giovedì 31 gennaio 2008

I tempi cambiano

Le cose che dovrebbe fare il marito: assicurarsi che l'ostetrica sia sempre presente in sala travaglio; chiedere che ci sia silenzio e luci basse; controllare che il cordone ombelicale non sia tagliato troppo presto; evitare che il bambino sia portato via per essere lavato (non è sporco, che lo lavano a fare?); rassicurare la madre e incoraggiarla.

Una volta bastava non svenire.

Il ragazzo di vetro

"L’indomani in casa di Taneev suonò per la prima volta la Sesta Sinfonia. C’erano tutti: Rachmaninov ascoltava, la testa appoggiata ad una mano, senza distogliere gli occhi dall’autore. Gli piaceva osservarlo, mentre lui non lo guardava. Un giorno, al Bolscioi, lo aveva visto (in un momento in cui Cajkovskij era convinto che nessuno lo guardasse) completamente diverso, senza maschera. Da allora cercava di ritrovare su quel volto, pacato e affabile, l’altra espressione: fatica, angoscia, tormento.Ora Rachmaninov guardava le mani di Cajkovskij, che da gran tempo trascuravano la tecnica pianistica e suonavano meno brillantemente di trent’anni prima. Quel giorno l’emozione lo faceva suonare anche peggio. Un lungo silenzio fece seguito agli ultimi accordi.
Taneev propose a tutti di andare a fumare in corridoio: in casa sua non si fumava nelle stanze.In sala da pranzo fu servito il tè e Cajkovskij chiese a Rachmaninov di suonare il suo Rocher, poi si congratulò lungamente con lui, con grande calore.Ma nonostante quel silenzio generale, egli sapeva che quella Sinfonia era la cosa migliore che avesse mai composto. Non perché era la sua ultima fatica, non perché da anni e anni aveva voluto rispondere – per sé, solo per sé – a interrogativi cocenti e alla fine vi era riuscito, non perché quella sinfonia conteneva tutto il dolore, tutto il delirio che si celavano in lui; ma perché quella musica s’identificava più che mai con lui stesso, era carne della sua carne, sangue del suo sangue. Echeggiava dei suoi sospiri, dei battiti del suo cuore. Quella musica era realtà, e lui, al suo confronto, un miraggio.La Sesta Sinfonia era dedicata a Volodia Davydov."

“Il ragazzo di vetro. Cajkovskij”. Nina Berberova

mercoledì 30 gennaio 2008

L'ospedale dei bambini

L’ospedale pediatrico Meyer di Firenze ha da poco tempo traslocato. Da una zona centrale di Firenze è venuto a spostarsi sulle colline di Careggi, accanto all’altro ospedale illustre di Firenze. Ci siamo stati ieri, con l’ometto che ogni tanto viene a farsi bucherellare e prendere un po’ di sangue (enzimi enzimi dispettosi). E’ un posto affascinante, che detto per un ospedale fa anche ridere. Ma è così. Una specie di astronave circolare, a vetrate, circondata da un piccolo boschetto e che a sua volta circonda un giardino, illuminato dal basso da faretti discreti.
Tutto ecologico, tutto colorato, e tanto legno, tanta luce, tanto verde. E i sorrisi delle infermiere e dei dottori, quelli abituati ad avere a che fare ogni giorno con questi piccoli marmocchi che hanno bisogno di loro, che hanno bisogno di tutto.
Dire Meyer a Firenze significa dire: mobilitazione. Non c’è iniziativa sociale che non contempli una donazione al Meyer. Non c’è attenzione maggiore in città che per questo luogo, prima che fisico, morale. Forse l'ultimo vero e unanime punto di orgoglio dei fiorentini.
Quando a metà dicembre l’ospedale chiuse del tutto la sua struttura in centro per trasferirsi in queste colline di periferia, in una notte furono trasferiti tutti i piccoli degenti, compresi quelli più gravi. La città si fermò, le strade che collegavano la vecchia struttura e la nuova furono illuminate a giorno e chiuse al traffico cittadino. Tutta la città sapeva, tutta la città tratteneva il respiro. Giocolieri e clown aspettavano fuori dall’ospedale l’uscita dei piccoli pazienti. Nelle ambulanze in attesa gli autisti indossavano nasi di plastica e parrucche.
Quel trasloco si trasformò in una specie di festoso corteo. Dove dolore e sorrisi si mischiavano, in un'unica pasta. La vita, insomma.

