giovedì 11 settembre 2008

Un volo di parole

"Un'ho più voglia di' fa nulla. Sarebbe l'ora di' riposo.
Eppure ci tocca ancora di fare. E si fa."
Un'anziana sestese, sospirando sulla soglia di casa. Un sorriso stanco e semplice.

lunedì 8 settembre 2008

Cena con onomastico

L'onomastico della nonna lèttone lo si è festeggiato con una cena mista. Involtini di carne ripieni di dadini di pancetta, con sughettino tipo brasato, e patate passate in padella. Il dolce italianissimo, con abbondante cioccolata e chantilly.
E uno zibibbo pieno di sole, per terminare. Non senza che io mi sia lanciato prima di cena in un "apsveicu varda diena" (buon onomastico!), pur essendo a quel momento del tutto sobrio e lucido.

sabato 6 settembre 2008

Man, man!

Dunque, il frigo si è riempito. E appena si apre, si sente immediatamente quel sentore di affumicato che arriva dai salami, dal pollo e dai formaggi.
Poi si, gli spumini morbidi, le ricottine ricorperte di cioccolato e altre creme di frutta, il mattoncino duro di crema alle arachidi, i bon bon di caramello di latte, il kefir, la panna acida per condire l'insalata, la ricotta, il pane nero e denso, certi wurstel lunghissimi di carne e formaggio, che già stanno friggendo nella padella, insieme alle patatine. Patate, pomodori, mele dell'orto lèttone. Un grande barattolo di miele di un lieve color dell'ambra.
E Fabio che ha già imparato a sostituire il suo adorato "mio, mio!", in un "man, man!" assai più comprensibile, fra queste mura diventate ormai una piccola Riga.

venerdì 5 settembre 2008

Una lunga giornata

Questa mattina è iniziata con un cielo di nuvole basse e gonfie d'acqua.
Solo voltando lo sguardo a nord est, sopra Fiesole, si faceva spazio uno squarcio di azzurro illuminato da un rosa tenue.
Intanto al mercato centrale di Riga, all'alba, la nonna lèttone si stava già aggirando fra i banchini e le botteghe, alla ricerca di cose buone da mettere in valigia.
Stasera tardi alzeremo di nuovo lo sguardo verso il cielo, per vederli atterrare.

Centraltirgus - Foto d'epoca del Mercato Centrale di Riga (maskfor.lv)

giovedì 4 settembre 2008

Pensiero di sorvolo

Sembrava il suono di una risacca pigra, come consegnasse onde stracche su scogli umidi d'alga.
E un cigolio di corde tese che negavano la fuga a barche vogliose di quel mare nero.
Io non so dire. E avrei voluto.
Tantomeno sognare. Eppure, se appena...
Posso però ricordare. Persino testimoniare.
Buttar giù porte di quercia scura, strappare ragnatele agli angoli di un intonaco screpolato.
Soffiare di lato un fuoco vergine. Volendo, tirare facili linee su una sabbia tenera.
Questo posso fare.
Poi prendere un Cechov qualsiasi. E andarmene, con un segreto sorriso.

martedì 2 settembre 2008

Un pellicano che vola

Un pomeriggio da solo con gli ometti, ché la mamma ha ricominciato a lavorare.
Palla magica di Ratatouille che descrive fantasione traiettorie per la stanza. Aaatto gol, sì ma attento a non prendere in testa Daniele.
Un biberon da scaldare, un libro di filastrocche da raccogliere.
Un sole ancora aspro che batte sulle persiane. Raggi che filtrano goccia a goccia dalle tende con buffi disegni di animali.
Un dondolare che non ne vuol sapere di chiudere gli occhi.
Sorrisi sparsi e rime da concludere. C'è un pellicano che vola, e non può che chiamarsi Nicola.
Una spossatezza felice che mi prende quando la porta si apre e l'ometto grande corre fra le braccia di sua madre.
Raccogliamo per casa parole e gesti da mimo per raccontarle le nostre avventure.
Poi un bicchiere di bianco dell'Argentario e strascichi di nuvole di un arancio corallo, mentre mi affaccio alla terrazza e lascio entrare la sera.

sabato 30 agosto 2008

Fare spazio in frigo

Nei prossimi giorni a casa nostra il compito principale sarà svuotare il frigorifero. Perchè venerdì arrivano i nonni lèttoni, e già sappiamo che la gran parte delle cose che porteranno in valigia sarà costituito da cibo. Pollo affumicato, salamini, aringhe in salamoia, panna acida, kefirs, pane nero, spumini morbini, dolci vari. E poi vogliamo parlare delle ricottine ricoperte di cioccolato? E come la mettiamo con la birra? E certo un paio di bottiglie di buon Balzams non possomo mancare. Come i saponi alla frutta di Stenders (almeno quelli in frigo non li mettiamo). E poi spero ci sia anche una buona rulete di crema e frutta (vedi foto): quella per tacito accordo è riservata a me.
Io già me la immagino la sera di venerdì. La tavola piena di ogni ben di dio, un gran chiacchierare lèttone dappertutto, una contagiosa atmosfera di euforia, Fabio che corre per tutte le stanze, Napo ad annusare tutti gli odori sconosciuti che arrivano dal Baltico.
Mi toccherà tenere in braccio Daniele, e provare a spiegargli che tutta quella roba là è la sua famiglia. Lo so già, lui non la smetterà un attimo di spandere sorrisi.

venerdì 29 agosto 2008

Otto bastano

La cosa migliore della Convention democratica: il diario di Maria Laura Rodotà. E poi lo slogan "eight is enough". Per noi quarantenni che abbiamo ancora nel cuore papà Tom Bradford.
Mi era anche venuta voglia di rimettere il video di "Yes we can", ma poi si corre il rischio di fare questa fine qui.

giovedì 28 agosto 2008

sabato 23 agosto 2008

Il monaco nero

C'è a volte un angolo di pomeriggio silenzioso a casa nostra. Quando il cucciolo grande dorme e quello piccolo alterna sonnacchiosi riposini a ginnastiche sul letto.
Oggi, in questo provvidenziale spicchio di silenzio e tranquillità, mi frusciavano davanti ultime pagine del "Monaco nero" di Cechov. Facevano capolino le illuminanti allucinazioni di Krovin, l'amore ingenuo di Tanja e il giardino di casa Pesočkij pieno di frutti rigogliosi.
Aver sfiorato la felicità, essere stati ad un passo dalla realizzazione di sé, aver conosciuto un amore che portava in dote un giardino pieno di delizie e di agi. E poi aver rotto l'incantesimo, con l'insostenibile confessione delle apparizioni del monaco nero. Morire di tubercolosi infine, lontano da tutto, fra le braccia di una insignificante Varvara Nikolaevna, pronunciando un ultima volta il nome di Tanja mentre il sangue esce a fiotti dalla bocca.
Chiuso il libro, si resta in bilico fra l'amara conclusione e la leggerezza della scrittura di Cechov.
A rimettere le cose nel loro ordine poi ci pensa la testolina di Daniele, supino sul letto, che fa tutto un su e giù di sorrisi e attende quello di suo babbo, come giusta ricompensa per l'ardito esercizio.
Che fare, di fronte a questo giardino di peschi in fiore?

