giovedì 31 luglio 2008

Arcobalena

Ecco che è finito il tuo anno di asilo nido. Si è richiusa alle tue spalle questa cuccia di ovatta che ti ha tenuto al caldo in questi mesi. Svaniti anche gli ultimi sorrisi di Ornella e Alessandra, che avevi imparato ad abbracciare strette, per scacciare via quei morsi dolorosi di nostalgia che ogni mattina ti prendevano, mentre tua mamma usciva dal cancello.
Stasera abbiamo sfogliato l'album diario che le tue fatine hanno confezionato, e hai riso forte alle foto, ai disegni e ai collage, a tutta la fila di lavori, ricordi ed emozioni incollate in quelle pagine.
Io ridevo un po' più piano, chè so già essere caduta una prima foglia della tua infanzia.
Domani sarà un tempo nuovo, di parole più complicate da mettere insieme, di scuola materna da scoprire.
Intanto riponiamo nel mobile bello questo album di risate preziose e vergini.
Chiudere il libro, anche questo tocca imparare, ometto mio.

mercoledì 30 luglio 2008

Istantanee

Fabio che lascia cadere in un sussurro il suo "aaazie" mentre gli sbuccio una pesca.
La terrazza di casa dei miei, dove in un momento di tranquillità, sfoglio le pagine di un Pavese inestimabile. Tanti anni dopo la casa in collina. Pensando all'amica che mi ci ha portato per mano, fra la luna e i falò.
Il sapore di burro delle labbra di Daniele. I suoi gridolini che sgorgano gocce d'argento.
I capelli tagliati corti di mia moglie, che frusciano via appena li carezzo.
E questo bollore appiccicoso, ad incollare i ritagli.
"E' un caldo che mi piace, sa un odore: ci sono dentro anch'io a quest'odore, ci sono dentro tante vendemmie e fienagioni e sfogliature, tanti sapori e tante voglie che non sapevo più d'avere addosso."

lunedì 28 luglio 2008

Scarpette da ballo nelle nevi di Siberia

Sono andato a cercarlo nella mappa, il villaggio di Togur, nel distretto di Tomsk, Siberia.
Ho cercato di immaginarmi il luogo, il fiume Ob che gela a principi dell'inverno per restare ghiacciato fino ai primi di maggio. La taiga a perdita d'occhio, e questi piccoli villaggi sparsi nell'immensità siberiana, dove i deportati del regime staliniano venivano abbandonati a se stessi. E' stato il lungo calvario di una moltitudine di lèttoni, che nel 1941 e poi nel 1949 sono stati deportati dal loro paese, occupato dall'Unione Sovietica.
Da Riga i treni partivano dalla stazione di Tornkalns. Quando ci vado l'occhio non riesce a staccarsi dal vagone lasciato, ancora oggi, come un monumento, in memoria di quelle deportazioni.
Non c'erano motivi particolari per essere caricato in uno di quei vagoni bestiame che dopo tre settimane di viaggio inumano deponeva i sopravvissuti in uno di questi villaggi abitati solo da pochi indigeni del luogo e da altri deportati dei primi anni del terrore stalinista. Bastava essere stato un piccolo proprietario terriero, o aver posseduto una piccola azienda familiare, o semplicemente essere in odore di una qualche forma di dissenso al regime. E bastava essere un familiare di uno di questi deportati, per seguirne inesorabilmente la sorte.
La Lettonia ha pagato un tributo altissimo in questo processo di deportazioni. Circa 70.000 persone, fra il 1941 e il 1949 sono state deportate. Si può calcolare che una famiglia su quattro in Lettonia sia stata toccata da questa tragedia.
Ligita Dreifelde ha conosciuto l'abisso della deportazione per due volte, appunto nel 1941 e poi nel 1949, quando si ritenne di ritirare le pur lievi aperture del 1948 che avevano permesso a Ligita, come ad altri bambini e ragazzi deportati minorenni, di rientrare in Lettonia. L'anno successivo il cappio si strinse di nuovo, e una nuova ondata di deportazioni percorse tutto il Paese.
"Scarpette da ballo nelle nevi di Siberia" è il racconto di questo dramma familiare. Sandra Kalniete, figlia di Ligita Dreifelde e Aivars Kalnietis, è nata proprio a Togur, ed ha passato a sua volta i suoi primi quattro anni di vita in Siberia. La storia che viene fuori da questo libro è un racconto intenso del dramma lèttone dal 1941 in poi, che non cede mai alla commozione facile. Un resoconto lucido, vissuto nelle testimonianze dei sopravvissuti, in particolare di Ligita e Aivars, e sui documenti che dopo il 1991 è stato possibile ritrovare negli archivi dell'ex KGB di Riga.
Un libro prezioso per chi voglia conoscere il calvario di questo piccolo, coraggioso popolo.

