lunedì 30 giugno 2008

Riconoscersi

E' successo poi che i due ometti si sono scambiati un sorriso.
L'ometto grande è molto generoso in effusioni verso il piccolo. Si profonde in abbracci e baci a volte anche soffocanti, che il piccolino accetta con la dovuta sopportazione. Che sia indice delle future relazioni fra i due?
Ma ieri l'ometto grande ha fatto un gesto buffo, e il suono vocale che gli è venuto fuori, ha fatto ridere il piccolino, che in quanto a risate, con quella sua boccuccia sdentata, non teme rivali. Allarga a dismisura la bocca, e gli vengono fuori due gotine paffute e sode.
L'ometto, visto il sorriso del fratellino piccolo, ha spalancato gli occhi dalla sorpresa e gli ha risposto con un altro sorriso. E il piccolino di nuovo, un sorriso ancora. Non la finivano più.
Mi è sembrato come di assistere al loro primo vero incontro.

Peredelkino

Ecco, ad un certo punto tutto si ferma. Come nell'attesa di questo temporale estivo. Cielo che si fa fuliggine, un vento impastato di odori di foglie umide, che ingrossa inesorabilmente. Boati sordi all'orizzonte.
Mia moglie che guarda speranzosa oltre le colline questo fronte di nuvole basse che corre verso casa nostra. L'ometto che sul triciclo fa il giro delle stanze.
E io sto fermo. Aspetto il temporale e leggo le poesie di Ripellino. In silenzio e a bocca aperta. Le parole se l'è prese tutte lui.
Ma che altro fare? Evtušenko un giorno arriva da lui e gli dice: dai domani andiamo a trovare Pasternak a Peredelkino. Una cosa del genere, insomma, io è come se la vedessi. E anche l'abbraccio generoso e caldo di Pasternak al suo traduttore italiano. E il pranzo, nella dacia, la moglie di Pasternak a capo tavola. E lui che gli parla della Cvetaeva, e di Bunin e Cechov.
Ecco, va bene così. Le parole se le prendano loro, che io leggo.

sabato 28 giugno 2008

Coup de théâtre

Mentre già mi prefiguravo con due gendarmi accanto, che salivo al Castello di Praga per essere interrogato, come il signor K., il pacco coi libri è arrivato a destinazione. Non c'è stato bisogno di recuperare il cedolino, che poi magicamente è spuntato fuori la sera, a consegna avvenuta.
Ma comunque, Kafka e Praga un po' c'entrano lo stesso. Secondo me il pacco è arrivato perchè dentro c'erano le poesie di Ripellino. Magia insomma.

venerdì 27 giugno 2008

Der Prozess

Ho ordinato un po' di libri su Ibs. La mia prima volta, ebbene sì. Ho passato giorni di tensione e angoscia, mentre verificavo i tempi di attesa, i libri già pronti, quelli "in corso". Poi mi è arrivata la mail che mi avvertiva che il pacco era stato spedito. Ti arriva entro 24 - 48 ore, diceva.
Mi sono rilassato, ho pensato, guarda un po' che efficienza!
Ieri mattina gliel'ho detto a mia moglie. Guarda che da stamani ogni momento è buono, per ricevere il pacco. Lei mi guarda scettica come per dire "ma vuoi che non conosca le poste in Italia? Ma dai, accompagnaci fuori ai giardini che portiamo un po' fuori Daniele finchè non è troppo caldo".
Io resisto ai giardini per dieci minuti con grande agitazione, poi guardo l'orologio e torno a casa. Non si sa mai che arrivino adesso.
Nella cassetta postale, ovviamente già mi aspettava il cedolino "consegna non effettuata per assenza destinatario. Telefonare al numero verde, comunicare il numero della ricevuta per ritirare il pacco".
Ecco, poi sapete com'è una casa con due bambini piccoli e un disordine irrefrenabile. Non trovo più il cedolino. E nessun numero verde vorrà mai ammettere, che si possa perdere il cedolino. Mi sento già dentro un processo kafkiano dal quale non uscirò vivo.
Vi farò avere notizie, se riesco...