giovedì 21 agosto 2008

Teti

Teti, teti!
Speravo succedesse. Che mio figlio mi chiamasse prima o poi teti. Non solo babbo.
Si qualche altra parolina lèttone aveva cominciato a metterla insieme.
Ma adesso teti, teti! Ecco, teti ha un gusto fantastico per me. Più di babbo, è così.
Mi consegna un sapore più pieno, di un figlio che sappia che non esiste un solo posto al mondo. E neppure un solo modo di dire padre.

martedì 19 agosto 2008

Un viaggiare incantato

La cosa bella dell'estate è che uno può mettersi a leggere i reportages di viaggio di Rumiz sulla Repubblica. Quello di quest'anno va dall'artico al mediterraneo, attraversando le frontiere, quelle ancora vere che restano, visitando regioni che sembrano riapparire da qualche mappa dell'ottocento, Carelia, Rutenia, Livonia, Curlandia, Latgalia, Bucovina. Che meraviglia, anche solo i nomi.
E che meraviglia, il modo di viaggiare di Rumiz, così vicino alla terra, allo sporco perfino, alle piccole cose e alla povera gente, negli autobus più disastrati, nei battelli che tossiscono le ultime energie, alle prese con le enormi distanze e con i silenzi dei boschi.
Queste prima parte del viaggio, dall'artico alla Russia bianca, raccontando delle stufe piečka ormai quasi scomparse, della tundra siberiana, della notte bianca di Murmansk, delle Solovietskij le isole dei monaci ortodossi, del rito della sauna, mi lascia ogni volta con un sapore inebriante fra le labbra. Un sogno ad occhi aperti.
Oriente che chiama.

Old Ladoga, dipinto di Nina Mikhailenko

lunedì 18 agosto 2008

Darmodĕj

Mi piaceva passare quelle mattine guardando la neve dalla finestra.
Nohavica cantava "Darmodĕj" dalla radio, e a me sembrava di vederlo sul serio da quei vetri punteggiati da sottili aghi di ghiaccio, "a já ho z okna vidĕl".
Il caffè che mi preparavo con la mia piccola moka si freddava appena a contatto con l'aria.
C'era un silenzio soffice, in quella casa. La mattina tutti erano al lavoro.
Muj Darmodĕj, vagabund osudu a lásek..
Vagabondo di destini e amori, nient'altro che questo.
La cucina era piena di quel profumo di torta ai semi di papavero.
Ed io mi incantavo guardando fuori quella neve forte e densa.
Mi pareva tutto esageratamente bello. Impalpabile. Pareva che a toccarlo potesse dissolversi, in un soffio di nebbia.
Lásky i nelásky, tiše se vrtĕly, rodinné obrázky. Amori e disamori, lentamente si muovono, immagini di famiglia.
Ed io intorno a quel soffice silenzio mattutino, ad attendere una risposta alle mie domande. A sorseggiare ancora un goccio di quel caffè, prima di mettere gli scarponi sopra quella neve innocente. Prima di distendere le mie domande su quel bianco morbido, che sembrava panna.
E sentire in bocca quegli aghi di freddo pungente, risposte silenziose e degne. Dentro quella nota, lunga e bella, che non smetteva di suonare.
Mi intenerisce pensare che ora quel Darmodĕj sta facendo un altro viaggio. Una nota lunga e bella, che forse suonerà di fronte ad un altra finestra.

domenica 17 agosto 2008

Vacanze a casa

Mamma, eeni cziina, aatto poppettone babbo.
Finora è la frase più lunga detta dall'ometto, che ha ormai rotto gli argini e dilaga in nuove parole ogni giorno.
Tralascio il significato della frase in sé, che è un evidente invito alla mamma ad accorrere in cucina, perché la cena è sul tavolo, dato che il babbo ha preparato il polpettone. D'altronde non vuole essere un immeritato atto di orgoglio personale, visto che il polpettone era di quelli già pronti, solo da mettere in padella.
Ma aver sentito l'ometto allungarsi in una frase con sei parole insieme, un po' di euforia me l'ha messa.
Si torna al lavoro, dopo due settimane di vacanze casalinghe completamente immersi dentro i giochi, le parole, i sapori, le voglie, i gelati che gocciolano, i biberon, i tuffi in piscina contando fino a venti (uncici, docici, tlecici..), le corse dietro al pallone, le ninne nanne. E baci a profusione.
E fra tutte queste cose, qualche libro da leggere nei ritagli di tempo, e i racconti di un'amica.
Nient'altro da chiedere.

martedì 5 agosto 2008

Partir verso casa

Non è che siamo partiti.
Il fatto in sè sarebbe banale. Ci si impegna su nuove parole ogni giorno, e la maestria di guida del triciclo ha ormai raggiunto un livello di professionismo puro.
E le sere giochiamo a pallone. Ecco, ci si allena fra calci in porta e frasi decisive: eeesa palla, aaatto gool, aaascato. Poi a volte passa veloce sotto le fronde dei platani un aaatto, e ci fermiamo a guardarlo.
Si va poi a mele, fra i filari nei giardini davanti San Lorenzo. Nel vano posteriore del triciclo ci stanno benissimo. Mamma, che è rimasta a aaasa, poi si incarica di scegliere le migliori.
Si dorme lo stretto indispensabile, in queste notti di pallidi refoli. E intanto niente toglie il sorriso all'altro cucciolo felicino.
Ed io rubo minuti ai giochi irrefrenabili e ai sonni arretrati, per leggere parole incantate. Le ultime, di un meraviglioso Silvio D'Arzo che mi è apparso d'improvviso, giunto da un rifugio di Caprarola, insieme a tanti altri confetti di mandorla. Succhiati con l'emozione dovuta, per un regalo inatteso.
"C'è quassù una certa ora. I calanchi ed i boschi e i sentieri ed i prati dei pascoli si fanno color ruggine vecchia, e poi blu: nel primo buio le donne se ne stanno sui fornelli chine sopra il gradino di casa e i campanacci di bronzo arrivan chiari lì giù fino a borgo. Le capre si affacciano agli usci con degli occhi che sembrano i nostri.
Allora mi vien sempre di più da pensare ch'è ormai ora di preparare le valigie per me e senza chiasso partir verso casa..."
"Casa d'altri" - Silvio D'Arzo

