giovedì 31 dicembre 2009

Cose da serbare nell'angolo rosso

La prima neve dell'anno, nei piccoli guanti dell'ometto, a Riga. E nonna Ilga che gli mostra come si fa un pupazzo di neve.
La colombaia del ragazzino ebreo nella Odessa dei pogrom e tutte le storie della Moldovanka di Babel'.
La prima volta che Daniele mi ha chiamato "tetis". E ogni volta ancora, da allora.
L'Užavas chiara e i crostini di pane nero che ci gustavamo in Livu Laukums, in una sera d'agosto.
Il suono del vento che attraversava le infinite pianure di Dobele. E quel verde irripetibile, e i campi bronzei di stoppie, e la sauna bollente. Quel cielo altissimo, di un azzurro irreale.
La storia d'amore che abbiamo visto sbocciare di fronte a noi, fra parole francesi che si sussurravano miele.
I racconti di Cechov, che mi porto sempre dietro.
I bicchieri di Mandorlo e i finger foods dell'Aqaba.
I giorni passati con Kristine a casa nostra. Le serate in terrazza a guardare il tappeto di luci sotto a noi.
Gli ometti in pigiama la sera che costruiscono il puzzle insieme, sopra il tappeto grande.
Le aurore boreali che Florenskij descriveva a suo figlio, nelle lettere scritte dal lager delle Solovki.
Quel libro inarrivabile che è "Vita e Destino".
Le serate con gli amici a casa di Gabriella.
La voce d'angelo di Antony, in un piccolo teatro, una sera indimenticabile di fine marzo.
La nuova libreria, le tazze fumanti di tè alla menta, le volte che gli sguardi si incontrano.
E poi tutti i desideri che ci siamo lasciati per gli anni a venire.
Tu ed io.

martedì 29 dicembre 2009

Preparativi

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A Riga hanno speso 450 mila lats (circa 750 mila euro) per illuminare con giochi di luci la città vecchia per capodanno. I maligni dicono che il sindaco filo russo non ha fatto in tempo a completare l'illuminazione per il 25 dicembre, ma sufficientemente in tempo per il natale russo del 7 gennaio.
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giovedì 24 dicembre 2009

Sera di festa

Fiocchi di neve lucente volteggiano in aria,
dall'alta torre risuona una dolce canzone:
tutti i volti felici, e belli.
Un panorama di fuochi avvampa le strade.
Nascosto dietro un ampio cortile recintato,
oltre il quale, fra gli alberi, brilla la luce di una casa,
un ragazzo cencioso, se ne sta solo, e guarda,
le mani nude, il caldo respiro.

Ecco lassù, da una finestra al secondo piano,
canti e musiche dolci al lume di una candela,
china in mezzo a dei bambini sta la guancia
di un nonno nella bianca tonaca di natale.
E dietro il recinto di ferro, e freddo,
da dove la casa, fra gli alberi, appena si scorge,
un ragazzo cencioso se ne sta sulla strada bianca,
le mani nude, il caldo respiro.

Poesia di Janis Ziemelnieks
(poveramente tradotta qui dal titolare del blog)

domenica 20 dicembre 2009

Frammento d'inverno

Sembrava una traccia, un fiocco candido che percorre un sentiero infinito.
La sensazione di stare in un altrove di fuochi spenti e erba umida, di neve che cade pigra come un'abitudine. Densa e grassa sulla terra nera.
Un alone di luce bianca che si alza dai campi la sera, carezze di luna sui cristalli silenziosi.
E poi un canto di bambini dall'orizzonte lontano, sulla soglia di una casa illuminata.

giovedì 17 dicembre 2009

Neve

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Oggi gli ometti al loro risveglio hanno potuto vedere un po' di tetti imbiancati e un leggero strato di neve per la strada. Fatto inusuale dalle nostre parti.
Ma c'è sempre un posto dove nevica di più.
Noi giusto speriamo che quella neve lì rimanga fino al prossimo mese, quando andremo da quelle parti.

Foto da Diena.lv

domenica 13 dicembre 2009

Piparkukas

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Nella nostra cucina sono riapparsi, come ogni dicembre, i profumi di cannella, zenzero, cardamomo, miele, chiodi di garofano. Gli ometti che "aiutano" la mamma a stendere l'impasto, le formine per tagliare la pasta a forma di stella, coniglietto, albero di natale, il forno caldo, i biscotti che escono fragranti.
E poi Daniele, che su Skype, mostra alla nonna lèttone che ci guarda da Riga, il biscotto a forma di coniglietto che ha appena fatto.
Un sabato pomeriggio in cui non mancava niente, tranne la neve.