venerdì 25 luglio 2008

New Wave

Mi accorsi dell'esistenza di un Festival musicale russo in terra léttone una delle prime volte che arrivai a Riga. Feci il viaggio in aereo insieme a Toto Cutugno. Insomma, una di quelle cose che poi ti restano impresse nella vita.
Il "Novaja Volna" (New Wave) è un festival organizzato da russi, a cui partecipano tutte le principali star musicali e televisive russe, e che da 17 anni si svolge in Lettonia, a Jurmala, il luogo di villeggiatura balneare più famoso della Lettonia, a pochi chilometri da Riga. Fra il pubblico ogni anno si notano i volti più importanti della politica, della finanza e dello star system russo.
In questo Festival, come ogni festival che si rispetti, c'è anche la gara, a cui partecipano giovani cantanti e gruppi da varie parti d'Europa. Italia compresa.
A parte Cutugno, che quando arriva lo trattano da star, ci sono stati in questi anni esponenti non particolarmente memorabili provenienti dal nostro Paese in gara. Difatti stento anche a ricordarne i nomi. L'anno scorso feci il solito viaggio aereo (il Festival in genere coincide con le mie vacanze estive in Lettonia) con il partecipante italiano a quell'edizione. Il suo agente accompagnatore si informava da me della valuta lettone, del costo della vita, del mangiare. Quest'anno l'italiano in gara è un tale Alessandro Ristori. Boh. (Su youtube comunque gira già la sua prima esibizione che ha preso una valanga di voti).
Comunque la vera attrazione del Festival è la sua parata di vecchie stelle cadenti russe, dalla Pugacova a Kirkhorov, da Nikolayev a Leontiev. Con l'immancabile Maksim Galkin a condurre le serate, il Bonolis russo che quest'anno vedo (da RTR Planeta che riversa pure sul satellite questa sarabanda) con una splendida acconciatura riccioluta e il pizzo che ne rinvigorisce il viso da eterno bambino.
L'esibizione cult di quest'anno per il momento è quella di Valery Leontiev, che ha cantato una versione di "El condor Pasa" vestito da capo indiano. Indimenticabile.

giovedì 24 luglio 2008

Felicino

Forse sarà per compensare il fatto che fin dalla nascita è un bambino che dorme pochissimo, e in questi primi cinque mesi ci ha succhiato tante energie e ore di sonno. Forse sarà per questo dunque, che da quando aveva poche settimane ha deciso di impiegare il suo tempo da sveglio a sorridere a tutto e tutti.
Non c'è neppure bisogno di mettersi lì a fargli quei versi e quelle facce, che riportano l'adulto che le compie ad uno stadio regressivo e vagamente idiozoide. No, davvero non c'è bisogno di tirar fuori la lingua, fare le boccucce, emettere suoni strani. Basta avvicinarsi, guardarlo, semmai giusto socchiudere le labbra per suggerire l'intenzione di un dialogo. E allora lui ti guarda, strizza gli occhiettini e allarga il viso in uno splendente sorriso. Che poi ripete ad ogni successivo passaggio, talvolta voltando leggermente il viso in un accenno di pudore, talaltra erompendo invece in sonore risate, se l'interlocutore sa proporre giochi o parole che sappiano toccare le sue corde umoristiche.
Insomma, Daniele noi a casa ormai lo chiamiamo "Felicino". E' il nostro distributore automatico di sorrisi. Che fosse pure un bambino che ci facesse anche riposare, sarebbe stata una richiesta da genitori incontentabili. Mi rendo conto.

La banalità di Karadzic

"Dite pure che abbiano “festeggiato”, i sarajevesi e le donne di Srebrenica, purché la festa sia fatta di amarezza e pianto e schifo e nostalgia della morte di quelli che morirono. Così festeggio anch’io la cattura di quel miserabile, e mi auguro che i potenti di turno non cedano di un millimetro prima che Ratko Mladic, il boia colossale, venga preso anche lui, nel cesso di un’osteria, o nell’ambulatorio di un odontotecnico abusivo. Giornata storica, hanno detto ieri. Gente pomposa, che dorme bene. Non hanno ancora pensato abbastanza alla storia, questi dilettanti di maiuscole. I sarajevesi, le donne di Srebrenica, sanno che cos’è la storia, di notte, tardi, prima di riuscire a prendere sonno, e sognare, forse."
Adriano Sofri (via Wittgenstein)