giovedì 31 luglio 2008

Arcobalena

Ecco che è finito il tuo anno di asilo nido. Si è richiusa alle tue spalle questa cuccia di ovatta che ti ha tenuto al caldo in questi mesi. Svaniti anche gli ultimi sorrisi di Ornella e Alessandra, che avevi imparato ad abbracciare strette, per scacciare via quei morsi dolorosi di nostalgia che ogni mattina ti prendevano, mentre tua mamma usciva dal cancello.
Stasera abbiamo sfogliato l'album diario che le tue fatine hanno confezionato, e hai riso forte alle foto, ai disegni e ai collage, a tutta la fila di lavori, ricordi ed emozioni incollate in quelle pagine.
Io ridevo un po' più piano, chè so già essere caduta una prima foglia della tua infanzia.
Domani sarà un tempo nuovo, di parole più complicate da mettere insieme, di scuola materna da scoprire.
Intanto riponiamo nel mobile bello questo album di risate preziose e vergini.
Chiudere il libro, anche questo tocca imparare, ometto mio.

mercoledì 30 luglio 2008

Istantanee

Fabio che lascia cadere in un sussurro il suo "aaazie" mentre gli sbuccio una pesca.
La terrazza di casa dei miei, dove in un momento di tranquillità, sfoglio le pagine di un Pavese inestimabile. Tanti anni dopo la casa in collina. Pensando all'amica che mi ci ha portato per mano, fra la luna e i falò.
Il sapore di burro delle labbra di Daniele. I suoi gridolini che sgorgano gocce d'argento.
I capelli tagliati corti di mia moglie, che frusciano via appena li carezzo.
E questo bollore appiccicoso, ad incollare i ritagli.
"E' un caldo che mi piace, sa un odore: ci sono dentro anch'io a quest'odore, ci sono dentro tante vendemmie e fienagioni e sfogliature, tanti sapori e tante voglie che non sapevo più d'avere addosso."

lunedì 28 luglio 2008

Scarpette da ballo nelle nevi di Siberia

Sono andato a cercarlo nella mappa, il villaggio di Togur, nel distretto di Tomsk, Siberia.
Ho cercato di immaginarmi il luogo, il fiume Ob che gela a principi dell'inverno per restare ghiacciato fino ai primi di maggio. La taiga a perdita d'occhio, e questi piccoli villaggi sparsi nell'immensità siberiana, dove i deportati del regime staliniano venivano abbandonati a se stessi. E' stato il lungo calvario di una moltitudine di lèttoni, che nel 1941 e poi nel 1949 sono stati deportati dal loro paese, occupato dall'Unione Sovietica.
Da Riga i treni partivano dalla stazione di Tornkalns. Quando ci vado l'occhio non riesce a staccarsi dal vagone lasciato, ancora oggi, come un monumento, in memoria di quelle deportazioni.
Non c'erano motivi particolari per essere caricato in uno di quei vagoni bestiame che dopo tre settimane di viaggio inumano deponeva i sopravvissuti in uno di questi villaggi abitati solo da pochi indigeni del luogo e da altri deportati dei primi anni del terrore stalinista. Bastava essere stato un piccolo proprietario terriero, o aver posseduto una piccola azienda familiare, o semplicemente essere in odore di una qualche forma di dissenso al regime. E bastava essere un familiare di uno di questi deportati, per seguirne inesorabilmente la sorte.
La Lettonia ha pagato un tributo altissimo in questo processo di deportazioni. Circa 70.000 persone, fra il 1941 e il 1949 sono state deportate. Si può calcolare che una famiglia su quattro in Lettonia sia stata toccata da questa tragedia.
Ligita Dreifelde ha conosciuto l'abisso della deportazione per due volte, appunto nel 1941 e poi nel 1949, quando si ritenne di ritirare le pur lievi aperture del 1948 che avevano permesso a Ligita, come ad altri bambini e ragazzi deportati minorenni, di rientrare in Lettonia. L'anno successivo il cappio si strinse di nuovo, e una nuova ondata di deportazioni percorse tutto il Paese.
"Scarpette da ballo nelle nevi di Siberia" è il racconto di questo dramma familiare. Sandra Kalniete, figlia di Ligita Dreifelde e Aivars Kalnietis, è nata proprio a Togur, ed ha passato a sua volta i suoi primi quattro anni di vita in Siberia. La storia che viene fuori da questo libro è un racconto intenso del dramma lèttone dal 1941 in poi, che non cede mai alla commozione facile. Un resoconto lucido, vissuto nelle testimonianze dei sopravvissuti, in particolare di Ligita e Aivars, e sui documenti che dopo il 1991 è stato possibile ritrovare negli archivi dell'ex KGB di Riga.
Un libro prezioso per chi voglia conoscere il calvario di questo piccolo, coraggioso popolo.

venerdì 25 luglio 2008

New Wave

Mi accorsi dell'esistenza di un Festival musicale russo in terra léttone una delle prime volte che arrivai a Riga. Feci il viaggio in aereo insieme a Toto Cutugno. Insomma, una di quelle cose che poi ti restano impresse nella vita.
Il "Novaja Volna" (New Wave) è un festival organizzato da russi, a cui partecipano tutte le principali star musicali e televisive russe, e che da 17 anni si svolge in Lettonia, a Jurmala, il luogo di villeggiatura balneare più famoso della Lettonia, a pochi chilometri da Riga. Fra il pubblico ogni anno si notano i volti più importanti della politica, della finanza e dello star system russo.
In questo Festival, come ogni festival che si rispetti, c'è anche la gara, a cui partecipano giovani cantanti e gruppi da varie parti d'Europa. Italia compresa.
A parte Cutugno, che quando arriva lo trattano da star, ci sono stati in questi anni esponenti non particolarmente memorabili provenienti dal nostro Paese in gara. Difatti stento anche a ricordarne i nomi. L'anno scorso feci il solito viaggio aereo (il Festival in genere coincide con le mie vacanze estive in Lettonia) con il partecipante italiano a quell'edizione. Il suo agente accompagnatore si informava da me della valuta lettone, del costo della vita, del mangiare. Quest'anno l'italiano in gara è un tale Alessandro Ristori. Boh. (Su youtube comunque gira già la sua prima esibizione che ha preso una valanga di voti).
Comunque la vera attrazione del Festival è la sua parata di vecchie stelle cadenti russe, dalla Pugacova a Kirkhorov, da Nikolayev a Leontiev. Con l'immancabile Maksim Galkin a condurre le serate, il Bonolis russo che quest'anno vedo (da RTR Planeta che riversa pure sul satellite questa sarabanda) con una splendida acconciatura riccioluta e il pizzo che ne rinvigorisce il viso da eterno bambino.
L'esibizione cult di quest'anno per il momento è quella di Valery Leontiev, che ha cantato una versione di "El condor Pasa" vestito da capo indiano. Indimenticabile.