Una contessina Rostov

Irina arrivò la prima volta in un pomeriggio infuocato di inizio giugno. Scese dal pulmann in mezzo a tanti altri bambini come lei. Il volo Minsk - Forlì, e poi in autostrada fino a Sesto Fiorentino.
Irina a quell'epoca aveva dieci anni, e si presentò con due treccie infiocchettate, come fosse il primo giorno di scuola. Pelle bianchissima, occhi di un azzurro tenue, sorriso smarrito.
Era buffo pensare poi, a fine giugno quando tornava via, com'era diversa. La carnagione bruna di puro sole italiano, i capelli sciolti a ragazzina ribelle, il sorriso spavaldo e sicuro, l'entusiasmo di un'avventura inebriante.
Li chiamano i bambini di Chernobyl'. Anche se molti neppure provengono dalla regione di Gomel, quella più colpita in Bielorussia dalle radiazioni. Irina vive a Minsk, ha una buona famiglia, numerosa e unita. E il suo sorriso non nasconde ombre di paura.
Ne abbiamo visti tanti, peraltro, in quel gruppo di bambini arrivati con lei, occhi smarriti e persi, giunti da famiglie distrutte da alcol e violenze, altri orfani, piccoli cuccioli inermi, eppure gonfi di energie e amori da spendere.
Non facemmo quell'esperienza per imparare a fare i genitori. Ci sembravano buffe anzi, quelle coppie che si facevano chiamare mamma e papà, che giocavano per un'estate a fare una famiglia.
Avevamo un'estate libera, e potevamo parlare russo con il bambino che ci avrebbero affidato. Ci sembrava uno spreco non usare queste possibilità. Così Irina ebbe anche quella piccola fortuna.
Venne da noi per tre estati consecutive, come previsto. La seconda estate, mentre era da noi, nacque l'ometto, ma noi non volevamo rinunciare a darle la gioia di tornare in Italia. L'ultima estate che venne, poi, quando l'ometto aveva un anno, quasi giocava lei a fare la mamma.
Ira ora ha quattordici anni, ama sempre il colore rosa, i disegni e i pensieri in italiano che ci manda per posta sono piccole gemme d'amore. E' bravissima a scuola, come pure al corso di danza.
Quando non voleva qualcosa pronunciava il suo "nichacciù"con la boccuccia stretta e aristocratica di una contessina Rostov.
Pakà, Ira. Pakà...

mercoledì 25 giugno 2008

Mimmi

La prima parola classicamente fiorentina pronunciata dall'ometto è "mimmi". Il contesto della frase intera sarebbe "dai usciamo che si va a mimmi". Lui però ha imparato a dire "mimmi" e basta, che tanto tutti capiscono.
Anche la mamma lèttone, che ormai ha sciacquato abbastanza panni in Arno.

martedì 24 giugno 2008

I fochi di San Giovanni

Oggi San Giovanni, giorno di festa a Firenze. Stasera i "fochi", tutti andranno sui lungarni con gli occhi rivolti verso piazzale Michelangelo.
I sestesi i "fochi" invece li guardano dall'alto. Si sale su per la bellissima strada romana in pietra che porta da via di San Giovanni (per l'appunto), e si arriva alla chiesa della Castellina, dove c'è un fantastico panorama di Firenze. I più esigenti salgono fin su a Monte Morello. Ma ci vuole la macchina, e risulta meno romantico alla fine, anche se più gettonato.
Noi con gli ometti, andiamo alla Castellina. Dove la loro mamma vide il suo primo panorama serale di Firenze. Ci potevamo permettere serate romantiche, allora...

domenica 22 giugno 2008

Un'alba estiva

Alle sette di questa domenica mattina, già allagata dal sole, mi sono ritrovato per strada con il piccolo ranocchietto, che ha come sua abitudine consolidata il risveglio all'alba. Usciamo dunque, per non disturbare il sonno del fratello più grande e della mamma, che però non resiste dall'affacciarsi in terrazza per vederci mentre andiamo via.
Me lo porto in marsupio il piccolo disturbatore, perchè a lui piace molto viaggiare così, e perchè, confesso, i padri con il marsupio fanno sempre la loro porca figura.
Sesto Fiorentino a quest'ora, in questa domenica mattina di giugno è quasi deserta. Pochi anziani in piazza della Chiesa, donnine che affrettano il passo per prendere i primi posti dentro la Pieve per la prima messa. Passiamo piazza del Comune e ci infiliamo in una pasticceria, a riscuotere la dovuta ammirazione di cassiera e barman, insieme al cappuccino. Il ranocchio alterna piccole dormite e risvegli, e io mi stringo al petto questo fagottino. Penso, finchè posso queste domeniche mattina che gocciolano miele me le voglio assaporare. Forse ha ragione lui: per dormire ci sarà tempo, poi.