sabato 12 dicembre 2009

La libreria dei sogni

A Firenze è appena nata una libreria, ha aperto ieri in via de' Servi. E' un piccolo gioiello.
Ora immaginate un ambiente semplice, sobriamente elegante. Scaffali fitti e alti fino al soffitto, di un legno dipinto di giallo tenue. Libri nuovi, vecchi, edizioni ormai quasi introvabili, arte, storia, letteratura.
Una libreria che sembra una biblioteca, senza gadgets alle casse, senza bestsellers in evidenza. C'era persino la prima edizione dei racconti di Cechov, del Vallecchi.
Io mi sono portato via roba che non si trova nelle grandi catene di distribuzione. Un Saltykov - Ščedrin, il "Colombo d'argento" di Andrej Belyj, e "Le dodici sedie" di Il'f e Petrov. Roba che neanche pensavo esistesse in edizione italiana. C'era persino un volume vecchissimo di un libro di Ehrenburg, e i "Senilia" di Turgenev.
FirenzeLibri è nata da una costola della Libreria Chiari, che era una libreria specializzata in vecchie edizioni di libri rari e fuori produzione. Io qualche anno fa ci trovai i due volumi della Storia della Russia di Gitermann. E adesso che hanno tirato fuori dal cilindro questo tesoro di libreria, una via di mezzo fra la grande libreria e la bottega antiquaria, ho ritrovato un motivo per fare ogni tanto un salto in centro a Firenze.

martedì 8 dicembre 2009

Scempiaggini

Scempiaggini! come dice il perfido Scrooge e come continua a ripetere l'ometto, dopo che abbiamo visto al cinema "A Christmas carol".
Un film quasi più per adulti che per bambini, ma davvero godibile e con meraviglie di effetti visivi.
Nei momenti più paurosi, e ce n'erano diversi, l'ometto si parava gli occhi con il contenitore dei pop corn.
L'anno scorso per Madagascar l'ometto aveva resistito per mezzora, poi la noia l'aveva vinto. Quest'anno siamo riusciti a vedere il film per intero. Un passo avanti, direi.

venerdì 4 dicembre 2009

L'asilo di Pistoia

L'asilo di Pistoia è un pugno terribile nello stomaco. Ci getta in faccia la fragilità dell'innocenza, quando noi pensavamo che quell'innocenza, quella di piccolissime, indifese, tenerissime creature fosse l'ultimo, solido baluardo di fronte alla crudeltà del mondo adulto.
Pensavamo che nel nostro mondo, a pochi chilometri da casa nostra, nei nostri luoghi, lì ci si fermasse. Pensavamo che in quei luoghi dove le nostre piccole creature compiono i primi passi, lì non potesse entrare la violenza criminale degli adulti. Di fronte a quegli occhi puri, a quelli sguardi increduli, a quei corpicini inermi.
Poi a casa ti viene voglia di abbracciare una volta di più i tuoi ometti, con quella illusione di custodirgli ancora un po' di innocenza, prima che il mondo adulto e feroce li prenda per sè.

giovedì 3 dicembre 2009

Billy

Anche noi da qualche giorno siamo entrati nella grande famiglia dei possessori di una libreria Billy dell'Ikea.
C'è tutta questa sfilata di libri sugli scaffali in betulla che arriva fin quasi al soffitto e ci libera di un bel po' di spazio nel salotto. La disposizione è più o meno quella di prima. I russi su tutta una fila lunga, con uno scaffalino riservato agli emigré. Sopra la narrativa yiddish, Singer, Aleichem e compagnia, sotto i francesi, da Balzac e Hugo alla rive gauche.
Gli italiani in cima, su due file. Ai lati, un po' di narrativa ceca, e i baltici. E poi il sudamerica, e la letteratura anglosassone.
Nella fila in basso, quella più a portata di mano degli ometti, i puzzle di Winnie the Pooh, la scatola dei "migliori educativi" con il serpentone alfabetico, il Gatto con gli stivali e un po' di avventure di Giulio Coniglio.

martedì 1 dicembre 2009

Il paese dei balocchi

L'altro giorno l'ometto ha partecipato alla sua prima festa di compleanno. Finiva gli anni un suo compagno di scuola materna.
Ci siamo ritrovati in un enorme luna park al coperto, pieno di ogni tipo di giochi. E soprattutto di stormi di bambini vocianti che correvano da ogni parte. In realtà in quel pomeriggio c'erano almeno quattro o cinque compleanni insieme, tanto era grande quello spazio. Una specie di girone infernale.
L'ometto è rimasto per una mezzoretta del tutto spaesato, quasi incapace di realizzare dove fosse. I suoi amichetti erano più o meno sparsi per tutto quell'hangar dei divertimenti.
Poi piano piano si è riavuto, ma si è limitato a giocare con me a biliardino. Poi quando i compagni si sono riuniti per mangiare e festeggiare l'amico che compiva gli anni, si è finalmente sciolto.
Nel frattempo suo fratello piccolo sguazzava che era un piacere nelle vasche con le palline, divertendosi un mondo. E' un duro, lui.

lunedì 30 novembre 2009

Avvento

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Intanto a Riga hanno già messo su l'albero, in Doma Laukums.

giovedì 26 novembre 2009

Teti

Teti. Daniele mi chiama così da un po' di giorni, alternando alla parola babbo. Ma più spesso dice "Teti", in lèttone, quando mi vuole, quando mi cerca.
E a me piace sentirmi chiamare così da questo scricciolino che comincia solo ora a mettere insieme le prime parole. Lui al contrario di suo fratello non fa discriminazioni fra le due lingue, le usa indifferentemente nelle poche parole che pronuncia. Anzi, per il momento con una qualche preferenza per la lingua della mamma. Magari quando questo inverno saremo a Riga avrà un vocabolario sufficiente per parlare con la nonna lèttone.
Intanto c'è questo Teti, una cosa dolce, che spunta fuori da una testolina bionda e da uno sguardo impertinente. Un mix micidiale.

