sabato 30 agosto 2008

Fare spazio in frigo

Nei prossimi giorni a casa nostra il compito principale sarà svuotare il frigorifero. Perchè venerdì arrivano i nonni lèttoni, e già sappiamo che la gran parte delle cose che porteranno in valigia sarà costituito da cibo. Pollo affumicato, salamini, aringhe in salamoia, panna acida, kefirs, pane nero, spumini morbini, dolci vari. E poi vogliamo parlare delle ricottine ricoperte di cioccolato? E come la mettiamo con la birra? E certo un paio di bottiglie di buon Balzams non possomo mancare. Come i saponi alla frutta di Stenders (almeno quelli in frigo non li mettiamo). E poi spero ci sia anche una buona rulete di crema e frutta (vedi foto): quella per tacito accordo è riservata a me.
Io già me la immagino la sera di venerdì. La tavola piena di ogni ben di dio, un gran chiacchierare lèttone dappertutto, una contagiosa atmosfera di euforia, Fabio che corre per tutte le stanze, Napo ad annusare tutti gli odori sconosciuti che arrivano dal Baltico.
Mi toccherà tenere in braccio Daniele, e provare a spiegargli che tutta quella roba là è la sua famiglia. Lo so già, lui non la smetterà un attimo di spandere sorrisi.

venerdì 29 agosto 2008

Otto bastano

La cosa migliore della Convention democratica: il diario di Maria Laura Rodotà. E poi lo slogan "eight is enough". Per noi quarantenni che abbiamo ancora nel cuore papà Tom Bradford.
Mi era anche venuta voglia di rimettere il video di "Yes we can", ma poi si corre il rischio di fare questa fine qui.

giovedì 28 agosto 2008

sabato 23 agosto 2008

Il monaco nero

C'è a volte un angolo di pomeriggio silenzioso a casa nostra. Quando il cucciolo grande dorme e quello piccolo alterna sonnacchiosi riposini a ginnastiche sul letto.
Oggi, in questo provvidenziale spicchio di silenzio e tranquillità, mi frusciavano davanti ultime pagine del "Monaco nero" di Cechov. Facevano capolino le illuminanti allucinazioni di Krovin, l'amore ingenuo di Tanja e il giardino di casa Pesočkij pieno di frutti rigogliosi.
Aver sfiorato la felicità, essere stati ad un passo dalla realizzazione di sé, aver conosciuto un amore che portava in dote un giardino pieno di delizie e di agi. E poi aver rotto l'incantesimo, con l'insostenibile confessione delle apparizioni del monaco nero. Morire di tubercolosi infine, lontano da tutto, fra le braccia di una insignificante Varvara Nikolaevna, pronunciando un ultima volta il nome di Tanja mentre il sangue esce a fiotti dalla bocca.
Chiuso il libro, si resta in bilico fra l'amara conclusione e la leggerezza della scrittura di Cechov.
A rimettere le cose nel loro ordine poi ci pensa la testolina di Daniele, supino sul letto, che fa tutto un su e giù di sorrisi e attende quello di suo babbo, come giusta ricompensa per l'ardito esercizio.
Che fare, di fronte a questo giardino di peschi in fiore?

giovedì 21 agosto 2008

Teti

Teti, teti!
Speravo succedesse. Che mio figlio mi chiamasse prima o poi teti. Non solo babbo.
Si qualche altra parolina lèttone aveva cominciato a metterla insieme.
Ma adesso teti, teti! Ecco, teti ha un gusto fantastico per me. Più di babbo, è così.
Mi consegna un sapore più pieno, di un figlio che sappia che non esiste un solo posto al mondo. E neppure un solo modo di dire padre.

martedì 19 agosto 2008

Un viaggiare incantato

La cosa bella dell'estate è che uno può mettersi a leggere i reportages di viaggio di Rumiz sulla Repubblica. Quello di quest'anno va dall'artico al mediterraneo, attraversando le frontiere, quelle ancora vere che restano, visitando regioni che sembrano riapparire da qualche mappa dell'ottocento, Carelia, Rutenia, Livonia, Curlandia, Latgalia, Bucovina. Che meraviglia, anche solo i nomi.
E che meraviglia, il modo di viaggiare di Rumiz, così vicino alla terra, allo sporco perfino, alle piccole cose e alla povera gente, negli autobus più disastrati, nei battelli che tossiscono le ultime energie, alle prese con le enormi distanze e con i silenzi dei boschi.
Queste prima parte del viaggio, dall'artico alla Russia bianca, raccontando delle stufe piečka ormai quasi scomparse, della tundra siberiana, della notte bianca di Murmansk, delle Solovietskij le isole dei monaci ortodossi, del rito della sauna, mi lascia ogni volta con un sapore inebriante fra le labbra. Un sogno ad occhi aperti.
Oriente che chiama.

