mercoledì 24 settembre 2008

Nonchalance

Attaccato alla porta dell'aula dell'asilo ieri c'era un disegno. Tutta una serie di traccie arancioni concentriche. In alto il titolo, scritto dalle maestre: Il sole. In basso l'autore: disegno di Fabio.
Allora la sera a letto gli ho chiesto: "Ma hai fatto un disegno oggi all'asilo?"
"Eh, sì."
"Hai disegnato il sole, vero? Tutto arancione."
"Eh, sì."
"Hai proprio fatto un bellissimo disegno, sai?"
"Eh, sì."
Con la noncuranza dell'artista già affermato.

domenica 21 settembre 2008

Le veglie alla fattoria

Ci sono attimi che non sanno di diventare una immagine. Si è abituati semplicemente a viverli.
Così questa donna, china su tenere piantine appena germogliate, in un grande orizzonte di campi. E quella casa alle sue spalle. La sua vita.
Io vorrei immaginare, cosa fosse quella vita. E mi ci vorrebbe un Gogol'.
So dargli una data approssimativa, anni quaranta, cinquanta del secolo scorso. E so che da quell'anziana donna sarebbero passate circa quattro generazioni prima di arrivare ai miei figli. Sarebbe in effetti la loro trisnonna se fosse viva.
Conosco il posto dove quella donna era al lavoro. Anche se quella distesa di campi, il giorno che sono arrivato per la prima volta lì, se l'era in gran parte mangiata la costruzione di altre case, magazzini, baracche, serre.
So immaginare quei campi, nei duri inverni lèttoni, coperti di neve. E riesco a sentire il ronzio degli insetti, i profumi intensi di gelsomino, il nettare delle susine mature, nelle estati generose.
Posso indovinare le veglie intorno ai fuochi, i canti e le storie, lo sciroppo dolce delle confetture di mirtilli, la birra spumosa, in quegli stessi campi, sotto quegli alberi che si vedono sullo sfondo.
E mi prende un'emozione, pensare a quelle fatiche, a quelle pene mischiate al gusto gioioso delle feste, a quei sapori intensi, che ci siamo presi in eredità.
Alberi da frutto che siamo rimasti.

mercoledì 17 settembre 2008

Rificolona

Forse i primi di settembre erano giorni in cui la mia attenzione era scarsa. Forse mi è passata davanti agli occhi eppur non l'ho notata. O forse, caso più gramo di tutti, non ha fatto la sua comparsa in piazza grande a Sesto.
Insomma, è il primo anno che non ho visto alcuna rificolona in giro. E per di più, neanche un bambino con la cerbottana con il grumo di plastilina attaccato alla canna, per far pallini da tirare.
Sarebbe una cosa che va insieme con la scomparsa delle api, con le rondini che si fanno sempre più rare, con questi tempi che non si capisce più dove vadano.
Son vecchio. Lo so.

Glossario
Cerbottana: mazza lunga intorno a quattro braccia, vota dentro a guisa di canna, per la quale con forza di fiato si spigne fuora colla bocca palla di terra, ed è strumento da tirare agli uccelli.
(Questa è la definizione che ne dà il dizionario dell'Accademia della Crusca del 1612)

Rificolona: palloncino di varia foggia, di carta colorata, illuminato, all'interno, da una piccola candela; si porta, attaccato ad una canna, in occasione di alcune feste popolari

martedì 16 settembre 2008

Buona la prima

Si, insomma, il pianto classico al momento di entrare nel nuovo asilo.
Ma poi fra la pimpa e una Lucia, maestra che sa abbracciare, le cose sono filate bene. L'ometto si è divertito, e al momento di lasciare l'asilo ha annunciato: "Si si, domani torno".

lunedì 15 settembre 2008

Primo giorno di scuola (materna)

Ora lo so, vi aspettereste un bel post toccante. Perchè oggi è il primo giorno di scuola materna dell'ometto. Ma non cederò facilmente, c'è scritto pure sulla Repubblica che i genitori non devono mostrare fragilità e farsi prendere dall'ansia, ma essere forti e di esempio per i bimbi.
Dunque ho affrontato la cosa su un puro piano razionale e organizzativo. Ieri sera gli ho scritto il nome col pennarello indelebile sulla busta di tessuto in cui riporre tovagliolo e bicchierino, anch'esso con il nome indelebile scritto su.
E poi ho stampato il cartellino, con il nome colorato e in caratteri comic sans, da attaccare alla scatola di cartone, dove stanno ben riposte il cambio di pantaloncini e maglietta e scarpe da ginnastica.
Sua mamma poi ha messo insieme pennarelli a punta grossa, zainetto, fogli bianchi e colla per carta, che serviranno già dai prossimi giorni.
E poi ne abbiamo parlato un po' insieme all'ometto, della nuova scuola, dei bimbi più grandicelli, delle nuove maestre, dei nuovi giochi. Lui ci guardava, fra il perplesso e l'incuriosito.
Insomma, siamo stati forti.
Poi se proprio lo volete, il post toccante, vi posso confessare che stanotte l'ometto si è addormentato in mezzo a noi due, e ogni tanto me lo stringevo accanto. Perché poi oggi, tutto il giorno al lavoro, sapevo che sarei stato consumato dall'attesa di rivederlo.
Ecco, però ora non ditelo a quelli di Repubblica...