martedì 24 novembre 2009

Fratellanze

Poi è successo che nelle danze sulla panca intorno alla tavola di cucina, all'ora di colazione, quello piccolo abbia rovesciato la tazza del latte, che si è schiantata per terra in mille pezzi.
Al che il babbo, mentre il piccolino continuava imperterrito danza e canti guerrieri sul pavimento intorno ai cocci, è esploso in un urlaccio: "VIA DI QUI, ANDATE IN SALOTTO!!!!".
L'ometto ha preso per mano quello piccolo e gli ha sussurrato. "Daniele ora basta, vieni andiamo di là. Ti insegno a giocare a carte, va bene?"
Mentre raccoglievo i cocci mi era preso un ridere sottovoce che quasi lacrimavo.

giovedì 19 novembre 2009

Discanto islandese

C'è un commissario di polizia in Islanda che si chiama Erlendur. Un tipo solitario e triste. Gli affidano casi strani, omicidi avvenuti anni indietro e scoperti per caso, in genere per il ritrovamento di qualche scheletro sepolto nella brughiera islandese.
Erlendur è molto attratto dalle indagini sulle persone scomparse da anni. Quando era bambino perse suo fratello, scomparso in una escursione durante una tormenta di neve. Si porta dietro questo peso da tutta la vita, aver perso la mano di suo fratello mentre infuriava la neve e il vento. Averlo perso per sempre.
E' divorziato, e la sua ex moglie lo odia profondamente perché ha lasciato casa quando i suoi figli erano piccoli. Il figlio maschio pure lo ignora, chiuso nella sua indifferenza per i genitori. L'unica che sembra tenere a lui è la figlia, Eva Lind. Si sono ritrovati quando lei era già grande, e già tossicomane. Quando esce dagli effetti della droga riescono ad avere quasi un dialogo, ma in genere dura poco. Poi lei fugge di nuovo nei bassifondi di Reykjavìk.
Indridason cuce intorno al commissario Erlendur storie opache e dure. Gli assassini in Islanda sono pochi. Per la maggior parte frutto di alcolismo e risse improvvise. Gli omicidi su cui indaga Erlendur fanno parte di storie del passato, crimini commessi da gente comune, anzi spesso è il "buono" ad uccidere per restituire un torto, per sfuggire ad un aguzzino. E gli islandesi, come dice Erlendur, in realtà non sanno commettere dei crimini. Non sono buoni, lasciano indizi su indizi.
Nei libri di Indridason non è importante scoprire chi è l'assassino. Spesso lo si capisce già a metà. Quasi sempre prima di capire chi è la vittima. Sono le storie che ci girano intorno che sono importanti, che poi seguono percorsi lunghissimi, di tempo e di spazio, disseminati di contrappunti, canti e discanti fra il presente e il passato. E c'è un Islanda per niente incantata nelle sue pagine, come invece nei libri di Vilhjalmsson. Ma Vilhjalmsson in fondo è un poeta, e il più grande da quelle parti.
Indridason però scrive dei gran libri. C'è tutta la lentezza, il disincanto, la solitudine, i silenzi di un nord profondo e freddo. E poi c'è Erlendur che continua ad aggrapparsi all'unica cosa che lo rende vivo. Il passato.

mercoledì 18 novembre 2009

Independence day

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Oggi in i lèttoni, anche quelli sparsi per il mondo, e pure quelli sparsi nella mia famiglia, festeggiano il giorno dell'indipendenza.
Il 18 novembre del 1918, all'indomani della fine della I guerra mondiale, la Lettonia proclamava per la prima volta nella sua stora la propria indipendenza. Era un paese libero ed una nazione, ed è un sentimento, quello dell'aspirazione alla libertà e all'indipendenza che ogni lèttone custodisce come il più prezioso, proprio perché nella loro storia ne hanno molto spesso sofferto la mancanza.
L'anno scorso l'ambasciata lèttone a Roma organizzò una splendida festa con concerto al Palazzo della Cancelleria a Roma, dove andammo anche noi. Peccato che quest'anno non abbiano fatto niente, ma probabilmente la crisi che attanaglia il Paese ha consigliato di risparmiare.
Il primo ministro lèttone ha chiesto ai suoi connazionali di accendere una candela stasera, ovunque si trovino, in patria o all'estero.
Noi accenderemo la nostra.

martedì 17 novembre 2009

Preferenze

L'ometto: "Mi piace l'8, il 18 e l'arancione!"
Soprattutto l'arancione. Abbiamo cercato di mettercene il più possibile nella cameretta degli ometti che stiamo aspettando. Senza esagerare però.

lunedì 16 novembre 2009

Una questione di personalità

“Senti Daniele, facciamo merenda. Ti va il pane con il miele?”
“Jaaaa!”
Ecco, suo fratello grande si vergogna ogni volta che gli scappa di dire una parola in lèttone. Questo ranocchietto invece, dopo “mamma” che è universale, la prima parola che ha imparato ad usare è “Ja”, o quando deve dire di no “Ne”.
Insomma, per distinguersi, lui comincia a parlare lèttone prima che italiano.

mercoledì 11 novembre 2009

Il giorno di San Martino (frammento)