Luce di neve

In questo pomeriggio, non so com'è uscito fuori, il ricordo di un viaggio. L'ultimo che ho fatto in Repubblica Ceca, ormai anni fa. Una notte di viaggio dentro un autobus, una vigilia di natale di tanti anni fa, a salire le Alpi, per poi scendere da Graz a Vienna, fino a tuffarsi nelle campagne bianche di neve della Moravia.
Avevo con me un libro di John Fante che mi accompagnò per tutto il viaggio. Ero abituato da anni a fare quel viaggio, su quella linea di autobus. Ero abituato al chiacchiericcio sommesso delle donne ceche, alle acconciature improbabili delle donne di mezza età, ai jeans attillati e pieni di lustrini delle ragazze modelle, agli schiamazzi dei bambini che tornavano a rivedere i nonni materni, a quell'andatura sussultante e familiare del pulmann.
Quello che mi piaceva di più era la notte. Quando sei in pulmann e viaggi di notte qualsiasi musica diventa bellissima. E sembra un film, la striscia di strada che ti scorre sotto, le luci delle case a breve distanza, quel contrasto fra l'attimo brevissimo di quelle scene di vita che immaginavo dentro le finestre illuminate, e il lunghissimo, dilatato, immenso minuto in cui era sospeso il mio viaggio.
La notte arrivava in genere alle porte di Klagenfurt. E poi la strada cominciava quel lungo e tortuoso cammino costellato di piccoli paesi e stelle in cielo, fino a raggiungere Graz. Sfidavo il mio sonno a cedere il posto al fascino di quelle notti sospese, a quello scorrere di immagini inafferrabili. Quella notte di dicembre la fortuna mi aveva concesso compagna una neve soffice, che rifletteva la luce di una luna possente.
Vienna giungeva alle prime luci dell'alba. Aspettavo la ruota del Prater come quando si saluta il vicino di casa uscendo la mattina per andare al lavoro. E in bocca un sapore asciutto e dolce, di attesa di caffè. Lasciata Vienna il confine con la Repubblica Ceca, e poi Brno, apparivano all'improvviso, dietro l'angolo. Erano già le campagne morave, quelle distese bianche di neve. Era già profumo di chlebičky appena sfornati, era già tempo di riascoltare quell'eco metallica e incessante, fra lo stomaco e le costole, come un battito del cuore.

giovedì 19 giugno 2008

Ci scusiamo per il ritardo

Ecco, alla fine, poi, ci siamo decisi. A prezzo di infiniti sforzi, e innumerevoli ritrosie.
Ponendo in mezzo trattative estenuanti, trabocchetti malriusciti, ricompense mai abbastanza allettanti.
Argomentando seri motivi di opportunità, persino richiamando ad una presa di coscienza di dignità personale, che a tre anni davvero non ci si può ancora esimere. E poi le attese della comunità locale, delle istituzioni scolastiche addirittura, in vista del passaggio all'asilo superiore.
Insomma, alla fine sì, ce l'abbiamo fatta. La pipi sul vasino, s'intende.

Musica di vento che chiama

Questa sarà la prima estate, da diversi anni, che non torniamo in Lettonia. Ci prendiamo un anno di pausa e di tempo. Eppure quanto manca, già solo al pensiero.
Le passeggiate nei giardini dell'Esplanade, mentre gruppi di anziani giocano a scacchi nelle panchine del teatro all'aperto. I palazzi Jugendstil di Mikhail Eisenstein in Elizabetes Iela, il parco giochi di fronte all'ambasciata americana, dove l'ometto correva in mezzo a bambini lettoni, russi, e yankees.
E poi i saponi profumati di Stenders, di cui non facciamo più a meno. E quei boccali di Uzhavas, birra straordinaria.
Orfani quest'anno dell'ondeggiare del tram che ci porta in centro, delle vecchie case di legno annerito dagli anni di Pardaugava, dei boschi infiniti sulla strada per Salaspils. Del mare basso, la sabbia fine e i negozi stile riviera romagnola di Jurmala. Della ragazzina russa che vende lecca lecca giganti nella bancarella sul lungomare.
Gli eleganti giardini all'italiana di fronte al teatro nazionale dell'Opera. E poi gli arredamenti etnici del ristorante Lido, quei filetti di salmone teneri immersi nel riso e nelle verdure, le pankukas intinte nelle marmellate di bosco, i bicchieri di kefirs di un bianco denso.
E come mi mancano gli spazi aperti di Dobele, le pianure infinite di Zemgale, quella musica di vento in mezzo ai boschi di betulle, le uscite in barca a remi nel lago vicino.
A casa poi, il sapore delle fette di pane nero e burro, le aringhe e i salami affumicati. Le tazze di tè fumanti aromi di frutta.
I ciottoli di pavè di Doma Laukums nella Riga vecchia, le gallerie basse del vicolo degli svedesi, le ambre vendute nei banchini di fronte.
Quel senso di vivere una duplice vita, una seconda ricchezza. Parlare due lingue insieme, e sentire sapori diversi con uno stesso grado di familiarità. Ritornare ad una casa comune.
Ecco, ci manca.

