sabato 31 maggio 2008

Piccole orme sulla sabbia

Bartleboom e famiglia domani partono per il mare. E ci restano per due settimane. Senza collegamenti e senza strumenti. Sembra quasi un'avventura.
Vorrei fare lunghe passeggiate, e respirare il mare quando viene sera. Accompagnarmi ai silenzi delle albe. Leggere buone pagine.
E poi lasciare che il resto di me se lo mangino tutto queste piccole creature che abbiamo messo al mondo.
Parole da riportare a casa ce ne saranno.

I miei occhi verso le montagne

Cinque anni dopo la morte della seconda moglie, Reb Meshulam Moskat si sposò per la terza volta.
Era un'estate aspra, battuta da un caldo insolente. Io mi apprestavo ad un nuovo inizio.
Ecco, delle notizie di cronaca, mi ricordo che moriva Diana.
Qualche settimana dopo il ritorno di Meshulam Moskat a Varsavia, un altro viaggiatore arrivò alla stazione nord della capitale. Era un giovane di diciannove anni, di nome Asa Heshel Bannet ...In tasca aveva un consunto volume, l'Etica di Spinoza, in traduzione ebraica. "Varsavia", disse forte, con una voce che suonò estranea a lui stesso, "Varsavia finalmente".
Preparavo uno strano esame, da età adulta. Messi da parte i sogni bambini, e i piccoli giochi. Messi da parte gli amori tristi e quelli incerti.
Ora vado alle preghiere della sera. Vieni con me se vuoi. Che cos'hai da perdere?
Tenevo il libro in mano, seduto in terrazza. E guardavo all'orizzonte quella collina familiare.
In bocca un sapore di albicocca. Tutto ciò che riuscivo a mangiare.
Era consuetudine della famiglia Moskat celebrare il Purim in casa di Meshulam. Nathan lesse forte il Libro di Ester.
Sperimentavo le mie forze. Provavo a resistere alla nausea. Facevo lente fughe di passo, mettendo un piede dopo l'altro, con incerto movimento.
Nel buio scorse i suoi occhi lucenti. La conosceva troppo bene perchè potesse sbagliare. Sentiva in lei una gioia misteriosa. D'un tratto ella mormorò una cosa strana: "Mazal tov".
Venivano incontro correndo bambini vocianti. Poi viravano improvvisi a caccia del pallone. Io mi stendevo sul prato di quel parco reale. Poi salivo alla terrazza che dava sulla limonaia, di fronte al giardino all'italiana. In fondo al giardino la sede dell'Accademia della Crusca. Quel libro sempre in mano.
Asa Heshel si volse verso il Babia Gora e il cielo sereno che lo sovrastava. Gli venne alle labbra il versetto dei salmi: "Alzerò i miei occhi verso le montagne, di dove mi giungerà il soccorso".

I corsivi da "La famiglia Moskat" di Isaac Bashevis Singer

venerdì 30 maggio 2008

Io se avessi una penna..

Ci sarebbe da raggomitolarsi, sotto questo cielo grigio, e aspettare che spiova. E invece si deve pensare alle valigie, al da farsi, alle cose da portare, a quelle da organizzare. Mettere in fila tutto, per soddisfare questo bisogno di efficienza e completezza che abbiamo. Eppure ci si scorda sempre qualcosa, di cui poi facciamo benissimo a meno.
Porto con me Bachmann, Vitale, Makine, Metter, Consolo, Magris, e qualche poesia di Mandel'stam, prezioso regalo ricevuto pochi giorni fa, da rileggere al suono della risacca.
E poi impacchetto un po' di pensieri, da liberare in riva al mare. Carte da decifrare, ad averne il tempo e la forza. Su fogli di cristallo, sì sarebbe perfetto. Niente altro per scrivere.