Mi piace tornare dai miei in questo giorno dell'anno. Scendo dalla corriera di proposito qualche fermata prima e faccio a piedi una decina di chilometri fino alla nostra fattoria.
Mi mancano queste lunghe passeggiate da quando vivo a Riga. E poi mi piace l'odore umido e penetrante della terra di novembre. Costeggio i campi di segale e di grano, con le stoppie ormai appassite e i solchi fumiganti di terra ghiacciata, attraverso il bosco di Tervete, accarezzo i pallidi fusti delle betulle, annuso l'odore aspro del sottobosco acquoso. Ripercorro i sentieri della mie scorribande giovanili in cerca di funghi e mirtilli.
Quando esco dal bosco mi si para di fronte, in una lontananza azzurrognola, il fumo del camino della fattoria. Mia madre sta già cuocendo l'oca. Attraverso il pascolo, ascolto i rumori soffocati della stalla, certamente ormai piena di fieno per tutto l'inverno. Mio fratello mi vede, lascia le assi con cui sta rinforzando il tetto del granaio e salta giù per venirmi incontro. I suoi lunghi passi, decisi e forti, mi accompagnano a casa. Il suo abbraccio, breve e duro, mi racconta dei giorni passati senza vederci.
Dentro casa la luce di una lampadina fioca e gli sprazzi del fuoco che arde riverberano sulle pareti di legno un colore ambrato scuro che sa di buono e di caldo. Come di cose che non ci sono più.
Mia madre alza il capo dal fuoco e mi fa cenno di sedere a tavola. Mi sorride piano, senza una parola. Su un vassoio di legno riposano delle focaccine al miele e un tortino di carote.
Mi tolgo il cappotto e distendo le gambe sotto il tavolo. Me ne sto in silenzio. Succede sempre così, i primi minuti delle mie scarse visite a casa. Mi concedono il tempo del ritorno, mi riconsegnano i suoni e gli odori dell'infanzia. Nudi e senza gli orpelli di una conversazione.
Ed è così che io ritorno fra loro.
Poi il silenzio si rompe dalla porta d'ingresso. Mio padre entra come un tuono, con la selvaggina in mano e il fucile appoggiato alla spalla. Mio fratello versa due dita di vodka nei bicchieri. Ci sarà da bere e da mangiare fino a tarda sera. Mi chiederanno di Indra, lo so, e del perché non è venuta. E se sono davvero felice. Ed io resterò in attesa della notte, perché tornino quei rumori incerti e lontani dal bosco, e la penombra dei tizzoni accesi mi restituisca le stagioni passate, la mia infanzia, quei colori scuri alle pareti dove danzavano le ombre dei mie sogni.

lunedì 9 novembre 2009

I fiori del disgelo

A pensarci bene, anche gli ometti sono figli di quel muro che cadeva venti anni fa.
Di quei calcinacci, dei pezzi di graffiti, della polvere sparsa per terra. Di quell'orizzonte incantevole e velato che si squarciava ad oriente.
La loro madre aveva sedici anni allora. Già abbastanza grande per stare sulle strade di Riga il giorno del Baltijas ceļš (la Via baltica), nell'agosto di quel 1989, quando i popoli baltici si presero per mano e formarono una catena umana che attraversava i tre Paesi e rivendicarono il diritto all'indipendenza.
E chissà cosa pensava quando vide il muro cadere, questo stesso giorno venti anni fa. Non era ancora tempo per loro, i lèttoni sarebbero rimasti cittadini sovietici fino al 1991. La loro libertà se la conquistarono con maggior sudore e difficoltà degli altri popoli orientali, e con qualche morto nelle strade di Riga sotto il fuoco dei cecchini russi.
Però quel muro a pezzi due anni prima significava il primo vero squarcio di luce. Tutto in fondo cominciava da quel momento.
Uno spiraglio dentro il quale si sono infilate tante storie. Pure quella mia e di mia moglie, anni dopo. E di questi due ometti, che sembrano spuntati per meraviglia dalle pieghe infinite della Storia. Da quello squarcio nel muro, senza che noi a quel tempo neppure lo immaginassimo.

mercoledì 4 novembre 2009

Emmaus

Oggi esce il nuovo libro di Baricco. Ho già letto qualche recensione positiva. Ne parla bene anche Luca Sofri, e di lui di norma mi fido. Io in genere non compro quasi mai libri appena usciti, specie se si tratta di narrativa. Anche perché mi sono accorto che io leggo quasi esclusivamente cose che siano state scritte almeno da qualche decennio.
Finora l'unica eccezione è stata per quelli di Baricco, ma giusto perché in fondo lo considero uno di famiglia. A volte un po' ingombrante e logorroico, ma gli voglio bene, che volete.
Poi Jacqueline mi ha un po' aperto gli occhi, ma si sa che ai sentimenti...
Insomma, ancora non lo so se "Emmaus" lo compro subito. Oppure aspetto che invecchi quella decina d'anni. A volte persino migliorano..

