martedì 25 novembre 2008

Una debole fermezza

Certe volte fa arrabbiare, ma fa arrabbiare di brutto, l'ometto.
E lui quando vede l'arrabbiatura dei genitori, si mette a sbuffare. E riparte con il suo ntz ntz.
Insomma, manifesta il rammarico e la delusione che una sua banale ed innocua iniziativa abbia potuto causare tale conflitto presso la direzione generale.
A volte poi prende la via sindacale: "Mamma, eh..., babbo ha detto...".
Altre volte si sdegna in un aventino che dura pochi minuti.
Poi si torna a giocare. Ma in genere cedo prima io.
Un padre di scarsa tempra.

domenica 23 novembre 2008

Alla voce amore

Quanto può bastare un abbraccio? E lei se lo sarà chiesto, in quei minuti?
Non sarei mai capace di immaginare i suoi occhi di madre, mentre lo guarda. Mentre lo accoglie a sé un'ultima, unica volta. E non ci sta nel mio cuore, l'idea di come sia quello smarrimento immenso. Proprio non ci sta.
Una vita intera. Si può pensare questo? Una vita intera, tenerla fra le braccia pochi istanti. Qualcosa che non è neppure cominciata.
Poi un silenzio infinito, dopo che i macchinari si sono fermati. Dev'essere stato quello ad accompagnarli, un silenzio infinito e compassionevole.
L'unica cosa che riesco ad immaginare.

giovedì 20 novembre 2008

E lucean le stelle..

C'era una piazza Navona piena di gente.
Lungo la strada verso Piazza della Cancelleria un fresco pungente e i rumori attutiti delle sere di novembre.
E poi al Palazzo della Cancelleria, un'emozionata e dolce ambasciatrice lettone che riceveva uno ad uno gli invitati. Lo so che emozionata e dolce non sono aggettivi adeguati per un diplomatico, ma lei appariva così.
E c'erano gli affreschi di Vasari nella sala dove si teneva il concerto.
Un giovane tenore lèttone, Aleksandrs Antonenko, astro nascente e pupillo di Muti, che ha cantato meravigliosamente diverse arie, alcune del proprio paese, altre di Puccini, Bizet, e Verdi.
C'erano vari diplomatici, politici, attaché militari. E diverse donne. Ovviamente alcune dal caratteristico biondo lèttone. Non so com'è, mia moglie mi sembrava la più bella.
E c'era un lunghissimo tavolo con favolose tartine.
E poi fuori c'era la notte romana. Bellissima.
E le stelle, pure.

lunedì 17 novembre 2008

In continuo movimento

Adesso che l'ometto ha imparato a tagliuzzare la carta con le forbici a punta "londata", a casa nostra è pieno di coriandoli.
Nel frattempo quello piccolino sembra già essersi stancato di andare a gattoni, e cerca ogni appiglio possibile per tirarsi su in piedi. Che poi non ci riesca del tutto serve solo a innervosirlo. Aruga, avrebbe detto mia nonna umbra.
Insomma, qui non si riesce a stargli dietro, a questi due.
Domani il titolare del blog e gentile consorte se ne vanno a Roma, per la serata di gala dell'Ambasciata lettone. Chissà quali novità ci saranno mercoledi, quando torneremo a casa.
In treno mi porto "Il muschio grigio arde" di Thor Vilhjalmsson. Ci si fa accompagnare dai sottili fili d'erba delle brughiere islandesi. E poi Roma, finalmente.

giovedì 13 novembre 2008

Un ospedale, di sera

Non c'è nessun luogo che sappia più di pioggia e di foglie scure e bagnate, dei vialetti di un grande ospedale, quando scende una pioggia fine e nera, in un tardo pomeriggio autunnale.
Una coperta fredda e lucida che si stende su affanni e tormenti che da soli basterebbero.
Ma un grande ospedale è una città affollata di giorno, dove si schiamazza, si strepita per un niente e per tutto il male del mondo, dove si suona il clacson e il traffico e i parcheggi sono ancora più selvaggi e incivili che là fuori, nel mondo dei sani.
Dove le code ad uno sportello sono ancora più insofferenti e pietose. E tristi. Eppure così rumorose.
Poi il turno di pomeriggio, in questi giorni di autunno profondo, ti porta in dote un cielo nero e finalmente silenzioso, vialetti improvvisamente vuoti, una sottile e umida pena. Un luna park abbandonato, sembra. Tutto diventa a portata di mano, più semplice da capire, e tanto più nudo nella sua crudezza.
Quando esco di qui, in queste sere di pece, non mi basta strisciare un badge per togliermi di dosso questa coperta lucida e gelida. Se ne fa un mestiere, anche di questo.