martedì 29 gennaio 2008

Mestieri che si perdono

Per il letto matrimoniale legno di ciliegio. Per la culla dei bambini cirmolo, che manda effluvi di resina soporiferi. Per piatti e stoviglie acero. Le travi dei soffitti in larice, ma che sia larice che cresce nei costoni di montagna, dove il legno si intirizzisce di paura e si fa ancora più resistente. Deve essere tagliato i primi di marzo, di luna piena.
Metto questo ben di dio nel blog, a futura memoria. Mauro Corona raccontava domenica su Repubblica il mestiere perduto del falegname, o meglio di chi conosce il legno e sa come e quando tagliarlo e lavorarlo. Dei tempi in cui in ogni famiglia contadina e montanara c'era un falegname, e se si rompeva una sedia, si rifaceva nuova in un quarto d'ora. Sapienza dell'uomo che si sta perdendo.

Noio vulevan savuar

Sta per arrivare Renate, dalla Francia, quasi Svizzera. Nei prossimi giorni le lingue ufficiali a casa saranno (in ordine di uso): lèttone, inglese, francese, italiano. Una babele. E noi pretenderemmo pure che l'ometto cominciasse a parlare..

domenica 27 gennaio 2008

L'indignazione dei giusti

Jurij Zivago è appena tornato a Mosca, finita la guerra.
Nina Berberova è partita per Berlino, e soggiorna con il suo compagno poeta, Chodasevic, in un albergo. Nella camera accanto Maksim Gor'kij sproloquia.
Milan Kundera ha appena parlato della relazione fra "Gargantua e Pantagruel" e la nascita del romanzo moderno europeo.
Makine attende paziente, ai lati del comodino, che inizi la musica di tutta una vita.
Ma oggi mi sono riletto la pagina in cui Mario Rigoni Stern racconta una giornata sugli sci passata con Primo Levi. "Troppo comodo Mario. Troppo semplice. Tutti noi abbiamo delle responsabilità. Chi più chi meno. Ma almeno qualcuno ha provato l'indignazione del giusto."

Gli spiriti del fiume

Era bello trascorrere la pausa pranzo nell’isola dei Tiratori, fra una lezione e l’altra. L’isola era facile da raggiungere, ci si arriva dal ponte Legii, a pochi passi dal Ponte Carlo. Si chiama isola dei Tiratori perchè in questo piccolo lembo di terra in mezzo alla Vltava, in pieno centro di Praga, si istruivano al tiro i soldati cechi arruolati per l’esercito austro-ungarico.
Non era un posto frequentato dai turisti. Poche panchine, quasi sempre libere. E una vegetazione ben poco curata, vialetti sterrati, alberi frondosi, un ristorante che aveva visto giorni migliori.
Il fiume ai lati intonava la sua sinfonia. In certi momenti sembrava che Smetana fosse saltato giù dalla statua, poco distante da qui, e avesse ricominciato a suonare. Gli spiriti del fiume, i vodniki, aleggiano spesso qui intorno e si dice che inventino i più audaci tranelli, i più impensabili travestimenti, per ghermire le fanciulle praghesi.
Era un buon posto dove dare il primo bacio a Maruska. E un bel ricordo da costruirci sopra. Per questo Elia ci tornava volentieri.
Marie veniva dalla provincia morava, aveva capelli lunghi, biondi, una lunga treccia che scendeva sulla schiena. Anche il sorriso era da bambina orgogliosa, due fossette incorniciate da guance rotonde e quasi sempre rosse, gli occhi fiammeggianti sarcasmo. Sapeva di more selvatiche.
Lasko moje, lasko moje*, pronunciava come un soffio. Rugiada fresca, a saperla bere.

*amore mio

sabato 26 gennaio 2008

I bambini di Terezin

LA FARFALLA

L’ultima, proprio l’ultima,

di un giallo così intenso, così

assolutamente giallo,

come una lacrima di sole quando cade

sopra una roccia bianca

così gialla, così gialla !

L’ultima,

volava in alto leggera,

aleggiava sicura

per baciare il suo ultimo mondo.

Fra qualche giorno

sarà già la mia settima settimana

di ghetto:

i miei mi hanno ritrovato qui

e qui mi chiamano i fiori di ruta

e il bianco candeliere del castagno

nel cortile.

Ma qui non ho visto nessuna farfalla.

Quella dell’altra volta fu l’ultima:

le farfalle non vivono nel ghetto.