domenica 1 novembre 2009

Friends

Noi lo sapevamo già allora, quando ci incontrammo tutti in fondo per caso.
Che avremmo avuto sorrisi e dolori, e lacrime da nascondere. E infinite storie da raccontarci.
Che avremmo trascorso anni incostanti, percorrendo traiettorie confuse e larghissime, fino ad incontrarsi regolarmente in un punto qualunque. Comunque nostro.
Noi lo sapevamo già allora, che ci sarebbero poi state serate come queste. Dove pezzi di vita si incastrano quasi a meraviglia. Dove si mischia il caldo e l'amaro, giù a bocconi strozzati in gola per il ridere. Qualche volta il piangere.
Dove non c'è niente che si butti, dove tutto ha un suo posto a tavola, l'amicizia e l'amore, i vuoti e il dolore. Dove uno sguardo o una mezza battuta dicono tutto. E sembrano niente.
Sembrano niente.


giovedì 29 ottobre 2009

"Le pinate pagine di prosa russa"

Difficilmente Adelphi nelle sue pubblicazioni dà spazio a introduzioni o postfazioni.
Una delle eccezioni la si trova nel "Viaggiatore incantato" di Nikolaj Leskov, nella traduzione di Tommaso Landolfi, che uscì la prima volta per Einaudi alla fine degli anni sessanta. E che sia una traduzione che offre un valore aggiunto all'opera lo si capisce già dal fatto che la scritta "traduzione di Tommaso Landolfi" appare in copertina sotto il titolo dell'opera.
Nella nota al testo di Isolina Landolfi, la figlia dello scrittore racconta il rapporto di amore e odio che suo padre nutriva nei confronti delle traduzioni, lavoro che in principio fece per passione ma che col passare degli anni divenne solo un modo per guadagnare quanto bastava per campare.
Se le faceva pagare bene le traduzioni da Einaudi, l'editore che lo corteggiava continuamente per avere sue versioni di opere russe, tedesche e francesi.
Da giovane tradusse gli autori a lui più cari, Puškin, Gogol', Dostoevskij, ma col tempo il tradurre letteratura gli era diventata una noia difficilmente sopportabile e si mischiava a quel mal di vivere che l'opprimeva.
Infine Einaudi lo corteggiò a lungo per avere una traduzione di un'ampia scelta di opere di Leskov, attraverso la mediazione di Ripellino, che faceva un po' da agente di Landolfi presso Einaudi. Landolfi tenne duro, non ne voleva sapere, e infine cedette per tradurre il solo "Il viaggiatore incantato".
Così Landolfi scrive un giorno a Ripellino: "L'Einaudi vorrebbe in me (e ci avrebbe diritto) un vivace entusiasmo: ahimè qui non posso servirlo. Tale è il mio avvilimento e il mio disinteresse per la letteratura, che in fondo tutto mi fa lo stesso. Insomma fa' un po' tu, solo tenendo presente che le pinate pagine di prosa russa mi danno il panico; se russo ha da essere, sia almeno un poeta".
Quando poi finisce con l'accettare di tradurre "Il viaggiatore incantato" ancora scrive a Ripellino: "..nondimeno tutto si può fare; solo che, ad azzuffarmi col barbone (ovvero Leskov ndr), vorrei un compenso o anticipo per pagina esattamente doppio di quello che mi vien corrisposto per le mie versioni poetiche o cosiddette". La richiesta è il doppio, perché doppia è la fatica e la noia di tradurre prosa (le pinate pagine di prosa russa). Poi Landolfi si fa pagare a rate, un tanto a pagine consegnate, per non ricevere la somma dovuta tutta insieme: il giocatore d'azzardo che era in Landolfi l'avrebbe potuta dilapidare in una sera sola al tavolo da gioco.
Einaudi accetta tutto, di pagare il doppio e di sottostare alle ubbìe di Landolfi. Sa di avere fra le mani un traduttore di eccezione.
Io per me, trovo Landolfi il personaggio più nabokoviano della letteratura italiana. E dopo aver letto una sua traduzione dal russo, non ne vorrei altri (a far eccezione giusto per Ripellino e la Vitale).
Accidenti alla sua indolenza, ne avesse tradotti di più!

mercoledì 28 ottobre 2009

La migliore della settimana

Partecipazione alle primarie: 5 euro.
Bottiglia di vino per Bersani: 10 euro.
Liberarsi di Rutelli: non ha prezzo.

Dal blog di Matteo Bordone

lunedì 26 ottobre 2009

Houston, abbiamo un problema

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Stamattina si era sparsa la notizia che un meteorite era caduto nei pressi di una fattoria nel nord della Lettonia, a Mazsalacas, causando un impressionante cratere. Sui diversi siti di informazione internazionali sono state pubblicate diverse foto (una la potete vedere qui sopra). Anche qualche giornale italiano nella sua versione online, come l'Unità, aveva lanciato la notizia, dando quasi per certo che era stato un meteorite a formare quel cratere di circa dodici metri di diametro e cinque metri di profondità, cosa che da assoluto profano della materia immagino avrebbe dovuto causare un cataclisma fenomenale. Invece nei dintorni era tutto un cinguettare di uccellini come niente fosse.
Sono accorsi vari scienziati e astronomi lèttoni per verificare l'accaduto, e nel corso della giornata si sono rincorse varie voci contrastanti. La parola definitiva l'ha data Tele2, che ha confessato che la messa in scena del meteorite era nell'ambito di una campagna pubblicitaria dell'azienda di telecomunicazioni lèttone. Volevamo fare un po' di "funny stuff", un po' di divertimento in un Paese che sente ogni giorno parlare solo di crisi economica e di futuro difficile. Lo scopo era far parlare dai media internazionali della Lettonia non solo come un paese in una profonda crisi economica, ma anche di un popolo che ha nella creatività la risorsa principale per uscirne fuori.
Il governo lèttone non si è divertito poi tanto, e a Tele2 hanno assicurato che copriranno le spese.