Old Ladoga, dipinto di Nina Mikhailenko

lunedì 18 agosto 2008

Darmodĕj

Mi piaceva passare quelle mattine guardando la neve dalla finestra.
Nohavica cantava "Darmodĕj" dalla radio, e a me sembrava di vederlo sul serio da quei vetri punteggiati da sottili aghi di ghiaccio, "a já ho z okna vidĕl".
Il caffè che mi preparavo con la mia piccola moka si freddava appena a contatto con l'aria.
C'era un silenzio soffice, in quella casa. La mattina tutti erano al lavoro.
Muj Darmodĕj, vagabund osudu a lásek..
Vagabondo di destini e amori, nient'altro che questo.
La cucina era piena di quel profumo di torta ai semi di papavero.
Ed io mi incantavo guardando fuori quella neve forte e densa.
Mi pareva tutto esageratamente bello. Impalpabile. Pareva che a toccarlo potesse dissolversi, in un soffio di nebbia.
Lásky i nelásky, tiše se vrtĕly, rodinné obrázky. Amori e disamori, lentamente si muovono, immagini di famiglia.
Ed io intorno a quel soffice silenzio mattutino, ad attendere una risposta alle mie domande. A sorseggiare ancora un goccio di quel caffè, prima di mettere gli scarponi sopra quella neve innocente. Prima di distendere le mie domande su quel bianco morbido, che sembrava panna.
E sentire in bocca quegli aghi di freddo pungente, risposte silenziose e degne. Dentro quella nota, lunga e bella, che non smetteva di suonare.
Mi intenerisce pensare che ora quel Darmodĕj sta facendo un altro viaggio. Una nota lunga e bella, che forse suonerà di fronte ad un altra finestra.

domenica 17 agosto 2008

Vacanze a casa

Mamma, eeni cziina, aatto poppettone babbo.
Finora è la frase più lunga detta dall'ometto, che ha ormai rotto gli argini e dilaga in nuove parole ogni giorno.
Tralascio il significato della frase in sé, che è un evidente invito alla mamma ad accorrere in cucina, perché la cena è sul tavolo, dato che il babbo ha preparato il polpettone. D'altronde non vuole essere un immeritato atto di orgoglio personale, visto che il polpettone era di quelli già pronti, solo da mettere in padella.
Ma aver sentito l'ometto allungarsi in una frase con sei parole insieme, un po' di euforia me l'ha messa.
Si torna al lavoro, dopo due settimane di vacanze casalinghe completamente immersi dentro i giochi, le parole, i sapori, le voglie, i gelati che gocciolano, i biberon, i tuffi in piscina contando fino a venti (uncici, docici, tlecici..), le corse dietro al pallone, le ninne nanne. E baci a profusione.
E fra tutte queste cose, qualche libro da leggere nei ritagli di tempo, e i racconti di un'amica.
Nient'altro da chiedere.

martedì 5 agosto 2008

Partir verso casa

Non è che siamo partiti.
Il fatto in sè sarebbe banale. Ci si impegna su nuove parole ogni giorno, e la maestria di guida del triciclo ha ormai raggiunto un livello di professionismo puro.
E le sere giochiamo a pallone. Ecco, ci si allena fra calci in porta e frasi decisive: eeesa palla, aaatto gool, aaascato. Poi a volte passa veloce sotto le fronde dei platani un aaatto, e ci fermiamo a guardarlo.
Si va poi a mele, fra i filari nei giardini davanti San Lorenzo. Nel vano posteriore del triciclo ci stanno benissimo. Mamma, che è rimasta a aaasa, poi si incarica di scegliere le migliori.
Si dorme lo stretto indispensabile, in queste notti di pallidi refoli. E intanto niente toglie il sorriso all'altro cucciolo felicino.
Ed io rubo minuti ai giochi irrefrenabili e ai sonni arretrati, per leggere parole incantate. Le ultime, di un meraviglioso Silvio D'Arzo che mi è apparso d'improvviso, giunto da un rifugio di Caprarola, insieme a tanti altri confetti di mandorla. Succhiati con l'emozione dovuta, per un regalo inatteso.
"C'è quassù una certa ora. I calanchi ed i boschi e i sentieri ed i prati dei pascoli si fanno color ruggine vecchia, e poi blu: nel primo buio le donne se ne stanno sui fornelli chine sopra il gradino di casa e i campanacci di bronzo arrivan chiari lì giù fino a borgo. Le capre si affacciano agli usci con degli occhi che sembrano i nostri.
Allora mi vien sempre di più da pensare ch'è ormai ora di preparare le valigie per me e senza chiasso partir verso casa..."
"Casa d'altri" - Silvio D'Arzo