venerdì 31 ottobre 2008

Sto imparando adesso

Io non so quanto amore ci vuole.
Lo sto imparando adesso.
Quell'amore che serve per superare le notti tribolate, le febbri che non passano, gli abbracci che cullano, la pioggia che alle tre di notte ti bagna la faccia mentre in terrazza cerchi di recuperare la tenda che il vento ha fatto volare sul tetto.
Lo sto imparando adesso l'amore che ci vuole a consolare un piccolo spaurito, che di fronte alla porta dell'ambulatorio ti supplica: il male dopo, il male dopo.
E poi gli occhi che convivono da mesi con una stanchezza opaca e ruvida.
Lo sto imparando adesso, l'amore che serve per far girare la trottola e farla cadere nel buchino giusto, per scatenare l'applauso e i sorrisi. Quelli che curano le ferite e fanno sembrare tutto così normale.

giovedì 30 ottobre 2008

La piccola casa rossa

E poi finisce che mi chiede di costruire la tenda.
Si toglie le pantofoline e salta sopra il tappeto, prende i cuscini morbidi e li infila dentro la casettina di tela.
Dai, babbo. Entriamo, e poi si dorme. Va bene?
E neppure può mancare il suo libro preferito, e le storie raccontate già mille volte, mandate ormai a memoria e che lui ripete con un tono di voce emozionato.
Ci stendiamo dentro e ci investe il rosso intenso delle pareti. Dalla finestra di rete passa una luce sottile e morbida.
Sembra un cerchio perfetto, dentro il quale i suoi occhi si chiudono. Giusto un momento, per un gioco del sonno che si stende nella casetta come un filo di seta.
Ed io mi sento quasi un ospite incredulo, in quel suo mondo che sta nascendo.
Finché non giunge a scuotere la tenda un piccolo ranocchio che è appena passato dal passo del gambero a quello del cucciolo d'uomo. E già sembra reclamare il suo spazio, nelle prossime favole da inventare.

lunedì 27 ottobre 2008

Cose di famiglia

Ho scoperto che mia suocera legge questo blog più spesso di quanto faccia mia moglie.
Ora la cosa curiosa è che mia suocera non lo conosce l'italiano. Eppure prende il dizionario italo-lettone e in qualche modo riesce a capire il senso dei post che scrivo. Certo quelli che hanno per argomento la Lettonia li intuisce meglio, e saranno i più interessanti per lei.
Ma io rimango affascinato, da questa capacità di interessarsi alle cose, da questa curiosità irresistibile che la anima, da questa forza di mettersi in gioco dentro una lingua ignota.
Cose che da noi si vedono molto più raramente.
Allora ne approfitto, per salutarla. Labvakar, mila sievasmate!

sabato 25 ottobre 2008

La mattina del villaggio

A Sesto, il consueto sabato mattina del villaggio.
Il centro pieno di gente, il mercato, i visi consueti, la gente da fuori. Il bar preferito, i sorrisi accoglienti, il caffè buono.
In biblioteca intanto un sabato mattina di racconti di favole, pieno di bambini da dolci curiosità. E nel giardino interno un silenzio impalpabile.
Nella piazza centrale, nelle vie pedonali, un'atmosfera di febbrile far niente. Il trenino del mago della lampada che non smette di girare, con il suo carico di piccoli viaggiatori.
E poi lo so, con il calare del pomeriggio, su quel tardi non ancora definitivo, i suoni si ovattano, l'aria si fa più densa, i toni diventano pastello, su uno sfondo di terre di siena.
Comunque, casa.

martedì 21 ottobre 2008

Groppi in gola

Cosi adesso capitano le mattine, con la mamma già al lavoro, in cui mi accingo all'impresa di dare colazione e vestire i due marmocchi, e portarli fuori per accompagnare l'ometto grande all'asilo.
In strada l'ometto mi chiede di prenderlo in collo, ma io ho il ranocchietto infilato dentro il marsupio e gli dico che non posso. Così lui mi chiede la mano, e non me la lascia più fin dentro l'asilo. Per la strada parliamo dei giochi e dei disegni che farà, del tempo, che se non piove forse potranno uscire nel giardino dell'asilo dopo pranzo. E io mi stupisco della sua calma, della sua tranquillità.
Poi davanti all'aula mi chino su di lui e gli slaccio il giubbotto. Lui mi abbraccia forte, appoggia la testa sulla mia spalla e a stento trattiene le lacrime. Un gesto di dolce tristezza che sa già quasi di adulto. Infine arriva Lucia, lo prende in braccio teneramente e lui scompare dietro la porta.
E io mi dico che ci sono cose a cui non potrò mai essere preparato. E ad ingoiarle, proprio non ci si fa.