Notizie esagerate

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Giusto per essere precisi, Piazza Duomo era già pedonalizzata. Da un sacco di anni.
Quello che hanno pedonalizzato adesso sono le strade intorno a Piazza Duomo.

mercoledì 21 ottobre 2009

Due colpi alla porta

Bussarono con violenza alla porta. Il professor Lotman si scosse, mentre chino sul suo ultimo trattato di semiotica stava riscrivendo alcuni passaggi.
Zara Grigor'evna era in camera da letto, nel suo studio, intenta a correggere i compiti dei propri allievi. Si guardarono in tralice, due sguardi sospesi e interrogativi che attraversavano lo stretto, buio corridoio.
Non si bussa in quel modo, in una tarda serata di un giorno qualsiasi, nella Tartu sovietica dei primi anni sessanta, senza destare in chi ascolta quel battere violento una paura sorda e inesplicabile.
E nella testa del professor Lotman, insigne universitario esponente della famosa scuola strutturalista di Tartu, si fecero strada i più diversi pensieri. Ogni cellula nervosa del suo cervello fu attraversata da un circuito elettrico, che scavava a fondo nei recessi angoli della memoria, alla ricerca di un qualsiasi pretesto, di ogni infimo episodio del suo passato, che spiegasse quei colpi alla porta, quell'improvviso arrestarsi della vita quotidiana.
Era stato un ottimo studente. La guerra aveva interrotto i suoi studi mentre era una matricola all'Università di Leningrado, per scaraventarlo al fronte. L'Ucraina, gli accerchiamenti, la ritirata sul Don, la controffensiva, e poi la lunga marcia verso la Polonia, il Baltico, infine la Germania. Era telefonista, il suo compito era ricollegare le linee telefoniche interrotte lungo il fronte. Quando tornò alla vita civile e agli studi all'Università di Leningrado ebbe bisogno del suo profilo personale con gli encomi di guerra per cercare un lavoro, gli fu risposto che il suo profilo era andato perso. Era il prezzo da pagare per essere ebreo, nella Russia in cui stava iniziando l'ultima violenta campagna antisemita staliniana. Non lo immaginava.
Riuscì infine a trovare un posto di lavoro all'Università di Tartu, in Estonia. Un esilio volontario ai margini dell'Impero, per sfuggire alle persecuzioni antisemite dei primi anni cinquanta nell'Urss di Stalin.
Intanto, di nuovo quei colpi violenti alla porta... (Segue nel retrobottega)

martedì 20 ottobre 2009

Una giornata di Daniele

Oggi era la prima volta che andavo a riprendere Daniele all'asilo nido.
L'avevamo lasciato la mattina che aveva bagnato con un pianto sonoro. Del resto tornava all'asilo dopo due settimane di assenza. Scommetto che non si ricordava neppure più che esisteva una cosa chiamata asilo nido, dove i suoi crudeli genitori avevano cominciato, da settembre, a lasciarlo tutte le mattine, quasi fosse un ingombro da parcheggiare. D'accordo, col tempo si era reso conto che non era poi così male, c'erano un sacco di giochi, bambini più o meno grandi quanto lui, e Ornella e Cristina che lo accoglievano ogni mattina con un sorriso dolce quasi quanto quello di sua madre. Ma poi, giusto dopo due o tre settimane di frequenza, ecco la prima influenza stagionale, poi la tosse, poi la febbre. E l'asilo nido come scomparso dall'orizzonte della sua mente e dei suoi ricordi.
Fino a stamani, quando i suoi genitori, ostinati nella loro crudeltà, avevano ripreso a parcheggiarlo lì. Comunque dopo un pianto iniziale bello sonoro e corposo, tanto per non lasciare niente di intentato, aveva finito per accettare la cosa. In fin dei conti, se proprio doveva passare del tempo in quel luogo, tanto valeva usare i giochi e divertirsi con quei bambini che gli girellavano attorno. Se non altro non ce n'erano di così grandi come suo fratello, che a casa gli strappa qualsiasi cosa di mano. Sembra che sia tutto suo.
Quando sono andato a riprenderlo la porta della stanza dei giochi era semi aperta. E dietro ad Ornella l'ho visto spuntare lentamente. Teneva in mano un gioco, una specie di farfalla di gomma. Poi ha alzato gli occhi, mi ha visto e si è sorpreso. Mi è venuto incontro e ha cominciato a mugolare qualche parola nel suo vocabolario, e mi indicava la stanza dei giochi, come per dirmi, ecco mi hai lasciato qui tutta la mattina, insomma ti sembra il modo questo? Però in fondo non è stato malaccio, guarda ci sono un sacco di giochi. E ormai giunto vicino a me, mi faceva vedere la sua farfalla gigante di gomma.
Una volta indossato il giubbottino e il cappellino, siamo usciti. Lo tenevo in collo e lui mi ha appoggiato la testa sulla spalla, come è solito fare quando è stanco e ha bisogno di farsi coccolare.

venerdì 16 ottobre 2009

Autunno

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E' arrivato anche qui da noi, ma in Lettonia si sono portati avanti con i colori. Come ogni anno.