domenica 14 settembre 2008

Il mio sabato del villaggio

Montevarchi nella pioggia di settembre ha un odore inconfondibile per i miei sensi, che recuperano le ore dell'infanzia. C'era l'occasione del mercato contadino del sabato, con in più gli stand di Slow Food, e ci sono tornato, spinto dalla campagna di Elena.
C'era un po' di tutto, poco ma di tutto. Dal peposo, che ancora ribolliva nelle grandi pentole di rame, ai barattoli di fagioli zolfini, l'olio buono, i prosciutti salati e rustici del valdarno (un valdarnese come me non riesce a mangiare il dolce di parma, mi sembra roba da bimbetti), il pecorino di Pienza. E poi le piccole ceste di verdure, i fichi, le nocciole, i tartufi neri. E ancora i piatti della toscana contadina, la ribollita, l'acqua cotta, i crostini di fegato.
E poi la mia Montevarchi che resiste in piccoli angoli del centro, la pasticceria di Gele, dove compravamo le paste con mio padre, l'antica drogheria con i suoi legni ambrati, i profumi di caffè, i panetti di cioccolata nelle carte grezze, gli scaffali delle caramelle, e le mille confetture. E poi il vecchio bar di mio nonno, quel pezzo di piazza Varchi, di fronte alla Collegiata, dove i miei genitori si conobbero e si facevano le lontananze. La via Roma delle "vasche", quel mio sabato del villaggio che si spendeva passeggiando con i miei, salutando tutti a destra e a manca, ché ancora a quel tempo tutti ci conoscevamo.
Continuasse pure a piovere, arriveranno presto le castagne buone, da far arrostire sulla brace. L'odore della buccia che si brucia, e i vetri della finestra che si appannano. Come lacrime negli occhi.

Foto d'epoca di Via Roma, da Wikimedia. Non che io sia tanto vecchio da ricordarmela così..

giovedì 11 settembre 2008

Un volo di parole

"Un'ho più voglia di' fa nulla. Sarebbe l'ora di' riposo.
Eppure ci tocca ancora di fare. E si fa."
Un'anziana sestese, sospirando sulla soglia di casa. Un sorriso stanco e semplice.

lunedì 8 settembre 2008

Cena con onomastico

L'onomastico della nonna lèttone lo si è festeggiato con una cena mista. Involtini di carne ripieni di dadini di pancetta, con sughettino tipo brasato, e patate passate in padella. Il dolce italianissimo, con abbondante cioccolata e chantilly.
E uno zibibbo pieno di sole, per terminare. Non senza che io mi sia lanciato prima di cena in un "apsveicu varda diena" (buon onomastico!), pur essendo a quel momento del tutto sobrio e lucido.

sabato 6 settembre 2008

Man, man!

Dunque, il frigo si è riempito. E appena si apre, si sente immediatamente quel sentore di affumicato che arriva dai salami, dal pollo e dai formaggi.
Poi si, gli spumini morbidi, le ricottine ricorperte di cioccolato e altre creme di frutta, il mattoncino duro di crema alle arachidi, i bon bon di caramello di latte, il kefir, la panna acida per condire l'insalata, la ricotta, il pane nero e denso, certi wurstel lunghissimi di carne e formaggio, che già stanno friggendo nella padella, insieme alle patatine. Patate, pomodori, mele dell'orto lèttone. Un grande barattolo di miele di un lieve color dell'ambra.
E Fabio che ha già imparato a sostituire il suo adorato "mio, mio!", in un "man, man!" assai più comprensibile, fra queste mura diventate ormai una piccola Riga.

venerdì 5 settembre 2008

Una lunga giornata

Questa mattina è iniziata con un cielo di nuvole basse e gonfie d'acqua.
Solo voltando lo sguardo a nord est, sopra Fiesole, si faceva spazio uno squarcio di azzurro illuminato da un rosa tenue.
Intanto al mercato centrale di Riga, all'alba, la nonna lèttone si stava già aggirando fra i banchini e le botteghe, alla ricerca di cose buone da mettere in valigia.
Stasera tardi alzeremo di nuovo lo sguardo verso il cielo, per vederli atterrare.

Centraltirgus - Foto d'epoca del Mercato Centrale di Riga (maskfor.lv)

giovedì 4 settembre 2008

Pensiero di sorvolo

Sembrava il suono di una risacca pigra, come consegnasse onde stracche su scogli umidi d'alga.
E un cigolio di corde tese che negavano la fuga a barche vogliose di quel mare nero.
Io non so dire. E avrei voluto.
Tantomeno sognare. Eppure, se appena...
Posso però ricordare. Persino testimoniare.
Buttar giù porte di quercia scura, strappare ragnatele agli angoli di un intonaco screpolato.
Soffiare di lato un fuoco vergine. Volendo, tirare facili linee su una sabbia tenera.
Questo posso fare.
Poi prendere un Cechov qualsiasi. E andarmene, con un segreto sorriso.

martedì 2 settembre 2008

Un pellicano che vola

Un pomeriggio da solo con gli ometti, ché la mamma ha ricominciato a lavorare.
Palla magica di Ratatouille che descrive fantasione traiettorie per la stanza. Aaatto gol, sì ma attento a non prendere in testa Daniele.
Un biberon da scaldare, un libro di filastrocche da raccogliere.
Un sole ancora aspro che batte sulle persiane. Raggi che filtrano goccia a goccia dalle tende con buffi disegni di animali.
Un dondolare che non ne vuol sapere di chiudere gli occhi.
Sorrisi sparsi e rime da concludere. C'è un pellicano che vola, e non può che chiamarsi Nicola.
Una spossatezza felice che mi prende quando la porta si apre e l'ometto grande corre fra le braccia di sua madre.
Raccogliamo per casa parole e gesti da mimo per raccontarle le nostre avventure.
Poi un bicchiere di bianco dell'Argentario e strascichi di nuvole di un arancio corallo, mentre mi affaccio alla terrazza e lascio entrare la sera.