martedì 11 novembre 2008

Celebrazioni lèttoni

Dunque oggi sarebbe "Lāčplēša Diena", il giorno di Lāčplēsis.
Lāčplēsis è un personaggio epico, un energumeno con orecchie da orso, che è diventato l'eroe nazionale, dopo che Andrejs Pumpurs ne ha narrato le gesta nel poema che è considerato ormai l'emblema della tradizione culturale lèttone.
In realtà l'11 novembre i Lettoni celebrano la vittoria sull'esercito controrivoluzionario russo avvenuta nel 1919, un anno dopo la fine della I guerra mondiale.
La Lettonia era appena diventata uno stato indipendente, e l'esercito russo bianco, zarista, minacciava la sua libertà, insieme a quella degli altri stati baltici. Una vecchia storia, che si è ripetuta un sacco di volte.
Insomma, è il giorno dell'orgoglio nazionale, c'è la parata militare, i fuochi (non mancano mai i fuochi, quando si festeggia qualcosa in Lettonia) e tutto il resto. Della birra non vi sto a dire.
La vera festa nazionale lèttone è però quella del 18 novembre, quando la Lettonia divenne per la prima volta uno Stato indipendente. Succedeva nel 1918. La prossima settimana saranno 90 anni.
L'Ambasciata lèttone in Italia celebrerà la giornata con un concerto e una serata di gala a Roma. I cittadini lèttoni che vivono in Italia sono stati tutti invitati, con consorti annessi.
Per farla breve, da qui a martedì prossimo mi devo trovare un abito scuro.

lunedì 10 novembre 2008

Moje smutné srdce

Non saprei dirlo in un'altra lingua. Con tutta la fatica che pure ho fatto a imparare a pronunciarlo.
Perché in fondo non si può pronunciare senza tribolare, un cuore. Un cuore triste, poi.
E non c'entra, per una volta Nohavica. Ma solo questo miele malinconico, che gocciola lentamente e mi si appiccica addosso. E mi fa sorridere ad occhi stretti, mentre sento l'ometto finalmente pronunciare il suo proprio nome. L'ultima ritrosia abbandonata, in un gioco di risate buffe che lo prende tutta la sera.
E' la neve, che mi manca. Che tu stasera mi hai ricordato. Quella luce bianca che sapeva di buono.

E mi hai fatto pensare ai confini che ha cancellato, al sapore forte dello slivovice, alle note che mi suonano dentro ogni volta che ci penso.
Moje smutné srdce, prima che il sonno arrivi a portarselo via.

venerdì 7 novembre 2008

Sensibilità

Ora che il ranocchietto ha imparato ad andare a quattro zampe ad una velocità sostenuta e con sufficiente equilibrio, in corridoio ci sono inseguimenti spericolati con l'ometto grande.
Quando poi, qualche fortuito incidente, provoca il pianto del fratellino piccolo, l'ometto non ce la fa a trattenersi, e piange di brutto, sconsolato per il dispiacere verso il fratellino.
E' così lui, si deve prendere sulle sue piccole spalle le infelicità che gli passano intorno. Non sopporta vedere qualcuno star male.
Così alla fine ci troviamo un posto morbido, il letto, un tappeto, la tenda rossa, e ci distendiamo insieme, a far scorrere via dagli occhi l'ultimo pianto. Pronti per un nuovo inseguimento, pronti per una nuova corsa. Intanto il ranocchietto è già scappato via. Un duro, quello lì.

mercoledì 5 novembre 2008

Notti così


Io intanto cullavo fra le braccia Daniele, per riaddormentarlo l'ennesima volta. Una notte così, da raccontargli un giorno.

martedì 4 novembre 2008

Un pensiero per stanotte

We know the battle ahead will be long, but always remember that no matter what obstacles stand in our way, nothing can withstand the power of millions of voices calling for change.

We have been told we cannot do this by a chorus of cynics who will only grow louder and more dissonant in the weeks to come. We've been asked to pause for a reality check. We've been warned against
offering the people of this nation false hope.

But in the unlikely story that is America, there has never been anything false about hope. For when we have faced down impossible odds; when we've been told that we're not ready, or that we shouldn't
try, or that we can't, generations of Americans have responded with a simple creed that sums up the spirit of a people.

Yes we can.

It was a creed written into the founding documents that declared the
destiny of a nation.

Yes we can.

It was whispered by slaves and abolitionists as they blazed a trail
toward freedom through the darkest of nights.

Yes we can.

It was sung by immigrants as they struck out from distant shores and
pioneers who pushed westward against an unforgiving wilderness.

Yes we can.

It was the call of workers who organized; women who reached for the
ballot; a President who chose the moon as our new frontier; and a King who took us to the mountaintop and pointed the way to the Promised Land.

Yes we can to justice and equality. Yes we can to opportunity and
prosperity. Yes we can heal this nation. Yes we can repair this
world. Yes we can.

domenica 2 novembre 2008

La gioia di essere padre

Quando tuo figlio si siede sul divano accanto a te e ti dice, per la prima volta:
"Babbo, guardiamo partita insieme?".