Foto da Delfi.lv

martedì 13 ottobre 2009

Il sorriso dei suoi occhi tristi

In quella affascinante raccolta di articoli, recensioni e saggi di Tommaso Landolfi, che Adelphi ha raccolto nel volume "Gogol' a Roma", c'è un passaggio molto interessante sul carteggio fra Čechov e Gor'kij, che uscì in Italia in una pubblicazione negli anni '50.
In particolare Landolfi si sofferma su una lettera di Gor'kij in cui vi è una delle descrizioni più autentiche e vive della figura di Čechov, come è difficile trovarne, anche negli scritti autobiografici di Čechov, scrittore peraltro molto parco di informazioni su se stesso.
La scena si svolge a casa di Čechov, in occasione di una visita di alcuni suoi ammiratori, che lo stesso Landolfi descrive come "seduti sull'orlo di una seggiola, rossi e sudanti per lo sforzo di parlare forbitamente, o colla disperata sicumera della gente timida che si concentra nel desiderio di non apparire stupida".
Ed ecco, dalle parole di Gor'kij che assisteva alla scena, apparire il Čechovprivato e intimo.
"Anton Pavlovič ascoltava attentamente quel discorso scombinato; nei suoi occhi tristi scintillava un sorriso, tremolavano le piccole rughe sulle tempie e poi con la sua voce dolce, profonda, quasi opaca, cominciava a parlare lui, dicendo parole semplici, chiare, vicine alla vita, le quali ad un tratto parevano semplificare l'interlocutore: questi non si sforzava più di fare l'intelligente e così tutt'a un tratto diventava più intelligente, più interessante..." E' una sinfonia di sottovoce e di toni sfumati quella vita, come i suoi racconti. Io me lo immagino proprio così, come se lo vedessi con gli occhi di Gor'kij.

mercoledì 7 ottobre 2009

Un'immensa compassione

Ci sono libri che si lasciano lì, su uno scaffale della libreria, e gli si dà appuntamento per una stagione più matura. Io mi sono letto quasi tutto Kundera a suo tempo e molto spesso con uno speciale piacere. Per il suo indubbio talento, i giochi di specchi delle sue storie, e poi per quella Boemia sullo sfondo, anche quando le parole si sono fatte francesi, insomma quella Boemia chiamava sempre. E io mi sentivo a casa. Ma "L'ignoranza" l'avevo lasciato lì, come un'ultima castagna dolce in un autunno cadente, come un sorso di moscato davanti ad un fuoco crepitante.
Perché già sapevo di cosa parlasse, e già mi immaginavo la nostalgia, il disincanto, lo straniamento del ritorno, quella compassione, quel sottile struggimento dei ricordi che si ribaltano in una realtà inadeguata. Perché già immaginavo "non già la sofferenza del reale, ma la vacuità del futuro a prosciugare le forze, a soffocare il coraggio".


Irena e Tomas non trovano nel loro ritorno in Repubblica Ceca la patria che amavano. Trovano soprattutto le cose che di Praga e delle loro famiglie non sopportavano più. E il loro disincanto paradossalmente rende ancora più giustizia al paese che amavano. Lo purificano del pathos del Grande Ritorno, del romanticismo inopportuno, della nostalgia da cartolina.
Irena passeggia per il suo vecchio quartiere, forse Brevnov chissà, dalla descrizione che ne fa Kundera, e lungo il suo camminare si ferma a ridosso del parapetto che dà la vista sul Castello. Sotto di lei c'è la città vecchia, il cuore di Praga, qualcosa che non sente suo. Tutto quello che sente ancora appartenergli della città è nel saliscendi delle strade del suo quartiere, nei viali alberati, nei giardini coi tigli in fiore. E le bottiglie di Bordeaux che si è portata da Parigi non sono valse a conquistarle l'ammirazione delle sue vecchie amiche praghesi, che in un sottile disprezzo gli preferiscono i boccali della loro birra.
Ma anche in Francia Irena era coccolata e vezzeggiata finché la sua immagine era quella dell'esule, della ragazza cecoslovacca fuggita dalla dittatura comunista. Quando poi il muro crolla, le amiche francesi non capiscono perché Irena non si precipiti di nuovo a Praga, la vedrebbero volentieri sulle barricate, che d'altronde solo loro immaginano esserci in quei giorni. Ma Irena non si conforma alle aspettative degli altri, le delude. Così non è più l'esule coraggiosa, agli occhi dei francesi diventa la pigra cittadina di un paese straniero, che preferisce le comodità di una vita ormai acquisita all'estero piuttosto che rimboccarsi le maniche nella ricostruzione della propria patria.
Esule due volte, quindi.
Eppure lo sguardo di Kundera non smette di essere commosso, in questo straniamento dei protagonisti del romanzo. Li conosce, sa perfettamente le lacerazioni, la fragilità dei ricordi, l'ansia di una nostalgia mai sopita. E sa bene cosa vuol dire appartenere ad un piccolo paese, battersi per esso quando se ne ha la forza. Trovare delle ragioni per farlo.
"I cechi amavano la patria non perché era gloriosa, ma perché era ignota; non perché era grande, ma perché era piccola e continuamente in pericolo. Il loro patriottismo consisteva in un'immensa compassione per il proprio paese."
Ecco, le piccole patrie smuovono sentimenti del genere. Non si finisce mai di stupirsi di come riescano a sopravvivere, e di quanto orgoglio e disincanto occorra per difenderle. E soprattutto quell'immensa compassione che ti muove ad amarle.