giovedì 24 luglio 2008

Felicino

Forse sarà per compensare il fatto che fin dalla nascita è un bambino che dorme pochissimo, e in questi primi cinque mesi ci ha succhiato tante energie e ore di sonno. Forse sarà per questo dunque, che da quando aveva poche settimane ha deciso di impiegare il suo tempo da sveglio a sorridere a tutto e tutti.
Non c'è neppure bisogno di mettersi lì a fargli quei versi e quelle facce, che riportano l'adulto che le compie ad uno stadio regressivo e vagamente idiozoide. No, davvero non c'è bisogno di tirar fuori la lingua, fare le boccucce, emettere suoni strani. Basta avvicinarsi, guardarlo, semmai giusto socchiudere le labbra per suggerire l'intenzione di un dialogo. E allora lui ti guarda, strizza gli occhiettini e allarga il viso in uno splendente sorriso. Che poi ripete ad ogni successivo passaggio, talvolta voltando leggermente il viso in un accenno di pudore, talaltra erompendo invece in sonore risate, se l'interlocutore sa proporre giochi o parole che sappiano toccare le sue corde umoristiche.
Insomma, Daniele noi a casa ormai lo chiamiamo "Felicino". E' il nostro distributore automatico di sorrisi. Che fosse pure un bambino che ci facesse anche riposare, sarebbe stata una richiesta da genitori incontentabili. Mi rendo conto.

La banalità di Karadzic

"Dite pure che abbiano “festeggiato”, i sarajevesi e le donne di Srebrenica, purché la festa sia fatta di amarezza e pianto e schifo e nostalgia della morte di quelli che morirono. Così festeggio anch’io la cattura di quel miserabile, e mi auguro che i potenti di turno non cedano di un millimetro prima che Ratko Mladic, il boia colossale, venga preso anche lui, nel cesso di un’osteria, o nell’ambulatorio di un odontotecnico abusivo. Giornata storica, hanno detto ieri. Gente pomposa, che dorme bene. Non hanno ancora pensato abbastanza alla storia, questi dilettanti di maiuscole. I sarajevesi, le donne di Srebrenica, sanno che cos’è la storia, di notte, tardi, prima di riuscire a prendere sonno, e sognare, forse."
Adriano Sofri (via Wittgenstein)

martedì 22 luglio 2008

Slavianka

Lasciati gli ometti ai nonni, ci siamo presi un mezzo pomeriggio a scorrazzare in vespa per Firenze. Oddio quanto faceva sentir bene, quel ritorno di abbraccio in mezzo al traffico. Come eravamo abituati quando ometti non ce n'erano.
E nel girare, abbiamo finalmente scovato il negozio di specialità russe (e non solo, pure lettoni ce n'erano), che cercavamo da tanto. A pochi passi da Santa Croce, un tre metri per due che ti apre gli occhi su salamini affumicati, panna acida, dolciumi dell'est in varietà, formaggini dolci ricoperti di cioccolato, kefir, ogni sorta di cereale da preparare per zuppe e farinate, cavolo fermentato, e poi crauti, e spumini morbidi. E pure quel gelato dentro bicchierini di vaffel, che non può certo competere con il nostro artigianale, ma come lo vedi, ti sembra già di aver attraversato tutti i chilometri che ti separano da una qualsiasi città dell'est europeo.
E in un lato di questo angolo di puro est, anche una sfilza di film e cd russi.
Mia moglie che osserva il tutto con occhi scintillanti, e neppure la storica avversione léttone per la russitudine può attenuare il suo entusiasmo all'idea di farsi un insalata di cetrioli e pomodori con panna acida e di bersi finalmente un bicchiere di kefir. Compriamo un po' di cose, pur senza esagerare. Che tanto ci torneremo presto.
добрый вечер, ci saluta il proprietario. Si, in fondo un po' come a Riga.

lunedì 21 luglio 2008

Utto, etto, otto

Acqua, basta, questo, latte, grazie, tutto, zio, giù, sù, le lettere dell'alfabeto, i numeri da 1 a 10.
Ieri sera ci siamo esercitati, anche se a volte ci mangiamo qualche lettera. Oggi siamo pronti e agguerriti, per l'appuntamento con la logopedista.
Più o meno.

giovedì 17 luglio 2008

Filamenti di luce

Avrei ancora voglia di prendermi un angolo di quelle estati, nella panchina sotto il pioppo.
Sbriciolare i minuti dentro una catasta di parole da sfogliare. Farmi solleticare dal vento incalzante, che sempre scuote il lento declino dei pomeriggi estivi léttoni. Mentre il sole non ne vuol sapere di farsi da parte, testardo e insistente, con quei tiepidi raggi che sfrigolano via piano, lasciando un alone di luce diffusa e tenue. Fino a sera inoltrata.
Avrei voglia di quel suono fitto e giocoso dei passerotti che beccano le more saltellando sui rovi bassi, agli angoli del giardino.
Mi piacerebbe ancora fiutare la brezza che arriva dal fiume, accostare l'orecchio a quel sibilo passante.
Ecco, vorrei di nuovo quella libertà eccitante di alzare lo sguardo, verso quell'azzurro trasparente, che lentamente si tinge di striature arancioni. Poi chiudere gli occhi, che non serve altro.

mercoledì 16 luglio 2008

Una sera di luglio

Il parco giardino vicino a casa nostra, in queste sere di luglio mostra questo strano volto deserto di bambini. Quando ci portiamo gli ometti dopo cena, fa capolino giusto una famigliola cinese. Stasera i genitori se ne sono portati dietro un paio (ma sono di più in quella famiglia), una bambina di circa sei anni, e un piccolotto che non avrà avuto più di otto, nove mesi. Lo hanno messo nell'altalena accanto a quella in cui stavo spingendo l'ometto. E il piccolo cinesino, entusiasta della novità si è messo a sgambettare come elettrizzato, con la testona, perchè di testona bella grossa si trattava, che ondeggiava paurosamente avanti e indietro.
Fabio era spinto, vedendo la scena, a quel riso timido e trattenuto, che in genere poi accompagna con un espressione vergognosa quando glielo scopri. Forse lo divertiva quel suono buffissimo di parole cinesi dei genitori, che seguivano l'ondeggiare del figlioletto, con esclamazioni e gridolini. Forse capiva che c'era qualcosa di incomprensibile eppure affascinante, in quello che vedeva.
Intanto Daniele, poco distante, dormiva placido. Nella bocca ancora il gusto, sorprendente, del suo primo biscotto Plasmon sciolto nel biberon.