giovedì 29 maggio 2008

Variazioni Goldberg

Domani è il giorno della visita alla ludoteca musicale. Maracas e tamburelli, li abbiamo già sperimentati. Come il pianoforte dello zio. L'ometto tocca i tasti con studiata delicatezza, poi in genere si lascia andare ad un crescendo. Ma tutto deve essere armonioso.
Poi si ferma e attende l'applauso. Un narciso mai visto.

mercoledì 28 maggio 2008

Compagni di viaggio

Dunque mi hanno dato un premio. Mi arriva da Artemide (ma nel mio blog il link lo trovate come Fanny la bibliothecaire). Le sue motivazioni sono molto belle e toccanti, specie perchè dette da una persona che fa della parola la sua professione e la sua passione. E io non so come ringraziarla.
Secondo la regola del gioco, toccherebbe a me assegnare il premio ad altri blog. Cosa che mi creerebbe non pochi imbarazzi, volendone dare tanti, uno almeno ad ogni blog amico qui. Ma non sono neppure un'amante delle catene, pubblicazione di regolamenti e quant'altro. Allora sfrutto questa occasione che mi offre Artemide per parlare di tre blog, che mi hanno accompagnato fin dall'inizio. Le prime amiche che ho incontrato da queste parti.
Allora Elena, che senza la quale non ci sarebbe stato alcun faggio. Io mi ci trovo d'incanto nel suo bar, arrivo ogni mattina, respiro l'aria, prendo il caffè, e assaggio qualche pasta. E poi lei mi soccorre sempre con qualche pensiero impensato, con qualche scheggia emozionante, con un battito del cuore improvviso a sciogliere nodi in gola. E' il prezioso filo d'arianna che mi accompagna nel labirinto. E' il filo e il labirinto insieme.
E poi Stella, il mio tesoro. Il mio mare. I suoi colori e la profondità, le trasparenze e l'impeto. Un'onda continua, di vita e d'amore. Io poi la guardo a bocca spalancata, e succhio le sorprese, i sapori intensi di spezie e limone. Mi faccio bambino e le chiedo di spiegarmi, portarmi dentro il suo mondo, stupirmi con le sue invenzioni.
E poi Fiamma, che mi porta nei paesi della mia passione. Che potrei stare ore a leggere mentre descrive le sue città e i suoi libri. Che potrei stare ore ad osservare la sua libreria. Che non ce la faccio sempre a seguire con ordine i suoi spostamenti, in continuo movimento ma con una leggerezza che rende tutto naturale e bellissimo. Colori pastello.

Bloc notes

Ho questo bloc notes fra le mani. Al nido chiedono ai genitori di scrivere qua sopra qualche nota sui nostri figli che frequentano l'asilo. Poi mettono tutto nel diario del bambino, a futura memoria.
Io proverei a metterci dentro il blog, ma mi sa che tutto non ci sta.
Allora forse qualche fotogramma. Quello di ieri, quando era fermo sulla soglia di casa dei nonni, il pallone sotto braccio e la nonna che lo tiene per mano, mentre mi osservava ripartire con la macchina. E io che guardavo dallo specchietto retrovisore, sembrava di essere al cinema.
Guardo mio figlio che impara le assenze.
E i ritorni, quando poi gli arrivo in silenzio alle spalle, e lui gira la testa piano, spalancando un sorriso. Come al cinema, appunto.

Pezzi di vetro

Ecco, oggi sarebbe un giorno per rimettere insieme i pezzi di vetro colorato sparsi per terra. Fare un collage, posarli uno accanto all'altro guardando se coincidono i lati e gli angoli. I sorrisi del più piccolo. Le guance di latte. Le ombre della sera. Le capriole dell'ometto. Le lacrime da asciugare. Il tempo che passa. Il tempo che non basta. La fatica che prende le gambe. I nodi in gola. Il budino da mangiare insieme, la sera. Le piccole ansie. Le storie da raccontare a letto. La voglia di liberare i pensieri.

martedì 27 maggio 2008

It's the economy, stupid!