Pavel Friedman

nato il 7.1.1921 - morto il 29.9.1944

Poesia ritrovata nel campo di concentramento di Terezin, alle porte di Praga.

venerdì 25 gennaio 2008

Terre nutrite a neve

So immaginare com’è adesso, con la neve. Quelle pianure infinite, distese di campi che si sollevano appena e dolcemente ricadono, disegnando onde lievi. A tratti, come una improvvisa ferita, i canali per l’irrigazione, adesso ghiacciati, dove i castori hanno la tana.
Boschetti di betulle e olmi, tigli e querce, qua e là, a nascondere d'intorno i cortili e gli orti delle rare case di campagna.
Un mare bianco, a perdita d’occhio. Distanze di silenzi, a vento.
Dobele è una piccola città, nel cuore della Lettonia rurale. Nelle campagne alcuni grandi capannoni, ogni tanto a incrinare il paesaggio, ricordano i tempi dei kolchozi. Le vecchie case contadine hanno retto agli anni, al torpore, a questa neve sempre uguale, alla furia di questa storia. Tedeschi, russi, prima ancora svedesi, polacchi, sono passati di qui, hanno razziato, sconvolto, depredato, esiliato masse di persone, distrutto famiglie, logorato un’identità.
Oggi Janis berrà la sua birra, calpestando la neve sull’aia di casa. Guarderà la campagna bianca di fronte a lui. Il suo sguardo riuscirà a malapena ad abbracciare tutto l’orlo dei suoi campi.
Lui lo sa. La neve confonde le cose, gli spazi, i contorni. I tempi della memoria.
Hanno imparato il senso dell’aspettare, da queste parti. Facendosi piccoli, ventre a terra, e stringendo, coi pugni serrati, le pagine della propria storia, le melodie e le parole delle proprie canzoni. Tenace e ostinata identità.
Shashliki e birra quest’estate, Janis, sotto la veranda del tuo cortile. Per esercitare ancora il mio lèttone da combriccola di bevute, e assaporare questa campagna nutrita a neve. Spugnosa e fragile terra.

giovedì 24 gennaio 2008

Prime ferite di guerra

Un morso nel naso. Aggressore non meglio identificato, si presume di età non superiore a 1 anno e mezzo. Movente: voleva assaggiare com'era. Si presume anche l'intenzione affettuosa, come attenuante.
Nessuna ritorsione. Ci mancherebbe.

Un po' di sano realismo

Al corso pre parto eravamo l'unica coppia che ha già avuto un figlio. Insomma, ci è toccato il ruolo di quelli che già sanno, che ci sono già passati, che hanno esperienza da vendere (figurarsi!). Una sensazione di potere, le altre coppie ci ascoltavano con grande attenzione. E noi che potevamo fare? Siamo stati realistici, mica si può vivere nel mondo delle fiabe (le luci soffuse, il silenzio, i tempi dell'attesa, gli spazi e le posizioni migliori per lei, la vasca con l'acqua, il cordone resti attaccato finché pulsa..).
Gente, il mondo è sovraffollato, i reparti maternità pure, mica penserete che stiano tutti ad aspettare i vostri comodi. Fare in fretta in sala parto e non rompere le balle.
Abbiamo seminato panico. Con un perfido sorriso sulle labbra.
E comunque: rilassarsi e stare calmi.

Playlist

Il piccolo naviglio, Quarantaquattro gatti, I tre porcellini. La playlist di stamattina, nel tragitto a piedi verso l'asilo.

mercoledì 23 gennaio 2008

Istruzioni pre parto

Rilassarsi e stare calmi, rilassarsi e stare calmi, rilassarsi e stare calmi.

Farsi coraggio

Ore 17.30 corso preparto, oggi allargato ai consorti. Argomento: il travaglio.
Qualcuno che mi faccia gli auguri?

In cucina

Era un po’ di tempo che non prendevamo il caffè nella mia cucina.
Mi ricordo il giorno in cui mi hanno portato la cucina nella casa nuova, quando sono venuto a viverci da solo, diversi anni fa. Una cucina normale, uno specialissimo posto per noi dove passare il tempo a chiacchierare. Non il salotto, ma il tepore di una cucina, il caffè che bolle, un coniglio che gira per le stanze (avevo un coniglio, ti ricordi?). Il giorno che arrivò la cucina, mentre l’idraulico stava appena andando via, sei entrata tu. Dove altro potevamo passare il nostro tempo a parlare? Era un segno.
Un sacco di tempo fa avevo un libro, che ora non ho più perchè me lo ha preso una mia ex fidanzata, che conosci bene. Si chiamava, il libro, “Come siamo sopravvissute al comunismo riuscendo persino a ridere”. L’autrice è Slavenka Drakulic, che appena crollato il muro di Berlino dalla sua Jugoslavia partì per andare a trovare amiche, conoscenti, donne comuni degli altri ex paesi del est europeo. Entrava nelle loro case e le incontrava tutte in cucina. I discorsi sulla vita trascorsa, sulle sofferenze, sulle gioie, si mischiavano agli odori dei tegami sul fuoco, alle descrizioni delle torte appena uscite dal forno. Un clima familiare (immaginati per me, le cucine dell’est Europa!), un’atmosfera carica di vapori e emozioni.
Ma lo sai che me li ricordo ancora, certi profumi?
E ieri, era sempre buono il caffè?