lunedì 20 ottobre 2008

Notte azzurro fumo

Arriva poi la sera che mi prendo fra le braccia questa grigia matassa di lana, questo groviglio caldo di fili disordinati e provo a cullare i sogni brutti, con il passo incerto che mi viene. Con l'abbraccio più calmo che so.
E poi resto a guardare fuori dalla finestra, per imparare a trasformare questo mare scuro in una distesa d'erba da calpestare.
Ci vorrebbe una favola buona per l'inverno, da indossare come un pigiama di flanella.
Piena di colori, come un racconto di Nabokov.

Il turchino intenso delle prime ore della sera.
La sabbia rossiccia sulla neve, simile al cinnamomo.
I ghiaccioli screziati di un azzurro verdognolo che pendevano dalla finestra.
Qella calma che solo può regnare in una luminosa giornata di gelo.
In lontananza blocchi di ghiaccio che sfavillavano vicino ad una buca scavata nella bianca e uniforme distesa.
Sul lato opposto colonne di fumo rosa svettavano sopra i tetti nevosi delle capanne di tronchi.
La notte azzurro fumo era illuminata dalla luna.

Una cosa del genere.
Poi qui, "Cripple and the Starfish" in sottofondo. Per chiudere il cerchio.

Nota: la tavolozza dei colori è ripresa dal racconto "Natale", di Vladimir Nabokov.

venerdì 17 ottobre 2008

La mia bibliotecaria del cuore

Non parlo spesso di lei. Potrei dire anzi, che ne parlo raramente. D'altra parte lei è una donna a cui non fa difetto la discrezione e un carattere schivo e riservato. Ama i toni bassi e le parole lievi, le luci soffuse e i colori pastello. E lo confesso, a me questo piace.
Questa volta però mi perdonerà se la tiro in ballo. Del resto è mia moglie, spero sia indulgente. E poi neppure legge così spesso questo blog.
Se oggi passaste dalla biblioteca di Sesto Fiorentino, potreste incontrarla. Forse sarà emozionata perché è il suo primo giorno di lavoro. Ma in un certo senso, si sentirà come tornata a casa, al mestiere per cui ha studiato e si è laureata.
La biblioteca in cui lavorava, prima di trasferirsi in Italia, si trova in un posto chiamato Salaspils, una cittadina alle porte di Riga. Era la biblioteca dell'Istituto Forestale. Un luogo immerso nel verde, con infinite foreste di betulle ai fianchi, ed un grande giardino in mezzo, pieno di specie diverse di alberi e piante. Ci si arriva con l'autobus da Riga, oppure prendendo il treno e scendendo alla stazioncina del paese, e poi camminando per un vialetto costeggiato da piccole case ricche di orti e animali.
Oggi la strada che deve fare per raggiungere la biblioteca comunale di Sesto è molto più breve. Pochi passi a piedi da casa. Ed io mi emoziono un po', pensandola mentre ritorna, percorrendo quei pochi metri, all'appuntamento con un mestiere che non ha smesso di amare.
Labu darbu, mana milestiba.

martedì 14 ottobre 2008

Traiettorie

"Anch'io ho danzato in girotondo. Era il 1948 [...]
Poi, un giorno, ho detto qualcosa che non dovevo dire, sono stato espulso dal partito e ho dovuto uscire dal cerchio.
È stato allora che ho capito il significato magico del cerchio. Quando si è allontanati da una fila, è ancora possibile tornarci. È una formazione aperta. Ma il cerchio si richiude, e per questo, quando lo si lascia, è per sempre. Non per caso i pianeti si muovono in cerchio, e la pietra che se ne stacca si allontana inesorabilmente, spinta dalla forza centrifuga. Simile a una meteorite staccatasi da un pianeta, io sono uscito dal cerchio e non ho finito, ancora oggi, di cadere.
Ci sono persone alle quali è dato morire durante la traiettoria e altre che si schiantano alla fine della caduta. E queste ultime (delle quali faccio parte) serbano sempre dentro di loro una sorta di segreta nostalgia per il girotondo perduto, perché tutti siamo abitanti di un universo nel quale ogni cosa gira a cerchio."