In un centro commerciale (quello di destra, non quello di sinistra) di Sesto Fiorentino, avevano organizzato un angolo giochi con tanto di educatrici, per intrattenere i bambini dai tre anni in su mentre i genitori facevano la spesa. Tipo Ikea, si avete capito bene. Solo che essendo il centro commerciale in questione notoriamente meno sensibile di altri ai temi della solidarietà e della famiglia, questa scelta mi aveva sorpreso, piacevolemente.
Bene, dopo qualche anno e lunghi lavori di ristrutturazione, al posto dell'angolo giochi hanno allargato il bar e banco ristorazione. Con tanti tavolini eleganti, liste di menu di cocktails e dessert ai tavoli. Insomma, tutto torna regolare.
L'ometto che sta per compiere tre anni è arrivato tardi. Anche lui travolto dalla necessità di crescita del Pil.
Però a spiegarglielo ci provate voi.

PS: quello di sinistra, di centro commerciale, neppure ci ha pensato, di metterlo l'angolo giochi co le educatrici. Giusto per precisare.

Orgoglio nazionale

Tornando sull'Eurofestival. Che Medvedev avesse telefonato a Dima Bilan (vincitore russo dell'Eurofestival) per congratularsi, era una notizia che mi mancava.
Come pure la dichiarazione di Putin: «La Russia ha imparato a vincere, ora niente è impossibile». (sic). Una cosa più russa di così non si può.
Di qua dalla cortina di ferro rosicano, invece.

lunedì 26 maggio 2008

Una volta c'erano gli Abba

La famiglia Bartleboom, che ha queste mescolanze dell'est europeo, segue con un qualche interesse, per lo più nostalgico e macchiettistico, l'Eurofestival. Anche poi per motivi nazionalistici, la Lettonia lo ha vinto alcuni anni fa.
Io me lo ricordavo da bambino, un'edizione che vinsero gli Abba, con Waterloo. Insomma bei tempi.
Oggi è un'altra cosa, ed è seguito in particolare nell'Europa dell'est e dei balcani. Per la verità a forza di allargarsi ad est siamo arrivati all'Armenia e all'Azerbaigian. Quest'anno la sede era Belgrado e ha vinto un russo, tale Dima Bilan, si dice della scuderia di Alla Pugaceva (Fiamma mi capisce). A me piaceva il gruppo della Bosnia Erzegovina, due pazzi scatenati, ma almeno musica un po' vicina alla loro tradizione. Altri paesi portano cloni patetici di Celine Dion o Justin Timberlake, il che mi sembra una sconcezza (l'originale, figuriamoci il clone). E poi ormai tutti puntano solo su effetti speciali e coreografie.
Il fatto è che vota il pubblico di ogni paese partecipante, e ogni paese partecipante può votare tutti tranne il proprio rappresentante. Per cui alla fine vincono i paesi che hanno rappresentanze abbastanza diffuse di cittadini all'estero. I russi, dall'Armenia al Baltico, fanno cappotto.
Che dire, una cosa superflua (gli Abba non ci sono più, davvero!). Però fa un mare di tenerezza.

Un biscotto

La domenica mattina poi capita che rimani sul lettone con il piccolo ranocchietto, che a tre mesi ti fa già gran sorrisoni e smorfie da pubblicità Sangemini. Mentre di là in cucina l'ometto fa colazione con sua mamma. E se sei un padre che si fa venire gli scrupoli, allora ti viene da chiederti se l'ometto si è accorto della tua assenza, e se magari si sente un po' geloso del babbo che resta a giocare sul lettone con il fratellino piccolo.
Poi certe risposte vengono da sè. Perchè l'ometto compare sulla porta di camera, salta sul letto e mi offre un biscotto. E non un biscotto qualsiasi. Un biscotto al cioccolato, dei suoi preferiti.
Roba da sciogliersi.