Storie di cuccioli

"La mia paziente settenne sta cercando di superare il fatto che andrò via la fine di agosto. Oggi mi fa la dichiarazione e dice che lei si trasferisce con me. Esce dalla tasca un foglio con su scritto a pc. Mi sono aiutata con il controllo ortografico, fa tutta fiera. Bene, dico. In questi tempi si sono tutti messi d'impegno e sono strabiliata dai loro risultati... allora, domando, come hai intenzione di trasferirti. Io ho bisogno di una famiglia e li ho seguiti tutto l'inverno e sono perfetti per me. Mi passa il foglio: è una lettera. Puoi vedere se ho fatto errori, chiede carina. Annuisco e inizio a leggere:
Caro Giulio Cesaroni, ..."
Dal blog "Lo fa anche Baricco", storie di cuccioli con difficoltà di apprendimento. Che quando passo di lì rimango sempre in bilico, fra una risata e un singhiozzo..

martedì 15 luglio 2008

Attentive?

Nella scheda che le educatrici dell'asilo ci hanno consegnato, c'è scritto che l'ometto ha sviluppato buone capacità attentive.
Che avranno voluto dire?

lunedì 14 luglio 2008

Una biografia di Isaac Singer

Isaac Bashevis Singer era un bel mascalzone. Eppure era anche un uomo di profonda sensibilità. Era un egoista insopportabile, a volte, e la gratitudine non figurava fra le sue qualità. Ciò non toglie che sia sempre stato una persona schiva e per niente incline a cedere alle lusinghe della popolarità e del successo, neppure dopo aver conquistato il Nobel.
Singer ha vissuto almeno quattro vite diverse, in due continenti differenti, ha scritto una quantità indescrivibile di romanzi e racconti, ha vinto un Nobel, ha aspettato 87 anni per morire. E in tutto questo tempo ha riempito la sua vita di tonnellate di scritti, materiale, conferenze, donne amate, segretarie, traduttrici (pure loro, amate), aneddoti, sbalzi di umore, un'immagine pubblica scanzonata e dissacrante, e una privata angosciata e spesso avviluppata intorno a meschinità ed opportunismi. E poi il peso dell'yiddish, il chassidismo del padre e la razionalità della madre, il rapporto decisivo e ingombrante con il fratello maggiore Israel, il parallelismo con Gershom Scholem nella riscoperta del misticismo ebraico, e poi Spinoza, la Qabbalah, il realismo della penna che descrive il mondo della comunità ebraica polacca nella Polonia di inizio secolo dallo shetl di Bilgoray alla via Krochmalna di Varsavia, spingendosi indietro fino al XVII secolo con Satana a Goray, e nello stesso tempo inserendo con grande abilità il fantastico delle creature immaginifiche tratte dalla tradizione talmudica, gli spiriti maligni, i dybbuk.
Dunque un po' di diffidenza, nel vedere che la biografia di Isaac Bashevis Singer scritta da Florence Noiville, occupa appena 215 pagine di un libro, l'avevo provata.
Insomma, troppa roba in quella vita per stare in 215 pagine. Eppure la biografia della Noiville, pur tralasciando alcuni aspetti e toccandone superficialmente altri, è un lavoro che si legge con interesse. Ha il pregio di accostare il lettore ai diversi aspetti, alcuni anche molto contrastanti, della vita di Singer, tratta in modo convincente la propensione di Singer ad una sorta di filosofia della protesta verso Dio, e pone nella dovuta importanza forse la questione più rilevante nello studio dell'opera singeriana, ovvero la duplicità dei lavori di Singer, la versione originale yiddish, e la versione tradotta in inglese, che Singer seguiva personalmente e che presenta rilevanti differenze rispetto all'yiddish, proprio per volontà dello stesso autore. Un doppio Singer insomma, uno per i pochi lettori yiddish, a cui è stata riservata un'opera piena di citazioni e rimandi sottilissimi al Talmud e alla Qabbalah e che l'autore ha espressamente vietato di tradurre in altre lingue, ed un'opera più ad uso e consumo dei "gentili", riversata in inglese, ai quali resta il piacere, straordinario, di leggere attraverso le pagine di Singer la descrizione di quel mondo ormai perduto. E il rimpianto di non conoscerlo, l'yiddish.


domenica 13 luglio 2008

Dziesmu Svetki

Provate a immaginare di volare dentro un piccolo stato del nord est dell'Europa. Immaginate un enorme distesa di verde e di boschi, nei pressi della sua capitale.
Immaginate poi di capitare un giorno, una domenica di luglio, come succede ogni cinque anni dal 1873, in questo luogo, Mežaparks , alle porte di Riga. E provate ad immaginare dentro un enorme teatro all'aperto 13 mila persone vestite con gli abiti tradizionali folkloristici lettoni, cantare per ore e ore le canzoni della tradizione del loro paese. E immaginate, accanto a questa nuvola colorata di cori, altre 15 mila persone, altrettanto colorate e con indosso altrettanti abiti tradizionali, danzare sulle note delle musiche che hanno fatto la storia e la cultura di questo piccolo Paese.
Se riuscite a immaginare tutto questo, state assistendo al Dziesmu Svetki, il festival di musiche e canzoni popolari che da un secolo e mezzo è l'appuntamento che scuote il cuore della Lettonia, dove prima ancora di parlare e camminare, ogni bambino impara a cantare.
E' qui che pulsa l'anima di questo popolo, in uno sfavillio di colori e suoni, di cultura popolare, di danze e canzoni tradizionali, di ricordi ancestrali di quel paganesimo che resta ancora oggi un elemento caratteristico di molti aspetti delle celebrazioni lettoni. Giungono a Riga, nella settimana che ospita gli eventi del Dziesmu Svetki, migliaia di persone da tutto il paese. I cori e i gruppi di ballo preparano per cinque anni questo evento, che diventa la vera festa nazionale léttone.
Nelle strade del centro di Riga sfilano i partecipanti dei vari cori che arrivano da ogni regione, da ogni campagna, da ogni singola cittadina. E che poi si ritrovano tutti nel grande catino del Mežaparks a celebrare la loro festa, a far battere questo piccolo, generoso cuore léttone, al tempo di una musica che qui si respira insieme all'aria.