martedì 22 luglio 2008

Slavianka

Lasciati gli ometti ai nonni, ci siamo presi un mezzo pomeriggio a scorrazzare in vespa per Firenze. Oddio quanto faceva sentir bene, quel ritorno di abbraccio in mezzo al traffico. Come eravamo abituati quando ometti non ce n'erano.
E nel girare, abbiamo finalmente scovato il negozio di specialità russe (e non solo, pure lettoni ce n'erano), che cercavamo da tanto. A pochi passi da Santa Croce, un tre metri per due che ti apre gli occhi su salamini affumicati, panna acida, dolciumi dell'est in varietà, formaggini dolci ricoperti di cioccolato, kefir, ogni sorta di cereale da preparare per zuppe e farinate, cavolo fermentato, e poi crauti, e spumini morbidi. E pure quel gelato dentro bicchierini di vaffel, che non può certo competere con il nostro artigianale, ma come lo vedi, ti sembra già di aver attraversato tutti i chilometri che ti separano da una qualsiasi città dell'est europeo.
E in un lato di questo angolo di puro est, anche una sfilza di film e cd russi.
Mia moglie che osserva il tutto con occhi scintillanti, e neppure la storica avversione léttone per la russitudine può attenuare il suo entusiasmo all'idea di farsi un insalata di cetrioli e pomodori con panna acida e di bersi finalmente un bicchiere di kefir. Compriamo un po' di cose, pur senza esagerare. Che tanto ci torneremo presto.
добрый вечер, ci saluta il proprietario. Si, in fondo un po' come a Riga.

lunedì 21 luglio 2008

Utto, etto, otto

Acqua, basta, questo, latte, grazie, tutto, zio, giù, sù, le lettere dell'alfabeto, i numeri da 1 a 10.
Ieri sera ci siamo esercitati, anche se a volte ci mangiamo qualche lettera. Oggi siamo pronti e agguerriti, per l'appuntamento con la logopedista.
Più o meno.

giovedì 17 luglio 2008

Filamenti di luce

Avrei ancora voglia di prendermi un angolo di quelle estati, nella panchina sotto il pioppo.
Sbriciolare i minuti dentro una catasta di parole da sfogliare. Farmi solleticare dal vento incalzante, che sempre scuote il lento declino dei pomeriggi estivi léttoni. Mentre il sole non ne vuol sapere di farsi da parte, testardo e insistente, con quei tiepidi raggi che sfrigolano via piano, lasciando un alone di luce diffusa e tenue. Fino a sera inoltrata.
Avrei voglia di quel suono fitto e giocoso dei passerotti che beccano le more saltellando sui rovi bassi, agli angoli del giardino.
Mi piacerebbe ancora fiutare la brezza che arriva dal fiume, accostare l'orecchio a quel sibilo passante.
Ecco, vorrei di nuovo quella libertà eccitante di alzare lo sguardo, verso quell'azzurro trasparente, che lentamente si tinge di striature arancioni. Poi chiudere gli occhi, che non serve altro.

mercoledì 16 luglio 2008

Una sera di luglio

Il parco giardino vicino a casa nostra, in queste sere di luglio mostra questo strano volto deserto di bambini. Quando ci portiamo gli ometti dopo cena, fa capolino giusto una famigliola cinese. Stasera i genitori se ne sono portati dietro un paio (ma sono di più in quella famiglia), una bambina di circa sei anni, e un piccolotto che non avrà avuto più di otto, nove mesi. Lo hanno messo nell'altalena accanto a quella in cui stavo spingendo l'ometto. E il piccolo cinesino, entusiasta della novità si è messo a sgambettare come elettrizzato, con la testona, perchè di testona bella grossa si trattava, che ondeggiava paurosamente avanti e indietro.
Fabio era spinto, vedendo la scena, a quel riso timido e trattenuto, che in genere poi accompagna con un espressione vergognosa quando glielo scopri. Forse lo divertiva quel suono buffissimo di parole cinesi dei genitori, che seguivano l'ondeggiare del figlioletto, con esclamazioni e gridolini. Forse capiva che c'era qualcosa di incomprensibile eppure affascinante, in quello che vedeva.
Intanto Daniele, poco distante, dormiva placido. Nella bocca ancora il gusto, sorprendente, del suo primo biscotto Plasmon sciolto nel biberon.

Storie di cuccioli

"La mia paziente settenne sta cercando di superare il fatto che andrò via la fine di agosto. Oggi mi fa la dichiarazione e dice che lei si trasferisce con me. Esce dalla tasca un foglio con su scritto a pc. Mi sono aiutata con il controllo ortografico, fa tutta fiera. Bene, dico. In questi tempi si sono tutti messi d'impegno e sono strabiliata dai loro risultati... allora, domando, come hai intenzione di trasferirti. Io ho bisogno di una famiglia e li ho seguiti tutto l'inverno e sono perfetti per me. Mi passa il foglio: è una lettera. Puoi vedere se ho fatto errori, chiede carina. Annuisco e inizio a leggere:
Caro Giulio Cesaroni, ..."
Dal blog "Lo fa anche Baricco", storie di cuccioli con difficoltà di apprendimento. Che quando passo di lì rimango sempre in bilico, fra una risata e un singhiozzo..

martedì 15 luglio 2008

Attentive?