venerdì 23 maggio 2008

Quel silenzio, che poi ci copre

E' il silenzio, quando tutti qui ormai dormono. E' il silenzio allora, che si impasta con questa stanchezza degli occhi e questo sonno arretrato. Ma è il silenzio che mi tiene sveglio di fronte alla notte, che mi concede pensieri inattesi, libertà quasi inconsuete. Neanche Napo si aspetta più tanto lusso, saltarmi addosso e appoggiare le sue zampe sulle mie braccia. Mi morde di una felicità sommessa. E nessuno dei due sa più bene come muoversi in tutta questa assenza, come dentro una coperta di cotone soffice che si sfibra dolcemente all'alba. Allora, tutto si infrange.
Ma adesso mi stringo addosso questo silenzio fragile. Domattina poi, i sorrisi e i suoni.

Che di pane e parole si vive

Ecco, mi sembra di vederlo, viso rotondo, i capelli già bianchi, le folte sopracciglia scure. Il prof. Anatolij Nepokupnij, illustre studioso di lingue baltiche, sul treno che lo porta nella provincia di Stara Vizva, regione della Volinia. Ha appena saputo che da quelle parti è ancora in vita una parola prussiana, lingua estinta ormai da secoli, sorella delle lingue baltiche. Il rumore del treno si confonde con i pensieri del professore, che rilegge il testo di un documento antico "nel 1677 morì l'unico anziano che, nella penisola di Curlandia, sapeva ancora il prussiano". E dalla Curlandia di quel periodo evidentemente qualche parola era riuscita, chissà come, a migrare per altri paesi e a resistere al tempo.
Il prof. Nepokupnij gira nel mercato del paese, frequenta le locande, visita le famiglie contadine. Finchè un giorno lo trova, quel fonema che viene da un mondo estinto.
La parola prussiana che ancora sopravviveva, in quella regione sperduta dell'Ucraina, era "geitka", cioè pane. La usavano gli "snaideri" di quella zona, ovvero i sarti che nei secoli passati giravano per la Polonia e le regioni baltiche, ad offrire il proprio mestiere ai clienti di quei paesi. Si riportarono dietro le parole che impararono dal ceppo prussiano. Allora il pane, nelle loro case, divenne geitka, parola che possiede la stessa radice dello "žít" slavo, il vivere insomma. E da qui l'ucraino žíto, per il grano.
Allora mi immagino il professor Nepokupnij, nella casa di campagna di un pronipote di quei sarti galiziani, in cerca della sua geitka. Una fetta di pane imburrato, sul suo piatto. Con il sale, come augurio di benvenuto, secondo la tradizione slava. Me la immagino, la sua felicità.

Il pontile sul lago

Il nonno, quello del nord, ieri sera ci ha telefonato da questo posto qua. Nel nord della Lettonia a pochi km dal confine con l'Estonia, dove c'è la storia di un po' di bisnonni e avi di questa famiglia multietnica che siamo. Nel laghetto la scorsa estate ci ha nuotato anche l'ometto, e le paperelle hanno avuto la loro parte di briciole di pane. Ieri ci raccontava dei suoni degli animali del bosco e del lago, e del tramonto nei riflessi dell'acqua, coi colori che ancora conserviamo negli occhi e nelle foto.
A pochi metri da lì i resti dell'albergo del bisnonno, distrutto nei giorni della guerra. Ora ci sono solo le rovine, monconi di costruzione mangiati dalle piante del bosco, nei lunghi anni dell'era sovietica. Ne resta la foto degli anni '30, nel suo splendore: una grande villa bianca in stile coloniale, con tutta la famiglia schierata davanti.
E' sopravvissuta la grande sauna tutta in legno proprio sulla riva, rimessa a posto per renderla abitabile, che termina con il lungo pontile sul lago, quello della foto.
Il nonno ora ha costruito ad un centinaio di metri dal lago una nuova casa. Ci vorrebbero braccia buone per coltivare il terreno intorno, e per lavorare i frutti del bosco. E qualche volta in effetti ci penso, che ci facciamo noi, ancora qui?