"Il libro del riso e dell'oblio". Milan Kundera

sabato 11 ottobre 2008

Luce d'ambra

Siamo usciti tardi nel pomeriggio.
Gli ultimi raggi veri di un sole che neppure pareva d'ottobre si sbriciolavano nell'erba bassa del parco. L'ometto si teneva ben stretto il pallone mentre saliva sullo scivolo. Acrobazie dei tre anni. Che poi sono continuate in uno strano attrezzo con una rete da scalare e scavalcare, di quelli da percorso di guerra per piccoli marines. Ma in quel caso "teni palla babbo".
Poi ci siamo dati al calcio. Niente di strano in fondo, due maschi che si tirano il pallone, che si rincorrono e provano a fregarsi la palla, e poi si schiantano per terra in un attimo che dura una risata. Eppure io non mi ci sono ancora abituato, dopo tutti i ragazzini che ho allenato, che quello che tira la palla, ora è proprio mio figlio.
Proprio mentre rincorrevamo un pallone ghiotto ghiotto, appena finito sotto un tiglio, sei apparsa, nel vialetto del parco. E davanti a te, quel piccolo distributore automatico di sorrisi, che si teneva forte alla barra del passeggino. Occhi azzurri che si sgranano in una voglia già prepotente di prato e giochi.
C'era già una vena d'ambra nella luce di quell'ora di mezzo, come uno specchio brunito che restituisce i profili delle cose in un contrasto di toni caldi e incerti.
Ed io che dico all'ometto: "Guarda chi sta arrivando". E mentre lui grida "mamma mamma" e ti corre incontro, io ti guardo davvero, ti guardo i capelli raccolti, il sorriso, le labbra che si serrano dolcemente mentre lo abbracci.
Intanto seduto nel passeggino appena discosto da voi, il piccolo distributore automatico di sorrisi fa il suo mestiere e mi spedisce da distanza un francobollo di felicità con le sue gotine tonde.
Così d'istinto, mentre tutto questo si spalma sotto un cielo cobalto di fine giornata, mi viene di frugarmi in tasca, quasi cercassi un posto dove conservare quell'attimo. Che neppure saprei definire.

giovedì 9 ottobre 2008

Quel che resta

Io lo so cosa vuoi dire. Ma quello è un dolore che strappa le budella. Il desiderio che diventa necessità.
Io mi impasto le mani, come faceva mia nonna con uova e farina. E un mattarello lucido d'olio, per tirare sfoglie che vorrebbero essere lievi, e invece sfumano come aliti di nuvole. Secondo il loro destino.
Mi cullo in bocca una nocciola sbucciata, e la tormento a succhiarla, prima di affondarci i denti e lasciare che il sapore faccia la sua parte.
E poi tutto qui. Mi resta di far nuvole.

I ventitre giorni della città di Alba

"Scesero la collina, molti piangendo e molti bestemmiando, scuotendo la testa guardavano la città che laggiù tremava come una creatura.
Qualcuno senza fermarsi raccattò una manata di fango e se la spalmò furtivamente sulla faccia, come se non fossero già abbastanza i segni che era stata dura. E' che la via della ritirata passava per dove la città dà nella campagna: lì c'erano ancora molte case e si sperava che ci fosse gente, donne e ragazzi, a vederli, a vederli così. Ma quando vi sbucarono, nel viale del Santuario, quant'era lungo non c'era anima viva, e questo fu uno dei colpi più duri di quella terribile giornata."
Beppe Fenoglio