Nella scheda che le educatrici dell'asilo ci hanno consegnato, c'è scritto che l'ometto ha sviluppato buone capacità attentive.
Che avranno voluto dire?

lunedì 14 luglio 2008

Una biografia di Isaac Singer

Isaac Bashevis Singer era un bel mascalzone. Eppure era anche un uomo di profonda sensibilità. Era un egoista insopportabile, a volte, e la gratitudine non figurava fra le sue qualità. Ciò non toglie che sia sempre stato una persona schiva e per niente incline a cedere alle lusinghe della popolarità e del successo, neppure dopo aver conquistato il Nobel.
Singer ha vissuto almeno quattro vite diverse, in due continenti differenti, ha scritto una quantità indescrivibile di romanzi e racconti, ha vinto un Nobel, ha aspettato 87 anni per morire. E in tutto questo tempo ha riempito la sua vita di tonnellate di scritti, materiale, conferenze, donne amate, segretarie, traduttrici (pure loro, amate), aneddoti, sbalzi di umore, un'immagine pubblica scanzonata e dissacrante, e una privata angosciata e spesso avviluppata intorno a meschinità ed opportunismi. E poi il peso dell'yiddish, il chassidismo del padre e la razionalità della madre, il rapporto decisivo e ingombrante con il fratello maggiore Israel, il parallelismo con Gershom Scholem nella riscoperta del misticismo ebraico, e poi Spinoza, la Qabbalah, il realismo della penna che descrive il mondo della comunità ebraica polacca nella Polonia di inizio secolo dallo shetl di Bilgoray alla via Krochmalna di Varsavia, spingendosi indietro fino al XVII secolo con Satana a Goray, e nello stesso tempo inserendo con grande abilità il fantastico delle creature immaginifiche tratte dalla tradizione talmudica, gli spiriti maligni, i dybbuk.
Dunque un po' di diffidenza, nel vedere che la biografia di Isaac Bashevis Singer scritta da Florence Noiville, occupa appena 215 pagine di un libro, l'avevo provata.
Insomma, troppa roba in quella vita per stare in 215 pagine. Eppure la biografia della Noiville, pur tralasciando alcuni aspetti e toccandone superficialmente altri, è un lavoro che si legge con interesse. Ha il pregio di accostare il lettore ai diversi aspetti, alcuni anche molto contrastanti, della vita di Singer, tratta in modo convincente la propensione di Singer ad una sorta di filosofia della protesta verso Dio, e pone nella dovuta importanza forse la questione più rilevante nello studio dell'opera singeriana, ovvero la duplicità dei lavori di Singer, la versione originale yiddish, e la versione tradotta in inglese, che Singer seguiva personalmente e che presenta rilevanti differenze rispetto all'yiddish, proprio per volontà dello stesso autore. Un doppio Singer insomma, uno per i pochi lettori yiddish, a cui è stata riservata un'opera piena di citazioni e rimandi sottilissimi al Talmud e alla Qabbalah e che l'autore ha espressamente vietato di tradurre in altre lingue, ed un'opera più ad uso e consumo dei "gentili", riversata in inglese, ai quali resta il piacere, straordinario, di leggere attraverso le pagine di Singer la descrizione di quel mondo ormai perduto. E il rimpianto di non conoscerlo, l'yiddish.


domenica 13 luglio 2008

Dziesmu Svetki

Provate a immaginare di volare dentro un piccolo stato del nord est dell'Europa. Immaginate un enorme distesa di verde e di boschi, nei pressi della sua capitale.
Immaginate poi di capitare un giorno, una domenica di luglio, come succede ogni cinque anni dal 1873, in questo luogo, Mežaparks , alle porte di Riga. E provate ad immaginare dentro un enorme teatro all'aperto 13 mila persone vestite con gli abiti tradizionali folkloristici lettoni, cantare per ore e ore le canzoni della tradizione del loro paese. E immaginate, accanto a questa nuvola colorata di cori, altre 15 mila persone, altrettanto colorate e con indosso altrettanti abiti tradizionali, danzare sulle note delle musiche che hanno fatto la storia e la cultura di questo piccolo Paese.
Se riuscite a immaginare tutto questo, state assistendo al Dziesmu Svetki, il festival di musiche e canzoni popolari che da un secolo e mezzo è l'appuntamento che scuote il cuore della Lettonia, dove prima ancora di parlare e camminare, ogni bambino impara a cantare.
E' qui che pulsa l'anima di questo popolo, in uno sfavillio di colori e suoni, di cultura popolare, di danze e canzoni tradizionali, di ricordi ancestrali di quel paganesimo che resta ancora oggi un elemento caratteristico di molti aspetti delle celebrazioni lettoni. Giungono a Riga, nella settimana che ospita gli eventi del Dziesmu Svetki, migliaia di persone da tutto il paese. I cori e i gruppi di ballo preparano per cinque anni questo evento, che diventa la vera festa nazionale léttone.
Nelle strade del centro di Riga sfilano i partecipanti dei vari cori che arrivano da ogni regione, da ogni campagna, da ogni singola cittadina. E che poi si ritrovano tutti nel grande catino del Mežaparks a celebrare la loro festa, a far battere questo piccolo, generoso cuore léttone, al tempo di una musica che qui si respira insieme all'aria.