mercoledì 21 maggio 2008

Convocazioni

Anche qui siamo in fase di convocazioni, per la prima quindicina di giugno al mare. In preallarme al momento sono Simenon, Makine, Consolo, Bachmann, Steiner, Scholem, Serge, Buber, Vitale. E Camilleri, sennò che vacanza è?
Si, anche la Pimpa, certo. Cassano no. Fanno già abbastanza casino gli ometti.

lunedì 19 maggio 2008

Come la piccola sarta cinese

Non so com'è, ma non riesco a rinunciare, periodicamente, alla mia dose di Balzac. Poi lo so, è un professionista del romanzo, è tutto così ben costruito che suona artificiale, anche quando si immerge nei bassifondi parigini. Anche quando descrive, con la consueta immensa dose di dettagli, la vita di campagna della profonda provincia francese. Ma affascina sempre, con quei personaggi trabordanti grettezze e miserie, dove a tratti s'illumina qualche squarcio di eroica bontà.
Come papà Goriot, che si annulla nelle sue figlie, il cui amore per loro ha reso alla fine povero e reietto. Troppo stupido si direbbe oggi, come del resto si diceva a quel tempo.
Ecco, uno ci si aggrappa a quel tipo di bontà incosciente e imbarazzante. Che esista da qualche parte, almeno.

Lumachine

Ci ha sorpreso la pioggia, l'altra sera con l'ometto, mentre eravamo andati a buttare le bottiglie di plastica e poi a vedere cosa facevano i gattini ai bordi della stazione. Poi un corteo di lumachine, ad illuminargli lo sguardo. Contarle tutte, fino all'ultima. E correre a dirlo alla mamma. Che importa, bagnarsi pure.

sabato 17 maggio 2008

A cena con mia moglie

Ora che ci siamo ripresi uno squarcio di sera, mi porterei via quel tuo sguardo tutto per me. E ti racconterei di nuovo i miei pensieri, quelli che arrivano da soli, quelli che non c'è mai il tempo, e quelli troppo grandi per trasformarli in parole. Per accorgermi, con sorpresa, che prendono sempre la loro strada consueta, per arrivare fino a te.
Poi giocare, un momento ancora, coi tuoi capelli.

venerdì 16 maggio 2008

Abitudini

Urla da scannatoio ieri nel negozio di calzature, per cambiare scarpe e provarsi i sandaletti estivi.
E' che noi ci si affeziona alle cose.

giovedì 15 maggio 2008

Il bozzolo di seta

Ti vorrei avvertire: siamo tutti qui intorno ad aspettarci progressi, perchè poi a settembre inizia l'asilo quello vero, e con ventotto bambini e una maestra non è che possono stare dietro a te se non parli e non ti fai capire.
Si lo so che a piccoli passi, ti stai avvicinando, che qualcosa cominci a dire, che l'esplosione di parole sembra dietro l'angolo. Ma qua fuori, vorrei avvertirti, si aspettano tutti molto, molto di più. E stanno studiando contromisure.
Davvero, piccolo mio, vorrei avvertirti. A settembre è stabilito che tu sia decisamente più grande, l'organizzazione è questa, non è che puoi arrivare tu e stabilire tempi diversi.
Vorrei avvertirti, metterti in guardia. Però detto fra noi, lo so che magari ti piacerebbe restare al nido qualche altro mese, ora che ti ci muovi così bene, che giochi con tutti, che abbracci così a lungo le maestre, che sei il protagonista di tutti i giochi di movimento.
E io, resti un segreto fra noi, ogni tanto lo riavvolgo volentierei, il tuo bozzolo di seta. Ma non dirlo a nessuno.