lunedì 6 ottobre 2008

Là da quella parte


Non vi dirò ancora cosa guardano, il ragazzo e sua madre.
Vi dirò semmai, che in certi posti calpesti erba e terra senza avere la minima idea di cosa ci sia passato sopra dieci, trenta, sessant'anni prima.
Ci vorrebbe una memoria, da qualche parte. In una rètina di Dio, ad esempio. Che un giorno si decidesse a renderci indietro tutti i fotogrammi che hanno riempito quel fazzoletto di terra. Tutti i colpi di vento che hanno agitato le fronde della betulla di fronte a casa. Tutti i volti che l'hanno abitata. E tutte le lacrime, i brividi e le risate che hanno risuonato dentro i legni di quelle pareti.
E ci vorrebbe una botte di buon rovere, per tener riposti i caldi profumi dei susini, del gelsomino di fronte all'orto, e degli aromi dei fiori che cadevano in gocce di miele nelle arnie poco distanti.
Un giorno poi un vecchio contadino si incaricherebbe di scoperchiare la botte e restituire vita a quegli effluvi, per darci un segno concreto, che pure esistevano. Un giorno mio figlio potrebbe scoprire così quello che i suoi antenati annusavano aprendo la porta di casa, nelle tiepide mattine di giugno quando il primo sole batteva sull'aia.
Intanto quel ragazzino e sua madre continuano ad osservare. Lei che sorride, come vedesse qualcosa di consueto, di confortante. Il ragazzino che socchiude le labbra, che mantiene un'attenzione meravigliosamente ingenua, che serba ancora cose da comprendere.
Io lo so cosa c'era là, in fondo a quello sguardo. So cosa quelle rètine catturavano in quell'istante. So immaginare quella distesa di campi lavorati, quelle file di solchi seminati, la quercia grande e l'argine del fiume appena sotto. La Daugava imponente e calma, fiera in quel suo incedere verso gli ultimi metri di vita, prima di scomparire nel mar Baltico. E posso immaginare che giorno sia quello, dal grembiule con il fiocco del ragazzo e dai fiori in mano a sua madre.
Potrei pure immaginare l'amore, e tutto il resto.

sabato 4 ottobre 2008

Aggiungi un posto a tavola

Si potrebbe pensare che un segnale che il neonato sta crescendo sia il primo dente che spunta, o quando comincia ad andare a gattoni, oppure i primi versi che somigliano vagamente a qualcosa da dire.
Ma chi ci è già passato lo sa. Tuo figlio comincia a crescere quando si siede per la prima volta sul seggiolone. Lo capisce lui stesso per primo. Lo vedi dall'aria soddisfatta, da quel sorrisino malizioso che ti vuol significare: "dai dai l'avete capito che ho diritto anch'io a stare a tavola con voi.."
E che gioia nell'avere un banchino tutto per sé, dove sbattere felicemente qualsiasi gingillo e giochino gli metti davanti. E che conquista, guardare gli altri dalla loro stessa altezza, dopo che per mesi gli toccava alzare lo sguardo implorante.
Adesso si gioca alla pari! I primi missili aria aria di pastina in brodo sono già partiti.

giovedì 2 ottobre 2008

Tutto bene?

La tecnica richiesta per addormentare il ranocchietto è particolarmente sofisticata. Anche perché tanto rari e preziosi sono i momenti di sonno del piccolo rompiscatole.
Si fa penombra in camera, silenzio assoluto, si prende il bambino in braccio, e si agisce con un mix di movimenti ondulatori e sussultori che sarebbe lungo spiegare qui.
Poi, come è successo ieri, sul più bello si apre uno spiraglio della porta della camera, spunta la testolina dell’ometto che sussurra: “Tutto bene?”.
E tu, tremante, con il piccolino in braccio che già sta per riaprire gli occhi, non puoi che rispondere sottovoce: “Sì sì, tutto bene..”

mercoledì 1 ottobre 2008

Ostinati, tutti quanti

I due parlavano fitto. Si capiva poco in realtà, ma sembrava discorressero di Marta.
Marta vive appena oltre la curva di questa strada, dove sfuma quell'acciottolato ormai in fin di vita, mangiato dalla terra rossa e dalla neve d'inverno.
Ha un figlio, la vecchia Marta. Partito un giorno di agosto, quando il paese fu libero, e le frontiere si aprirono. Prese un aereo per l'Irlanda a cercare, in una terra affamata di manodopera, un'occasione di vita diversa.
Adesso le gambe di Marta, che per settant'anni si sono piegate sui campi di erba medica, di cipolle rosse, di cetrioli e di patate, hanno ceduto di colpo. E i vicini, vecchi anche loro, ché da qui le anime giovani scappano finché possono, la aiutano facendole un po' di spesa e raccogliendo qualche frutto dall'orto ostinato, che non vuole ancora seccare.
Qui d'inverno cala un'ombra pesante, quasi che voglia tenersi stretti questi rari vecchi, ostinati anch'essi a spremere vita da una polpa magra e senza succo.
Ma ancora in un autunno così, con i primi venti siberiani che fanno abbassare il capo, con queste goccioline impalpabili, con questa luce traballante che saluta via, si ha del tempo per stare in strada. Si tiene il fagotto fra le mani, e si lascia ballare fra le labbra quel sospiro che annuncia inverno. Un altro ancora, chi sa poi perché. Ostinato pure lui.
xxx
Foto tratta da The Friedman Archive