venerdì 11 luglio 2008

Camminare, camminare

Quando poi vagolo nel web, incerto e senza precisa méta, ma con quel pungolo voglioso di leggere qualcosa di bello e saporoso, prendo il mio cappello da viaggio e mi inoltro in queste lande, a rileggermi questo o quello, che poi tutti belli sono.
Finora passavo da Elena o Fiamma, che collegavano direttamente il sentiero che congiungeva alla casupola dello scrittore in questione.
Adesso mi son fatto la scorciatoia, presumendo di poterlo mettere fra gli amici. Così ora passo da quelle parti più facilmente, e con minor uso di suola. Che comunque, tutti quei passi ne valevano la pena.

giovedì 10 luglio 2008

Brillantissimi blog

Ecco, la sublime Jacqueline (che poi si firma Artemide, ma è pure Fanny la bibliothécaire), mi ha assegnato, ma sono in buona compagnia, questo premio.
E la motivazione è specialissima e molto bella per quanto mi riguarda.
Ora, vorrebbe il caso che assegnassi anche io tale premio. Ma come l'altra volta, vorrei usare questa occasione per parlare di qualche blog che frequento.
E se non mi precedesse sempre, un bel premio lo meriterebbe proprio lei, Jacqueline. Che ogni giorno scopro un pochino di più, i libri, i quadri, le persone, le foto, i paesaggi, le ricette persino. Tutto descritto con un amore intenso eppure meravigliosamente pudico. E poi quel tratto eugubino, che lei tiene sul petto come una medaglia al valore. E sì che lo è una bellissima medaglia al valore, per uno che ama l'Umbria e Gubbio come lei, per discendenza familiare e frequentazione.
Poi penso al blog di Claudia, effervescente e spontaneo, come i suoi anni. Che poi matura alla svelta, lo si vede da come prende con filosofia un eventuale insuccesso all'esame universitario.
Infine penso a Irene, che sta vivendo giornate complicate ultimamente. E probabilmente non ha molto tempo ora per premi e per letture di blog. A lei vorrei dedicare un semplice, dolcissimo, inesauribile abbraccio.

Risvegli entusiasmanti

Vedi Daniele, le cinque di mattina non sono un orario felicissimo per svegliare tutta la casa, ogni santo giorno. Potresti prendertela comoda pure tu. In fondo hai solo quattro mesi, e tutta una vita davanti per scatenarti. Sì, capisco che è bello svegliarsi e farsi coccolare sul letto grande, e lanciare quei gridolini che hai scoperto ti piacciono tanto. E poi finalmente riuscire a girarsi sulla pancia, alzare la testolina e fare i primi tentativi di sgattaiolamento.
Capisco insomma che tutto questo uscire dal bozzolo dei primi mesi ti ispiri un grande entusiasmo, fin da quando si alza l'alba.
Ma noi abbiamo sonno!!!
E poi togliti quel sorriso accattivante dal visino. Che mica ci intenerisci.
Ecco, per la verità, si. Ci intenerisci, accidenti!