mercoledì 18 giugno 2008

Bende agli occhi

Che di occhi bendati ne vedo a non finire, dalla mia piccola navicella quotidiana. E pure di bende agli occhi di piccolini, con occhiali spessi e buffi, montature dai colori sgargianti, sguardi perplessi e monchi.
Ma poi quel piccolo fagotto di bambina, con quella benda bianca ha bloccato il mio sguardo ormai assuefatto. Quella dolce testolina calva, posata sulla spalla di sua madre, diceva tutto di sè, e mi raccontava il senso del mio spaesamento. E come un cono di luce, tutto intorno ombra e inutile senso. Solo quel cono di luce a illuminare quell'abbraccio materno.
Tutto intorno l'ombra del nostro affannarsi, spostare carte, maneggiare certificati, le diagnosi banali, l'alta specialià sì l'alta specialità, le voci alte, un cicaleccio insensato, i gesti indaffarati di chi perde il posto e la fila, di chi affretta il passo senza sapere dove.
Quel cono di luce là in mezzo a bloccare tutto, a rimettere in fila le cose secondo il valore, a distribuire i pesi e le dignità. E poveri noi, sciagurati noi, che passiamo oltre.

Un riflesso nell'acqua

Era solo un riflesso nell'acqua. Ma si incatenava bene con la sequenza delle mie fantasie.
Sembrava un'onda concentrica che andava ad infrangersi su uno scoglio di ricordi. Da questo mare di adesso tornare piccolo, in un altro luogo.
Eppure era un fiume quello. Ed io bambino imparavo da mio nonno la tecnica del lancio del sasso a pelo d'acqua. Era un fiume bizzarro, un Arno imprevedibile e inquieto in quel tratto. Se n'era portato via uno, di quei ragazzi valdarnesi che arrischiavano a nuotarci dentro, con la trascurata incoscienza dei loro anni. Ci conoscevamo tutti. Io più piccolo, mi si consentivano semmai traversate sul punto più basso e stretto di quella gola frondosa. Si giocava con terra e sassi, dopo lunghe corse in bici. E poi i piedi dentro quell'acqua leggera, sulle pietre coperte di muschio di fiume, quella carezza infida che ti faceva scivolare. Ed erano risate e lividi dolorosi.
Ci ho portato l'ometto e sua madre, la scorsa estate su quella riva ormai quasi irriconoscibile. La diga di Levane si è portata via gran parte di quell'acqua ribelle. Volevo mostrare ai miei uno sguardo di quei pomeriggi di ragazzino di campagna. Che andava a cercare uova di lucertola dentro i mucchi di sabbia e saliva in bici le colline valdarnesi infuocate di sole agostano. Ancora oggi, quando vedo un campo verde bottiglia di foglie di tabacco, sento nella schiena il sudore di quelle corse felici.

martedì 17 giugno 2008

Ciao vecio

"La neve verrà leggera come piccole piume d'oca, soffermandosi prima sugli alberi, quindi filtrerà tra i rami posandosi infine sui cortinari gelati, sugli arbusti di mirtillo, sul muschio come velo di zucchero su una torta. Le lepri, i caprioli, i cervi staranno immobili a guardare il nuovo paesaggio. Le volpi dentro la tana spingeranno fuori il naso per fiutare il nuovo e antico odore che ritorna.
Il bosco sarà immerso in un tempo irreale e io andrò a camminarci dentro come in un sogno. Molte cose mi appariranno chiare in quella luce che nasce da se stessa.
Verrà, verrà il caro scricciolo sulla catasta di legna ad annunciarmi la prima neve, come quando ero ragazzo con il suo tictictic ripetuto più volte, e il suo campanellino nascosto nella gola si sentirà anche lassù dove le nuvole compatte e bianche aspettano il segnale."

"Inverni lontani" Mario Rigoni Stern

La valigia siberiana

E poi, fra i sassi di scoglio e le terre di tutte le ocre, le parole che mi hanno accompagnato di più sono state quelle di Makine.
C'è sempre fra i libri che mi porto in vacanza uno che suggella e incornicia tutto quanto. Quello che poi ricollego a quel periodo e a quel posto. L'estate scorsa a Riga fu "Il dono". Questa volta non può essere che "Il testamento francese". Un po' come se anch'io mi fossi portato dietro la valigia siberiana.
Poi si bellissimi Consolo, Bachmann, Metter (che semplicità e pudore nel descrivere quegli anni sovietici). Ma la valigia siberiana, quella è rimasta aperta tutto il tempo, a sgranare ricordi e foto, fra Saranza (Penza in realtà) e Parigi.
"Ma lui spuntò in lontananza, facendosi riconoscere a poco a poco, lasciando a sua moglie il tempo di familiarizzarsi con quella strada resa irriconoscibile dalla sagoma di un uomo di cui lei già intravedeva il sorriso esitante. Non si precipitarono l'uno verso l'altra, non si scambiarono parole, non si abbracciarono. Fu come se avessero camminato l'uno incontro all'altra, per un'eternità."