martedì 22 gennaio 2008

Smarrirsi

Un vecchio tiene per mano un bambino, camminano nel vialetto centrale dell’ospedale. Li seguo con lo sguardo, prendono, esitanti, la strada che porta al padiglione di Radioterapia. Si fermano, un po’ incerti, il vecchio sembra cercare di leggere qualche cartello, poi piano proseguono ed entrano dentro. Perchè dentro?
Io indugio un po’ lì davanti, li aspetto. Lo so, vorrei che uscissero, vorrei vedere il vecchio sorridere bonariamente: “E tu non mi dici niente, che sbagliavamo posto. Odontoiatria è da un’altra parte, meno male che ce lo hanno detto”.
Invece non li vedo uscire. Vado via.
Penso, non ho aspettato abbastanza.

domenica 20 gennaio 2008

Un bambino conciliante

Noi non rispondiamo alle provocazioni. I coriandoli li tiriamo per aria.

sabato 19 gennaio 2008

Quel silenzio, e i caprioli

Elia partì una mattina di cielo brumoso. La prima nebbia di quell’autunno. L’accompagnammo alla stazione degli autobus, non eravamo riusciti a convincerlo ad andare in aereo. Non era la paura di volare, ci disse. Ma se fai un viaggio che cambia la tua vita, lo devi compiere metro per metro, le curve, i dossi, i colori che si confondono.
Aveva ricevuto una lettera dall’Università Karolinum di Praga, il posto di lettore di italiano era suo. Non c’era voluto niente ad accettare, neppure l’entusiasmo. Era una cosa che doveva fare, un luogo che chiamava. In fondo era semplice.
La settimana prima della partenza la trascorse da suo nonno, nell’altipiano di Asiago. Aveva bisogno di quei silenzi fra loro, del larice di fronte all’orto, del profumo dei tigli, di vedere negli occhi di quel vecchio il segno di un consenso.
I ricordi di infanzia erano troppo ingombranti in quella vecchia casa, e così in quei giorni presero sentieri, passi, radure, misurarono i passi della distanza dalle memorie più invadenti. Camminarono i prati intorno all’altipiano, i boschi che cominciavano ad arrossare, si concessero rari sguardi d’intesa. Parlarono soprattutto di animali selvatici e dei ricordi di guerra del vecchio. Incontrarono tracce di caprioli nei frassini scortecciati, mangiarono formaggio d’alpe e pane nero. A sera sua nonna accoglieva il loro ritorno con la consueta pena.
Alla stazione degli autobus sembrava ancora più buffa la sua figura alta e magra, lo sguardo imbarazzato di chi non sa salutare. Solo partire.
Prese posto accanto ad una donna grassoccia che non smetteva mai di parlare. Un bambino strillava in braccio ad una ragazza dai jeans attillati e il trucco pesante. Gli autisti caricarono con naturalezza la scorta di lattine di birra nel pulmann, e si accese il motore. Gli sfuggì un cenno di saluto con la mano e un sorriso incerto a mezza bocca, poi il suo sguardo si perse verso qualcosa da pensare.
Chi lo conosceva bene, poteva credere che fosse felice.

venerdì 18 gennaio 2008

Lontananze

Quelquefois je vois les petites lumieres dans au ciel tres tres loin, et cest si beau.

giovedì 17 gennaio 2008

Petulia chi?

Gli amici: "Ma chi sarebbe Petulia?". E' la persona che mi ha convinto a prendere in affitto questo posto qui.
Giusto per spiegare perchè Petulia (senza la quale...)