mercoledì 9 luglio 2008

La difesa di Lužin

E' finita come doveva finire. Sono stato risucchiato da quel corpaccione flaccido, da quel ciuffo impomatato sulla fronte, da quelle guance ridondanti perennemente mal rasate. E da quel vortice di ripetizioni scacchistiche, i pavimenti a quadri che riflettevano su uno scenario immaginifico le mosse del cavallo, la torre che attacca l'alfiere, una difesa del pedone sull'ala destra.
Ma anch'io, come il Lužin degli ultimi giorni, sono rimasto soprattutto invischiato nei ricordi dell'infanzia pietroburghese, la zia che lo inizia al gioco degli scacchi, come una educazione sentimentale da costruire su mosse e calcoli matematici, l'incapacità di relazione con il resto del mondo, le estati in campagna, l'ossessione per la prevedibilità del concatenarsi della vita che lentamente si fa strada nella mente del ragazzino.
E come non rimanere impigliati nella rete di sollecitudini e attenzioni che riproducono una specie di amore pietoso, della moglie di Lužin, che rinuncia al buon partito sognato dai genitori, per raccogliere fra le mani lo sguardo perso e indifeso del Luzin ormai grande maestro di scacchi.
E ho finito per rigirarmi come un pesce curioso della sua fine, nell'intrico a maglie della scrittura che sembra continuamente rimandarti ad un già detto inavvertito, oppure ad una prospettiva futura che appena balugina davanti agli occhi, per poi sparire sotto traccia riprendendo il racconto, come si muove un delfino che ondeggia nell'acqua.
Così doveva finire. Che come dice Gabrilu, appena chiudi un libro di Nabokov, senti quasi il dovere di riaprirlo, per poter dire di averlo letto davvero. Altrimenti sembra che ti sia passato davanti un sogno, come il cavallo che mangia la regina senza che nessuno se ne fosse accorto.

martedì 8 luglio 2008

Bukaišu iela

C'era una casa un tempo, in questa enorme distesa di sabbia di riporto, che serve a gettare le fondamenta per il tratto di circonvallazione sud del Dienvidu Tilts, il nuovo ponte sulla Daugava in costruzione a Riga.
C'era una casa qui, al numero 28 di Bukaišu iela. Il classico tetto spiovente squamato da piccole piastrelle scure delle vecchie case di campagna lettoni. La parte frontale in muratura, si apriva su uno spiazzo costellato da querce, tigli e betulle, oltre i quali si distendeva una bassa foresta di piante di fiume. Appena più sotto, la Daugava.
Tutta la parete posteriore e i fianchi della casa erano costituiti da spessi tronchi di quercia. Al lato alcuni meli e susini, in precario equilibrio, coi rami che sembravano appoggiarsi a terra per restituire sostegno a quell'instabile disegno del tronco. L'orto, nelle estati generose di sole, rimandava dalla terra sabbiosa cetrioli, patate, cipolle, carote, pomodori, mirtilli e frutti di bosco.
Di fronte alla finestra della cucina, sul retro, un ciliegio dava conforto e dolce polpa di frutta ad uno stormo abituale di passerotti.
C'era anche una panchina, sotto il piccolo boschetto di tigli, in fondo alla tenuta. La prima foto che ci siamo fatti io e mia moglie insieme, è stato su quella panchina. Era la prima volta che andavo a trovarla. Poi mi ricordo che l'inverno successivo, quando cadde il mio compleanno, mi mandò per regalo una tazza, con quella foto di noi due stampata sopra la ceramica.
Quella casa ora non c'è più. Ha fatto appena in tempo l'ometto a sguazzare dentro la vasca d'acqua in giardino e a mangiare cetrioli e susine appena colti. Cose di cui neppure potrà serbare la coscienza. E la tristezza di quella distesa di sabbia si scontra con quel gusto dolcissimo dei nostri ricordi.
Non so com'è, mi è presa un'insana voglia di rimettere insieme i pezzi di quella casa, fin dai primi anni del novecento in cui fu costruita, e che racconta la storia di generazioni di questa famiglia, diventata anche la mia. Un'insana voglia di raccontarla, come quel desiderio di mele odorose che coglievamo dai rami.

lunedì 7 luglio 2008

Una famiglia di confine

A casa nostra si parla una lingua strana. Italiano e lettone spesso si mischiano, si confondono, prendono traiettorie parallele, per poi intersecarsi e formare nuvole di pensieri, di esclamazioni, di giochi di parole. Un linguaggio che fuori dalla nostra porta diventerebbe quasi incomprensibile agli altri.
E poi ci capitano fra le mani oggetti di varia provenienza. La pasta e il vino sono italiani, ma poi il tè si fa con infusi che vengono dalla Lettonia. E quando arriva qualcuno a trovarci, il frigo si riempie di sieriňi (formaggio fresco ricorperto di cioccolato o sciroppi di frutta), di žaveta vista (pollo affumicato), di aringhe affumicate, di zefiriňi (spumini dolci e morbidi).
Gli ometti hanno capelli che tendono ad un biondo oro, e non li potresti dire esattamente italiani, a prima vista. Neppure poi eccessivamente baltici.
I libri che riempiono buona parte della mia casa vengono per la maggior parte da est, parlano lingue yiddish, russe, ceche, baltiche. La canzoni per bambini che ascolta l'ometto fin da quando era in pancia sono perlopiù lettoni. Il cd preferito si chiama "Putnu dziesmas", le canzoni degli uccellini, e riproduce il canto degli uccelli alternato a melodie e filastrocche cantate da bambini lettoni.
Coltiviamo ogni genere di nostalgia. Le mie sono addirittura innumerevoli, con Praga e le campagne morave e boeme che continuano a trafiggermi dolcemente il cuore. E ci mancano tutti i parenti che stanno lontano, gli amici che aspettiamo dal Baltico per le loro visite ricorrenti, quelli sparpagliati nel resto d'Europa, dalla Francia al Belgio, dalla Svizzera alla Germania.
Arriva perfino dal Canada, con meravigliosa puntualità per ogni festività, anche la cartolina di un lontano zio lettone, ultranovantenne.
Abbiamo così tanti rami sparsi in giro, che una radice sola non potrebbe mai bastare.
Siamo una famiglia di confine, allenati a stare in equilibrio su pensieri mobili e nostalgie ricorrenti. E ci sentiamo a casa quando stiamo insieme. In qualsiasi altrove.