Nota: il quadro è "Vladimirka", di Isaak Levitan. Non proprio Penza, ma comunque sempre steppa siberiana. La Vladimirka era la strada che i deportati percorrevano per raggiungere i loro luoghi di detenzione in Siberia.

lunedì 16 giugno 2008

Sassi

Sassi piccoli e tondi. Sassi levigati e di tutti i colori. Sassi lisci e piatti, quelli buoni da far rimbalzare sull'acqua. E poi pietre grandi, che l'ometto si industria, con grande fatica e forza a staccare dalla sabbia e portarle al babbo.
Liiii.
Devo tirarlo lì in mare?
Siii!.
Ma è un sasso grandissimo!
Siiii!!!
E lo tiriamo lo stesso? Lontano lontano?
Siiiiiiiiiii!!
Poi sono gli occhi sprizzanti entusiasmo, e le gote rotonde, con il sorriso a piene fossette. Che dovevate vedere.

sabato 14 giugno 2008

La campagna maremmana

Quello che ci si porta via dalla Maremma sono i colori delle terre. Se si distoglie lo sguardo dalla costa (e forse a me viene naturale, figlio di una terra contadina e boscosa) e si girano gli occhi verso l'entroterra, ci si immerge in tonalità pastose di calore avvolgente.
Le crete bollenti. Le terre di siena intense e profonde, nei campi arati di fresco. Le punteggiature bianche di gabbiani intenti a rovistare coi becchi nei solchi di terra smossa. Il giallo opaco delle mietiture. I verdi tenui degli appezzamenti lasciati a riposare. I filari di olivi e le vigne basse.
Colline indolenti tutto intorno, dolcissime. Qualche raro pioppo a intercalare casolari e pascoli. Quelle infinite gradazioni delle ocre, a segnare i passi dei contadini e delle semine.
E tutto questo mentre alle spalle risuona e accompagna il rullare delle onde sopra gli scogli bassi e le pietre smussate.
Non è la bellezza superba e compiaciuta del paesaggio senese. Questa è campagna che sa di fatica, che lascia in bocca un sapore di terre lavorate e di latte. Di animali che incontri ovunque, di greggi e pascoli, di bestie da soma e galline nelle aie. Di una bellezza pigra e suadente, ad aver voglia di impararla.
Poi parlerò del mare. E della schiuma salata che attendevamo a riva, per salti e schizzi ridenti.
Ma a quelle terre di creta viva e a quei colori opachi e caldi, dovevo questo nuovo inizio.

venerdì 6 giugno 2008

Intermezzo

Acqua che si infrange sui sassi.
E pensieri in forma di mareggiata. Riserve intatte di sollecitudine.
Queste poche ore di intermezzo, una riunione di genitori all'asilo, lontano da questo mare, le copro con tessuti di ricordi. Monologhi fatti di sguardi. Com'era una volta, le passeggiate da solo, il mio piccolo paese di nuovo a portata di mano. Un tempo per me.
Un tavolo per uno, prego. La cameriera che ha un occhio di riguardo per il mio stare solitario. Si chiede chi sono, chissà se indovina i miei amori distanti, che profumano di salsedine.
Al tavolo accanto un padre con due figli adolescenti. Chissà se indovino il suo stare solo, i figli a tempo, uno specchio rotto che riflette due storie divise. Per insufficienza di felicità.
Ecco, ho Metter in testa. "Sono sopravvissuto perchè avevo poche necessità, nessuna pretesa".
E io che ti domando, amica, che vita sarebbe stata se oggi avessi fatto i conti con quelle poche necessità, se fossi stato capace di rendere mute le mie pretese del cuore.
In questa sera capitata così.
Noi che ci illudiamo di bastare a se stessi. Facile, con questa rete di protezione che ci siamo costruiti con nodi d'amore, che ci rende così abili per salti mortali spettacolari.
E poi penso a quelle conchiglie di madreperla che dormono distanti. Penso alle corse domani. Alle parole che si sovrappongono. Ai baci in mezzo.
A quest'acqua salata che non smette di sbattere sui sassi e che ci accompagna nei sottofondi di rari, stupiti silenzi.