mercoledì 14 maggio 2008

martedì 13 maggio 2008

La palla magica

Com'è che ci si innamora sempre, all'inizio, dei vizi dei nostri figli?
L'ometto stringe nel pugno una palla magica, di gomma colorata. Da qualche giorno è la sua compagna custode, quella con cui si addormenta, che l'accompagna ogni momento, che porta all'asilo, per farla vedere agli altri bambini e poi custodirla nell'armadietto. Apre il suo sportellino, per simbolo la chiocciolina, e la palla resta lì ad attenderlo fino alla fine della giornata. Compagna fedele.
E poi, come ha insegnato lo zio, si gioca a nasconderla sotto la maglietta. E poi certo mostrarla a quel buffo fratellino che già gli ispira i primi baci e le prime carezze, difficili però da modulare, nella sua frenesia amorosa.
E la sera quella palla resta lì, in mezzo a noi due, mentre distesi sul lettone grande leggiamo le storie buffe di Giulio Coniglio.
Poi la notte passa una mano adulta di padre, a toglierla dal lettino, e a farsi scappare un sorriso.
Non è ancora il tempo del "sei troppo grande". Il tempo è ancora questo qui, che stropicciamo con gusto. Finchè si fa stropicciare.

Questa nostra terra aspra

Verrebbe da credergli, alle menzogne della notte. Specie quando sono narrate da una penna così densa di umori come quella di Bufalino.
Un Decamerone cantato in un palcoscenico ottocentesco-risorgimentale, abitato da briganti d'aspromonte, capitani di ventura, circensi di strada, nobili da fazione anti borbonica. Storie impastate di sangue, terra agra, amori mangiati sopra rocce dure, odii riposti come gemme preziose, grumi di passioni e violenze, eppure di poesia e di nobili azioni.
Ogni tanto infilare il capo in questo mare ribollente si deve. Ma non è solo l'ammirazione per questa scrittura, e il sapore intrigante che cova sotto la storia.
E' che di quei grumi irrisolti siamo la carne, questa storia di paese brigante.

lunedì 12 maggio 2008

Due

Che poi basterebbe che certe sere facessero il giro e tornassero ad un punto di partenza qualsiasi. Tanto che ci fosse il modo di incrociare gli sguardi e restare in bilico giusto quel momento prima di deciderne la direzione.
Quando bastava scegliere quale vino aprire e su che musica appoggiare quel tenue luccicchio delle candele.
Poi sulla mia spalla i tuoi pensieri sciolti. Fini capelli baltici, impalpabili.
Senza molto altro da dire. Tempo per noi.
Mes divi.

domenica 11 maggio 2008

Noialtri

"Mia figlia cresceva. Ormai spuntava da dietro la sedia.
Ricordo che una volta tornò dall'asilo. Senza neppure essersi tolta il cappottino, mi chiese:
- Vuoi bene a Breznev?"
Irresistibile Dovlatov

giovedì 8 maggio 2008

Per chi dovesse arrivare

Qui fa un bel caldo. Un maggio fragoroso, di vento e di sole.
Battibecchiamo come nostro solito su questioni di bassa cucina: abbiamo messo a posto i lavavetri e ora ci dedichiamo ai mendicanti, ma con la cortesia dovuta e le buone maniere imparate alla scuola delle Frattocchie.
Della seconda pista di Peretola si discute solo per fare un po' di baccano, ma poi il nostro aeroporto ci piace così: un loft carino e familiare, per piccole riunioni fra amici.
E ci siamo perdutamente innamorati dei progettisti di termovalorizzatori. Isozaki, per dire, ha avuto molto meno successo.
Abbiamo del resto un ottimo vino. E colline in festa, con tutto questo straboccare di verde e di gemme. E' vero, basta fare un passo fuori confine, sarà perchè ci vivo fuori confine, e tutto diventa un tripudio per gli occhi. E un sorriso più sincero.
In Val di Pesa, faccio un esempio, ci sono panorami bellissimi in questo periodo. E profumo di magnolie in fiore.