Mattina presto

Difficile uscire di casa la mattina per andare in ufficio, mentre questi ometti, svegli prestissimo per il caldo e le finestre aperte che lasciano entrare questa luce possente del mattino, giocano già sul letto. La loro madre è indecisa fra lo sguardo disperato di chi vorrebbe custodire ancora qualche minuto di sonno, e il sorriso meravigliato che strappano questi due esserini che giocano fra loro, quello grande che abbraccia e soffoca di baci il piccolo, che risponde afferrando a pugnetti stretti tutto l'afferrabile del fratello maggiore.
Difficile uscire, quando tutto quello che d'importante avviene nel tuo mondo, avviene proprio lì e in quel momento. Faccio una fotografia mentale e mi chiudo dietro la porta di casa, con un senso di perdita inesorabile.
Poi lo so che stasera non ne potrò già più, e che le forze saranno esaurite. Fino alla mattina dopo, però.

sabato 5 luglio 2008

Complesso di superiorità

Nelle ingegnose invenzioni comunicative dell'ometto, che fa di tutto per risparmiare parole, in una sorta di ermetismo futurista, ha fatto capolino una nuova espressione. Che si potrebbe, in maniera onomatopeica, riprodurre in una specie di "ntz". Può venire in aiuto, nell'indovinare intonazione e suono del nuovo vocabolo, immaginare il tipico siciliano da cartolina, coppola in testa, in mezzo alla piazza di Corleone, arida e battuta dal sole di agosto, mentre risponde alla richiesta di un agente delle forze dell'ordine: "Ma voi avete visto chi ha sparato?". "Ntz", lingua che batte sul palato e schiocca contro i denti, con quel leggero accenno verso l'alto del mento, a rafforzare il diniego.
Lo "ntz" dell'ometto in verità, più che un diniego, pare significare una profonda disapprovazione dell'operato del genitore, che ad esempio gli ha appena portato via il triciclo, imprudentemente posto sopra il letto, che nelle intenzioni del fanciullo doveva tramutarsi in una pista di motocross.
"Ntz", dice lui, mentre vede il triciclo confinato e chiuso a chiave nello stanzino. Uno "ntz" teso in particolare a sottolineare un giudizio morale fortemente negativo sulle qualità educative del genitore in questione. Il quale, non lo nasconde, ne esce con qualche turbamento. Si aspetterebbe qualche urletto, qualche scenata con lacrime compassionevoli, uno sfogo di rabbia magari. Invece lui "ntz". E se ne va via con ostentato orgoglio.

giovedì 3 luglio 2008

Vzpomínka

Stasera un vento danzante mi fa violino nelle orecchie. Tempo giusto per riascoltare Iva Bittovà. La folle gitana dalla voce d'angelo, riccioli neri da lanterna magica. Sarebbe stata un soggetto perfetto per Ripellino.
Io all'epoca mi attaccavo a Nohavica e Plihal, al folk puro, all'organetto saltellante, alla voce roca di birra, ai testi forti e in chiaroscuro, saltellanti anche quelli dal cupo pessimismo alle pazze ballate, a guisa di umore alcolico. Buono da Sarajevo a San Pietroburgo, passando per la natia Moravia. Český Těšín, quante volte sono passato dalla stazione dove Nohavica cantava la vita di "bláznivá Markéta".
Ero già transitato dal lieve e dolce jazz dei Bratři Ebenové, coi giochi di parole e le piccole fiammelle di invenzioni vocali.
Poi venne la strega Iva, e il suo amico Vladimir. Sinfoniette a non finire, come se Janáček fosse risorto. Modulazioni vocali incredibili, il violino che spunta improvvisamente, i pizzichi su corde di ogni tipo, i gesti teatrali. Un bianco inferno proprio.
Così questo vento che entra dalla terrazza stasera assomiglia tanto alla Vltava che si infila sotto Ponte Carlo. Un fluire di ricordi, vzpomìnka appunto.