venerdì 11 luglio 2008

Camminare, camminare

Quando poi vagolo nel web, incerto e senza precisa méta, ma con quel pungolo voglioso di leggere qualcosa di bello e saporoso, prendo il mio cappello da viaggio e mi inoltro in queste lande, a rileggermi questo o quello, che poi tutti belli sono.
Finora passavo da Elena o Fiamma, che collegavano direttamente il sentiero che congiungeva alla casupola dello scrittore in questione.
Adesso mi son fatto la scorciatoia, presumendo di poterlo mettere fra gli amici. Così ora passo da quelle parti più facilmente, e con minor uso di suola. Che comunque, tutti quei passi ne valevano la pena.

giovedì 10 luglio 2008

Brillantissimi blog

Ecco, la sublime Jacqueline (che poi si firma Artemide, ma è pure Fanny la bibliothécaire), mi ha assegnato, ma sono in buona compagnia, questo premio.
E la motivazione è specialissima e molto bella per quanto mi riguarda.
Ora, vorrebbe il caso che assegnassi anche io tale premio. Ma come l'altra volta, vorrei usare questa occasione per parlare di qualche blog che frequento.
E se non mi precedesse sempre, un bel premio lo meriterebbe proprio lei, Jacqueline. Che ogni giorno scopro un pochino di più, i libri, i quadri, le persone, le foto, i paesaggi, le ricette persino. Tutto descritto con un amore intenso eppure meravigliosamente pudico. E poi quel tratto eugubino, che lei tiene sul petto come una medaglia al valore. E sì che lo è una bellissima medaglia al valore, per uno che ama l'Umbria e Gubbio come lei, per discendenza familiare e frequentazione.
Poi penso al blog di Claudia, effervescente e spontaneo, come i suoi anni. Che poi matura alla svelta, lo si vede da come prende con filosofia un eventuale insuccesso all'esame universitario.
Infine penso a Irene, che sta vivendo giornate complicate ultimamente. E probabilmente non ha molto tempo ora per premi e per letture di blog. A lei vorrei dedicare un semplice, dolcissimo, inesauribile abbraccio.

Risvegli entusiasmanti

Vedi Daniele, le cinque di mattina non sono un orario felicissimo per svegliare tutta la casa, ogni santo giorno. Potresti prendertela comoda pure tu. In fondo hai solo quattro mesi, e tutta una vita davanti per scatenarti. Sì, capisco che è bello svegliarsi e farsi coccolare sul letto grande, e lanciare quei gridolini che hai scoperto ti piacciono tanto. E poi finalmente riuscire a girarsi sulla pancia, alzare la testolina e fare i primi tentativi di sgattaiolamento.
Capisco insomma che tutto questo uscire dal bozzolo dei primi mesi ti ispiri un grande entusiasmo, fin da quando si alza l'alba.
Ma noi abbiamo sonno!!!
E poi togliti quel sorriso accattivante dal visino. Che mica ci intenerisci.
Ecco, per la verità, si. Ci intenerisci, accidenti!

mercoledì 9 luglio 2008

La difesa di Lužin

E' finita come doveva finire. Sono stato risucchiato da quel corpaccione flaccido, da quel ciuffo impomatato sulla fronte, da quelle guance ridondanti perennemente mal rasate. E da quel vortice di ripetizioni scacchistiche, i pavimenti a quadri che riflettevano su uno scenario immaginifico le mosse del cavallo, la torre che attacca l'alfiere, una difesa del pedone sull'ala destra.
Ma anch'io, come il Lužin degli ultimi giorni, sono rimasto soprattutto invischiato nei ricordi dell'infanzia pietroburghese, la zia che lo inizia al gioco degli scacchi, come una educazione sentimentale da costruire su mosse e calcoli matematici, l'incapacità di relazione con il resto del mondo, le estati in campagna, l'ossessione per la prevedibilità del concatenarsi della vita che lentamente si fa strada nella mente del ragazzino.
E come non rimanere impigliati nella rete di sollecitudini e attenzioni che riproducono una specie di amore pietoso, della moglie di Lužin, che rinuncia al buon partito sognato dai genitori, per raccogliere fra le mani lo sguardo perso e indifeso del Luzin ormai grande maestro di scacchi.
E ho finito per rigirarmi come un pesce curioso della sua fine, nell'intrico a maglie della scrittura che sembra continuamente rimandarti ad un già detto inavvertito, oppure ad una prospettiva futura che appena balugina davanti agli occhi, per poi sparire sotto traccia riprendendo il racconto, come si muove un delfino che ondeggia nell'acqua.
Così doveva finire. Che come dice Gabrilu, appena chiudi un libro di Nabokov, senti quasi il dovere di riaprirlo, per poter dire di averlo letto davvero. Altrimenti sembra che ti sia passato davanti un sogno, come il cavallo che mangia la regina senza che nessuno se ne fosse accorto.