Non fatemi alzare la voce

Domani faccio il docente. Corso di aggiornamento su software di prenotazione e accettazione di prestazioni sanitarie, nel mio megaiperospedale. Come alunni personale amministrativo, tecnico -ospedaliero, infermieri...
Mi sembrerà di tornare indietro, quando facevo l'allenatore di calcio di squadre giovanili. Ci metterò mezzora solo per farli stare zitti.

mercoledì 7 maggio 2008

Uno

Perchè qui ci sono stati anche i giorni dei silenzi.
Quei passi vuoti da una stanza all'altra.
Perchè qui c'è stato un tempo dell'uno. Solo.
Un tempo in cui tutto era da imbiancare e immaginare. Porte da verniciare di blu intenso ascoltando musica ad alto volume. Due mani che si sporcavano.
Qui una volta c'era il tempo di guardare fuori dalla finestra e immaginarsi un cielo diverso. E fissare il soffitto dal letto per fare nottata con pensieri superflui.
Ogni cosa al suo posto, ogni posto per una cosa. In disordine solo i pensieri.
E una cucina senza schiamazzi e tazzine messe in fila, dove ricevere un'amica e scioglierle addosso i nodi in gola rimasti a togliere il fiato.
Qui c'è stato un tempo che sembrava eterno, e invece era il minimo indispensabile. Anni da aggiungere come vertebre sulla spina dorsale.
Un tempo ora chiuso in questo guscio di noce, che succhio a volte per ricordarne il sapore.

Le menzogne della notte

Ieri sera, messi tutti a letto, si fluttuava dalle storie fantastiche ed esilaranti degli avi di Dovlatov, al sapore denso e speziato delle descrizioni di Bufalino.
Nel mezzo ad un sonno ormai arretrato e abituato ad aspettare in un angolo degli occhi. In sottofondo, ma proprio sottofondo, Amy Winehouse.
E Napo a fare fusa, appallottolato sulle mie gambe. Per una volta, ridivento il suo territorio.
Come ai bei tempi, stavo per dire. Ma sarebbe stata una bugia, in fondo.

Adulazioni

Ora che hai imparato a sorridere, a spalancare quella boccuccia senza denti e strizzare gli occhiettini, con le fossette che appaiono festanti in mezzo alle guance, non è che puoi pensare di pagarci così ogni volta.
E dormi, ogni tanto!

martedì 6 maggio 2008

Prove di dialogo ai giardini

Ma tu, bambino, come ti chiami?
....
Mattia? Filippo?
....
Iiiii? Ma iiiii come?
....
Vabbè, ciao.
Aaoo.

lunedì 5 maggio 2008

Quel poncho

Ora pensavo a te, e a quel papero che ero. Che, chissà, forse sono ancora.
E a quei verdi intensi, nelle colline sopra Coverciano le domeniche pomeriggio. O il gelato alle Cave di Maiano.
Eppure quei silenzi, che a volte ci opprimevano, poi scoppiavano in risa fragorose, e in parole meditate. E tu ne eri la campionessa. Io a occhi aperti, a sciogliere il tuo sguardo indagatore con qualche ironia. A me riservavi quella parte maestra.
Tutta roba che ci è rimasta addosso, da qualche parte.
E poi quella sera che la guinness ti andò alla testa, e quelle risate che sembravamo due ubriachi.
E ora pensavo a quel poncho che portavi l'altra sera.
Mi dava la sensazione di un abbraccio, che meriteresti. Tutto quanto.