Palio di Siena

Nella campagna valdarnese dove passavo ogni mia estate da bambino, scoprii anche il rito del palio di Siena. Lo seguivo in televisione con la passione del ragazzino che tramuta ogni accadimento della vita in una gara. E quella mi sembrava bellissima, così tanta gente, il tripudio di bandiere, le passioni esorbitanti, i cavalli, i colori (che magari la televisione era in bianco e nero, ma io i colori li vedevo benissimo). E poi quel popolo senese che da quelle parti si sentiva già molto vicino e simile.
Mi ricordo la prima volta che guardai il palio. Gli sbandieratori chiudevano il corteo, i cavalli in gara con i fantini si apprestavano ad entrare in piazza del Campo. Io scappai giù in cantina da mio nonno che infiascava il vino dalla damigiana. "Corri nonno, corri che comincia il Palio". E lui flemmatico mi diceva "calma calma, che è ancora presto". Andò avanti una mezzora, quel "calma è ancora presto", io facevo su e giu per le scale continuamente per sollecitare quella condivisione dell'evento, e ogni volta che tornavo su non mi capacitavo del perchè non si decidessero mai a partire, quei cavalli. Poi mio nonno salì, si mise a sedere con la giusta pazienza degli anziani, mi prese in braccio. Il canapo d'incanto si sciolse e i cavalli si precipitarono verso la prima curva di San Martino.
Mi sembrò un'eroe mio nonno, quel giorno. Affascinato da quella sua esperienza dei tempi della vita.

mercoledì 2 luglio 2008

Un intero attimo di beatitudine

"Mi chiamo Nasten'ka"
"Nasten'ka e basta?"
"Basta! E vi pare poco? Siete un vero incontentabile"...
Mi si chiede di scegliere un personaggio letterario di cui mi sarei potuto innamorare.
Allora scelgo le sponde della Nevà, finisco dritto sulla Prospettiva Nevskij dove incontro la fanciulla che ha reso di miele le notti bianche del Sognatore.
"Si Nasten'ka, puoi sbagliarti, e senza volere, credere dal di fuori che una vera, autentica passione agiti la sua anima, credere senza volere che ci sia qualcosa di vivo, di palpabile, nelle sue incorporee visioni! E quale inganno - ecco per esempio, l'amore è sceso nel suo petto con tutta la sua inesauribile gioia, con i suoi tormenti estenuanti..."
Mi sarei potuto innamorare di un sogno, di un sorriso che sfuma fra le nebbie della Nevà, di un frusciare di gonna che svolta l'angolo e mi dà appuntamento per una prossima notte.
E avrei potuto dire "Dio mio! Un attimo intero di beatitudine! Ed è forse poco seppure nell'intera vita di un uomo?"
Si, l'avrei potuto dire.

Poi la richiesta è anche di indicare un personaggio di un film: mi viene in mente Julie Delpy in "Prima dell'alba". Anche quella una notte, a Vienna, a costruire un amore da portarsi dietro la scatola dei sogni tutta la vita.
E poi dovrei indicare qualcuno per farsi raccontare a sua volta, di chi si innamorerebbe, fra i personaggi letti in un libro e visti in un film. Allora lo chiedo ad Artemide, che già in questi giorni ha scritto sui suoi amori cinematografici. Ma su quello letterario, vorrei proprio sapere...
E certo che poi anche sugli innamoramenti letterario cinematografici di Fiamma, sarei curioso. Chissà quante occasioni nella sua sterminata libreria e cineteca...

Cose che finiscono

Voglio questo momento per me. Voglio stringere questo attimo nel pugno, stendere questo tempo d’attesa lungo il profilo delle montagne qui davanti prima di incontrarti di nuovo. Dopo tutti questi anni, Nina.
Ecco, mi è tornato alla mente, come un'accecante zampillo di fiamma, quel pomeriggio di noi due, nudi e stremati d'amore, i nostri corpi affiancati su un letto di mussola color panna. Noi che ci prendevamo il lusso di quel tempo incalcolabile, fatto dei nostri respiri che a vicenda respiravamo.
Tu non sai, non sai le ore all’imbrunire, la malinconia delle sere vuote, le sedie da rimettere a posto in sala, le chiacchiere insensate, i pensieri nel vento.
Tu non sai, Nina, la vita nella tua assenza.
Ora sei qui, in questa pacchetto di carta cerata che avvolge il tuo diario, che mi hai mandato.
Sei qui, come un’antica promessa d’amore, come un volo di gabbiano all’ultimo calar del sole. Sei qui ed io non ho forze per accoglierti come si deve, scartare questa risposta ad una vita, quasi un temporale di fine estate che si porta via gli ultimi fiati di sole dai campi seminati a grano.