martedì 8 luglio 2008

Bukaišu iela

C'era una casa un tempo, in questa enorme distesa di sabbia di riporto, che serve a gettare le fondamenta per il tratto di circonvallazione sud del Dienvidu Tilts, il nuovo ponte sulla Daugava in costruzione a Riga.
C'era una casa qui, al numero 28 di Bukaišu iela. Il classico tetto spiovente squamato da piccole piastrelle scure delle vecchie case di campagna lettoni. La parte frontale in muratura, si apriva su uno spiazzo costellato da querce, tigli e betulle, oltre i quali si distendeva una bassa foresta di piante di fiume. Appena più sotto, la Daugava.
Tutta la parete posteriore e i fianchi della casa erano costituiti da spessi tronchi di quercia. Al lato alcuni meli e susini, in precario equilibrio, coi rami che sembravano appoggiarsi a terra per restituire sostegno a quell'instabile disegno del tronco. L'orto, nelle estati generose di sole, rimandava dalla terra sabbiosa cetrioli, patate, cipolle, carote, pomodori, mirtilli e frutti di bosco.
Di fronte alla finestra della cucina, sul retro, un ciliegio dava conforto e dolce polpa di frutta ad uno stormo abituale di passerotti.
C'era anche una panchina, sotto il piccolo boschetto di tigli, in fondo alla tenuta. La prima foto che ci siamo fatti io e mia moglie insieme, è stato su quella panchina. Era la prima volta che andavo a trovarla. Poi mi ricordo che l'inverno successivo, quando cadde il mio compleanno, mi mandò per regalo una tazza, con quella foto di noi due stampata sopra la ceramica.
Quella casa ora non c'è più. Ha fatto appena in tempo l'ometto a sguazzare dentro la vasca d'acqua in giardino e a mangiare cetrioli e susine appena colti. Cose di cui neppure potrà serbare la coscienza. E la tristezza di quella distesa di sabbia si scontra con quel gusto dolcissimo dei nostri ricordi.
Non so com'è, mi è presa un'insana voglia di rimettere insieme i pezzi di quella casa, fin dai primi anni del novecento in cui fu costruita, e che racconta la storia di generazioni di questa famiglia, diventata anche la mia. Un'insana voglia di raccontarla, come quel desiderio di mele odorose che coglievamo dai rami.

lunedì 7 luglio 2008

Una famiglia di confine

A casa nostra si parla una lingua strana. Italiano e lettone spesso si mischiano, si confondono, prendono traiettorie parallele, per poi intersecarsi e formare nuvole di pensieri, di esclamazioni, di giochi di parole. Un linguaggio che fuori dalla nostra porta diventerebbe quasi incomprensibile agli altri.
E poi ci capitano fra le mani oggetti di varia provenienza. La pasta e il vino sono italiani, ma poi il tè si fa con infusi che vengono dalla Lettonia. E quando arriva qualcuno a trovarci, il frigo si riempie di sieriňi (formaggio fresco ricorperto di cioccolato o sciroppi di frutta), di žaveta vista (pollo affumicato), di aringhe affumicate, di zefiriňi (spumini dolci e morbidi).
Gli ometti hanno capelli che tendono ad un biondo oro, e non li potresti dire esattamente italiani, a prima vista. Neppure poi eccessivamente baltici.
I libri che riempiono buona parte della mia casa vengono per la maggior parte da est, parlano lingue yiddish, russe, ceche, baltiche. La canzoni per bambini che ascolta l'ometto fin da quando era in pancia sono perlopiù lettoni. Il cd preferito si chiama "Putnu dziesmas", le canzoni degli uccellini, e riproduce il canto degli uccelli alternato a melodie e filastrocche cantate da bambini lettoni.
Coltiviamo ogni genere di nostalgia. Le mie sono addirittura innumerevoli, con Praga e le campagne morave e boeme che continuano a trafiggermi dolcemente il cuore. E ci mancano tutti i parenti che stanno lontano, gli amici che aspettiamo dal Baltico per le loro visite ricorrenti, quelli sparpagliati nel resto d'Europa, dalla Francia al Belgio, dalla Svizzera alla Germania.
Arriva perfino dal Canada, con meravigliosa puntualità per ogni festività, anche la cartolina di un lontano zio lettone, ultranovantenne.
Abbiamo così tanti rami sparsi in giro, che una radice sola non potrebbe mai bastare.
Siamo una famiglia di confine, allenati a stare in equilibrio su pensieri mobili e nostalgie ricorrenti. E ci sentiamo a casa quando stiamo insieme. In qualsiasi altrove.

Mattina presto

Difficile uscire di casa la mattina per andare in ufficio, mentre questi ometti, svegli prestissimo per il caldo e le finestre aperte che lasciano entrare questa luce possente del mattino, giocano già sul letto. La loro madre è indecisa fra lo sguardo disperato di chi vorrebbe custodire ancora qualche minuto di sonno, e il sorriso meravigliato che strappano questi due esserini che giocano fra loro, quello grande che abbraccia e soffoca di baci il piccolo, che risponde afferrando a pugnetti stretti tutto l'afferrabile del fratello maggiore.
Difficile uscire, quando tutto quello che d'importante avviene nel tuo mondo, avviene proprio lì e in quel momento. Faccio una fotografia mentale e mi chiudo dietro la porta di casa, con un senso di perdita inesorabile.
Poi lo so che stasera non ne potrò già più, e che le forze saranno esaurite. Fino alla mattina dopo, però.

sabato 5 luglio 2008

Complesso di superiorità

Nelle ingegnose invenzioni comunicative dell'ometto, che fa di tutto per risparmiare parole, in una sorta di ermetismo futurista, ha fatto capolino una nuova espressione. Che si potrebbe, in maniera onomatopeica, riprodurre in una specie di "ntz". Può venire in aiuto, nell'indovinare intonazione e suono del nuovo vocabolo, immaginare il tipico siciliano da cartolina, coppola in testa, in mezzo alla piazza di Corleone, arida e battuta dal sole di agosto, mentre risponde alla richiesta di un agente delle forze dell'ordine: "Ma voi avete visto chi ha sparato?". "Ntz", lingua che batte sul palato e schiocca contro i denti, con quel leggero accenno verso l'alto del mento, a rafforzare il diniego.
Lo "ntz" dell'ometto in verità, più che un diniego, pare significare una profonda disapprovazione dell'operato del genitore, che ad esempio gli ha appena portato via il triciclo, imprudentemente posto sopra il letto, che nelle intenzioni del fanciullo doveva tramutarsi in una pista di motocross.
"Ntz", dice lui, mentre vede il triciclo confinato e chiuso a chiave nello stanzino. Uno "ntz" teso in particolare a sottolineare un giudizio morale fortemente negativo sulle qualità educative del genitore in questione. Il quale, non lo nasconde, ne esce con qualche turbamento. Si aspetterebbe qualche urletto, qualche scenata con lacrime compassionevoli, uno sfogo di rabbia magari. Invece lui "ntz". E se ne va via con ostentato orgoglio.

giovedì 3 luglio 2008

Vzpomínka

Stasera un vento danzante mi fa violino nelle orecchie. Tempo giusto per riascoltare Iva Bittovà. La folle gitana dalla voce d'angelo, riccioli neri da lanterna magica. Sarebbe stata un soggetto perfetto per Ripellino.
Io all'epoca mi attaccavo a Nohavica e Plihal, al folk puro, all'organetto saltellante, alla voce roca di birra, ai testi forti e in chiaroscuro, saltellanti anche quelli dal cupo pessimismo alle pazze ballate, a guisa di umore alcolico. Buono da Sarajevo a San Pietroburgo, passando per la natia Moravia. Český Těšín, quante volte sono passato dalla stazione dove Nohavica cantava la vita di "bláznivá Markéta".
Ero già transitato dal lieve e dolce jazz dei Bratři Ebenové, coi giochi di parole e le piccole fiammelle di invenzioni vocali.
Poi venne la strega Iva, e il suo amico Vladimir. Sinfoniette a non finire, come se Janáček fosse risorto. Modulazioni vocali incredibili, il violino che spunta improvvisamente, i pizzichi su corde di ogni tipo, i gesti teatrali. Un bianco inferno proprio.
Così questo vento che entra dalla terrazza stasera assomiglia tanto alla Vltava che si infila sotto Ponte Carlo. Un fluire di ricordi, vzpomìnka appunto.