Didattica

Ieri c'è stata la prima riunione fra genitori e insegnanti, per l'iscrizione alla scuola materna del prossimo anno scolastico. Dice che la scuola materna non è un parcheggio (ah, il parcheggio!) per i bambini mentre i genitori vanno a lavorare. E' una SCUOLA, la materna. E viene incontro ai bisogni formativi dei piccolini, perchè a 3 anni si devono imparare tante cose. Si deve imparare ad esempio a modificare e ampliare il linguaggio.
Mio figlio ancora non parla. Sì, dice mamma e babbo, ma quando vuole lui. Per chiamarci preferisce emettere un suono simile alla sirena, oppure ci prende per una manica e ci trascina. Mi è venuta la tentazione di suggerigli di aspettare ormai a parlare, verso i quattro anni. Tanto per rovinargli il programma alla scuola.
Perchè c'è, il Programma! Che pensavate?

mercoledì 16 gennaio 2008

Terza ecografia

Dunque maschio. Parte la caccia al nome. Si accolgono consigli. Astenersi nomi di figli di calciatori.

Compleanno

Daudz laimes dzimsanas diena, mana mila.

martedì 15 gennaio 2008

Un natale in Moravia

Soprattutto mi ricordo una gran neve. Dalla strada principale si prende un sentiero, che dopo un centinaio di metri comincia a salire verso una radura. E poi diventa tutto bianco intorno. Camminiamo di buon passo, mi indica un punto in cima ad una collina, una casa contadina. Io dico che non è possibile. Come si fa ad andare fin lassù, solo per prendere burro e ricotta. E sacramento ad ogni passo che affonda nella neve.
In cima la contadina sorride, ci fa entrare, un quadrato di burro, un pacchetto di ricotta, una bottiglia di panna acida. E poi ripartiamo.
C’è il sole e l’aria dei meno quindici. Spilli che pungono la faccia e cristalli luminescenti. Sudo freddo dentro i tre maglioni e il giaccone, mentre scendo a perdifiato. E non riesco a smettere di ridere.
Mangiammo un dolce di ricotta e semi di papavero, quella sera di Natale. Sua madre benedì il pane prima di tagliarlo, le scaglie della carpa cucinata arrosto furono conservate per buona fortuna. E niente di quello che si posò sulla tavola quella sera fu buttato via. Perfino le briciole di pane e i torsoli di mela, messi da parte per gli animali. Poi ci furono canzoni tradizionali ceche, e versi recitati dal libro dei salmi. Faceva un buon caldo, forse per la Becherovka. In quelle notti mi addormentavo leggendo "Aspetta primavera, Bandini".
Ma soprattutto mi ricordo la neve.

lunedì 14 gennaio 2008

Risvegli

Apre gli occhi. Uno sbadiglio. Poi un altro. Dà un'occhiata ai lati. Un sorriso si disegna sulle labbra. Le guance si gonfiano. E' allora che parte l'applauso. Due piccole mani che battono.
Domenica mattina, nel lettone in mezzo a mamma e papà.

Bianche betulle, e mute

Rileggo Zivago. Perchè prima o poi doveva succedere. Perchè la mia amica mi ha trascinato nel gruppo di lettura. Perchè l’oriente chiama sempre. Specie quelli che ne sono fuggiti.
Io non so distinguere il bello e il brutto della letteratura che viene da est. Mi ci immergo e basta, come in un mare familiare, come in una nenia d’infanzia. Mi incanto al pensiero che c’è chi sa recitare l’Onegin di Puskin a memoria, come mio suocero, orgoglioso nazionalista léttone, ma braccia che accolgono poesia russa. Penso a Renate, che in Francia legge Makine e Brodskij e riavvolge i fili della sua lontananza.
No, adesso non parlerò di Nina Berberova. Più tardi, semmai.

domenica 13 gennaio 2008

Lo stato delle cose

Fabio ha due anni e mezzo. Non parla ancora. Però riconosce i numeri da 1 a 20 e tutte le lettere dell'alfabeto. Capisce perfettamente quando in famiglia gli parliamo sia in italiano che in léttone. Dicono sia così la dura vita dei bilingui. In casa circola da qualche giorno la battuta: "gli manca giusto la parola". Lui passa oltre, incurante e altezzoso.

sabato 12 gennaio 2008

E' tempo

E' giunto per me il tempo del faggio. Tempo di mettere ceppi di buon legno a fare fuoco nella stufa, e lasciare entrare nella stanza un piacevole tepore, e quel profumo di resina. E' tempo di attendere una nuova nascita, e raccogliere i fogli sparsi. Mettere ordine e prendere penna, per non farsi sorprendere, gli inverni a venire, impreparato ai ricordi.