Le ragioni della politica

Ieri Barbara: "Ma tu sei il babbo, lui deve comprendere la tua autorità. Se gli dici qualcosa, devi cercare di fare in modo che obbedisca".
E io invece ogni volta a fissare incontri bilaterali delle rispettive diplomazie, alla ricerca di una mediazione, di un punto di incontro. Di spiegare le ragioni per cui, di far intravedere una prospettiva di miglioramento della situazione. Di analizzare il quadro generale e raggiungere un accordo basato sulla comune e reciproca soddisfazione. Già.

domenica 4 maggio 2008

Un cuore semiboemo

Era l'idea del paese liberale nato negli anni '30 con Masaryk, culla di incrocio delle culture mitteleuropea e slava, incastonato nell'Europa centrale, che la Cecoslovacchia degli anni '60, i suoi figli migliori, cercavano di riportare in vita. Follia degna di un Arcimboldo dell'era rudolfina, questo sogno nato nel cuore della cortina di ferro, con i carri armati sovietici acquattati ad ogni angolo di strada e pronti a ruggire fuoco.
"L'ora di Praga" racconta questo periodo con la penna di Ripellino nelle corrispondenze scritte per l'Espresso, che si fa asciutta, abbandona i virtuosismi e fa cronaca di quegli anni. Il suo cuore di semiboemo palpita ad ogni pagina, narra questa giovane e fragile pianta della cultura ceca che si risveglia, che sboccia in mille fiori, si fa teatro d'avanguardia, samizdat, letteratura di denuncia, rappresentazione ironica e burlesca della realtà comunista. Havel, Kundera, Kreica e il suo teatro "Za Branou", Vesely e il suo Literarni Listy, Kolar, il grande Seifert, i roghi di Palach, Hlavaty, Zajic, l'eroe di guerra Smrkovsky e il "tenero e inossidabile" Dubcek.
Poi i carri armati sovietici uscirono dalle loro tane, e i giovani figli della migliore cultura ceca dovettero tornare a farsi "gente di catacombe e miniere".
Anche il mio piccolo cuore semiboemo sembra rimasto lì a sanguinare, con quello di Ripellino. Che non potè mai più ritornare nella sua patria d'adozione.
"Com'è duro parlarsi a distanza,
quando l'armadio del cuore
vorrebbe aprirsi in un fiotto di chiacchiere.
Eppure vedrai, se verrai: dopo secoli
non avremo che dirci, vi sarà solo un attònito,
goffo, appallottolato, bruciante silenzio." (Lo splendido violino verde)

sabato 3 maggio 2008

Le dita che s'intrecciano

Ecco, un sole appropriato.
La città che scorre dal finestrino del treno. L'ometto si stropiccia distrattamente le mani, come ogni volta che lo prende l'emozione.
La ragazza di fronte a noi ci guarda e sorride.
Lui sta seduto coscienziosamente al suo posto. Concede alcuni minuti da adulto.
E spalanca gli occhi. Su tutto.
Io lo guardo come si guarda un arcobaleno, con il timore che scompaia appena volto gli occhi.
E poi Firenze si apre su se stessa, giravolta con la testa per prendere tutta Santa Maria del Fiore.
Il ritorno in autobus non riserva minori emozioni. Frenate e ripartenze, sorprese di movimento e di spazio, e risate a simulare spavento.
E poi le nostre piazze, le solite giostre, la schiacciata all'olio. E raggiungere il ranocchietto a casa, che ancora non sa tutto questo.

I ragazzi, il fiume e il bosco

Era venuto da Šumperk Jan Zajic, con il suo cappottino striminzito, le scarpe fradice, aveva fatto lo sciopero della fame sotto il monumento a San Venceslao, e poi rinnovò il gesto di Jan Palach, del mese prima. Ha lasciato scritte queste parole: "So quale grande ferita io vi porto con questo gesto, ma non adiratevi con me. Non lo faccio perchè mi nausei la vita, ma proprio perchè la stimo troppo. Con la mia azione forse vi assicuro un migliore destino. Ma io voglio molto, e perciò devo pagare molto. Dopo la mia azione non cedete alla grettezza. Non dovete mai conciliarvi con l'ingiustizia, qualunque essa sia. La mia sorte vi lega a questo impegno. Cercate che non facciano di me un pazzo. Salutate i ragazzi, il fiume e il bosco".

"L'ora di Praga", Angelo Maria Ripellino