Palio di Siena

Nella campagna valdarnese dove passavo ogni mia estate da bambino, scoprii anche il rito del palio di Siena. Lo seguivo in televisione con la passione del ragazzino che tramuta ogni accadimento della vita in una gara. E quella mi sembrava bellissima, così tanta gente, il tripudio di bandiere, le passioni esorbitanti, i cavalli, i colori (che magari la televisione era in bianco e nero, ma io i colori li vedevo benissimo). E poi quel popolo senese che da quelle parti si sentiva già molto vicino e simile.
Mi ricordo la prima volta che guardai il palio. Gli sbandieratori chiudevano il corteo, i cavalli in gara con i fantini si apprestavano ad entrare in piazza del Campo. Io scappai giù in cantina da mio nonno che infiascava il vino dalla damigiana. "Corri nonno, corri che comincia il Palio". E lui flemmatico mi diceva "calma calma, che è ancora presto". Andò avanti una mezzora, quel "calma è ancora presto", io facevo su e giu per le scale continuamente per sollecitare quella condivisione dell'evento, e ogni volta che tornavo su non mi capacitavo del perchè non si decidessero mai a partire, quei cavalli. Poi mio nonno salì, si mise a sedere con la giusta pazienza degli anziani, mi prese in braccio. Il canapo d'incanto si sciolse e i cavalli si precipitarono verso la prima curva di San Martino.
Mi sembrò un'eroe mio nonno, quel giorno. Affascinato da quella sua esperienza dei tempi della vita.

mercoledì 2 luglio 2008

Un intero attimo di beatitudine

"Mi chiamo Nasten'ka"
"Nasten'ka e basta?"
"Basta! E vi pare poco? Siete un vero incontentabile"...
Mi si chiede di scegliere un personaggio letterario di cui mi sarei potuto innamorare.
Allora scelgo le sponde della Nevà, finisco dritto sulla Prospettiva Nevskij dove incontro la fanciulla che ha reso di miele le notti bianche del Sognatore.
"Si Nasten'ka, puoi sbagliarti, e senza volere, credere dal di fuori che una vera, autentica passione agiti la sua anima, credere senza volere che ci sia qualcosa di vivo, di palpabile, nelle sue incorporee visioni! E quale inganno - ecco per esempio, l'amore è sceso nel suo petto con tutta la sua inesauribile gioia, con i suoi tormenti estenuanti..."
Mi sarei potuto innamorare di un sogno, di un sorriso che sfuma fra le nebbie della Nevà, di un frusciare di gonna che svolta l'angolo e mi dà appuntamento per una prossima notte.
E avrei potuto dire "Dio mio! Un attimo intero di beatitudine! Ed è forse poco seppure nell'intera vita di un uomo?"
Si, l'avrei potuto dire.

Poi la richiesta è anche di indicare un personaggio di un film: mi viene in mente Julie Delpy in "Prima dell'alba". Anche quella una notte, a Vienna, a costruire un amore da portarsi dietro la scatola dei sogni tutta la vita.
E poi dovrei indicare qualcuno per farsi raccontare a sua volta, di chi si innamorerebbe, fra i personaggi letti in un libro e visti in un film. Allora lo chiedo ad Artemide, che già in questi giorni ha scritto sui suoi amori cinematografici. Ma su quello letterario, vorrei proprio sapere...
E certo che poi anche sugli innamoramenti letterario cinematografici di Fiamma, sarei curioso. Chissà quante occasioni nella sua sterminata libreria e cineteca...

Cose che finiscono

Voglio questo momento per me. Voglio stringere questo attimo nel pugno, stendere questo tempo d’attesa lungo il profilo delle montagne qui davanti prima di incontrarti di nuovo. Dopo tutti questi anni, Nina.
Ecco, mi è tornato alla mente, come un'accecante zampillo di fiamma, quel pomeriggio di noi due, nudi e stremati d'amore, i nostri corpi affiancati su un letto di mussola color panna. Noi che ci prendevamo il lusso di quel tempo incalcolabile, fatto dei nostri respiri che a vicenda respiravamo.
Tu non sai, non sai le ore all’imbrunire, la malinconia delle sere vuote, le sedie da rimettere a posto in sala, le chiacchiere insensate, i pensieri nel vento.
Tu non sai, Nina, la vita nella tua assenza.
Ora sei qui, in questa pacchetto di carta cerata che avvolge il tuo diario, che mi hai mandato.
Sei qui, come un’antica promessa d’amore, come un volo di gabbiano all’ultimo calar del sole. Sei qui ed io non ho forze per accoglierti come si deve, scartare questa risposta ad una vita, quasi un temporale di fine estate che si porta via gli ultimi fiati di sole dai campi seminati a grano.

lunedì 30 giugno 2008

Riconoscersi

E' successo poi che i due ometti si sono scambiati un sorriso.
L'ometto grande è molto generoso in effusioni verso il piccolo. Si profonde in abbracci e baci a volte anche soffocanti, che il piccolino accetta con la dovuta sopportazione. Che sia indice delle future relazioni fra i due?
Ma ieri l'ometto grande ha fatto un gesto buffo, e il suono vocale che gli è venuto fuori, ha fatto ridere il piccolino, che in quanto a risate, con quella sua boccuccia sdentata, non teme rivali. Allarga a dismisura la bocca, e gli vengono fuori due gotine paffute e sode.
L'ometto, visto il sorriso del fratellino piccolo, ha spalancato gli occhi dalla sorpresa e gli ha risposto con un altro sorriso. E il piccolino di nuovo, un sorriso ancora. Non la finivano più.
Mi è sembrato come di assistere al loro primo vero incontro.