Mettere le mani avanti

Dato che lo indicano fra i favoriti per il nobel per la letteratura, che sarà annunciato domani, io intanto mi porto avanti, e dico che sarebbe proprio bello se lo assegnassero ad Amos Oz.

domenica 4 ottobre 2009

Le nove porte


Jiři Langer aveva 19 anni quando partì da Praga per raggiungere un piccolo, sconosciuto villaggio della Galizia, che si chiamava Belz e che pareva ancora immerso nel medioevo. Vi cercava le radici della sua religione, che la propria famiglia, ebraica, una volta stabilitasi nella Praga di fine '800 aveva via via finito per relegare ad un mero esercizio di riti tradizionali. La sua famiglia frequentava la bella e lussuosa sinagoga del quartiere di Vinhorady, a Praga, ma più per forma che per sostanza. Jiři, al contrario del padre, commerciante, ed anche del fratello František, già affermato scrittore, era attratto dal misticismo. A Praga da studente aveva cominciato a studiare le scritture, a coprirsi il capo con un grande cappello nero, e a recitare a mezza voce con la testa china sopra le pagine del Talmud.
A Belz Jiři Langer visse in mezzo alla comunità chassidica del villaggio, divenne un discepolo del Reb Scholem, frequentò la scuola chassidica, il bejss-medresch, studiò il Talmud e la cabbala giorno e notte, digiunò, divenne un vero chassid.
Quando il fratello František se lo trovò di fronte, al ritorno a Praga, lo descrisse così: "Mi stava davanti in un logoro pastrano nero, tagliato come un caffettano, che scendeva dal mento fino a terra, e in testa aveva un largo cappello rotondo di velluto nero, calcato sulla nuca. Stava curvo, il mento e le guance coperti da una barba rossiccia e i riccioli davanti alle orecchie che gli pendevano fino alle spalle. Del viso restava scoperto solo un pezzetto di carne bianca, malsana, oltre agli occhi, un po' stanchi, un po' febbricitanti. Mio fratello non era scappato da Belz per tornare a casa e alla civiltà, ma aveva portato Belz con sè".
Da Belz Jiři portò con sè anche moltissime storie, quelle che poi gli sarebbero servite per scrivere uno dei libri che appartiene ai migliori momenti della letteratura ceca del novecento, "Le nove porte". Sono le storie dei rabbi e dei villaggi ebrei della Galizia, le storie di quel mondo dei chassidim ormai scomparso. Il loro pregio, oltre che nella scrittura semplice e diretta, ingenua e profonda nello stesso tempo, sta nel fatto che forse per la prima e unica volta queste storie sono raccontate da un testimone direttamente immerso in quella vita, un vero chassid. Per questo quando si parla de "Le nove porte" si parla del documento meno mediato sull'universo dei chassidim, che fu poi spazzato via dall'Olocausto.
La vita di Jiři Langer continuò ad essere avventurosa. Fece amicizia con Franz Kafka, a cui raccontò molte delle storie chassidiche, ritornò a Belz dal suo rabbi, lo seguì nella fuga del villaggio verso l'Ungheria, allo scoppio della prima guerra mondiale. Anni dopo sfuggì miracolosamente alla furia nazista su una chiatta lungo il Danubio, da dove dopo un lungo inverno gelato riuscì a raggiungere Costantinopoli segnato da una brutta polmonite, per poi infine approdare sull'agognata terra di Israele. Andò a morire nella terra promessa, dove un altro amico della sua giovinezza praghese, Max Brod, gli fu accanto negli ultimi momenti.
Trascorse gli ultimi mesi di vita cercando lenimento alle sue sofferenze nelle campagne fuori Tel Aviv, nei frutteti di Gerusalemme. Scrisse un ultima opera, una raccolta di poesie, che intitolò "Me'at Cori" (Un pizzico di balsamo), che Max Brod fece appena in tempo a raccogliere in un volume prima che lui morisse.

Nella foto la sinagoga chassidica di Belz

giovedì 1 ottobre 2009

Piccoli progressi

L'ometto grande comincia ad avere qualche dimestichezza in più con il lèttone, lingua che ormai capisce bene ma che fino ad oggi si rifiuta ostinatamente di parlare. Adesso però il muro dell'ostinazione comincia a sgretolarsi. L'altro giorno ha chiesto a sua madre: Come si dice in lèttone "mi sbucci una mela"? Sua madre, forse incredula, stava lì in cucina senza rispondergli, così io mi sono precipitato dal salotto: "Ma come, per la prima volta ti chiede come si dice una frase in lèttone, e tu nemmeno gli rispondi?". In effetti, la domanda del fanciullo sembrava quasi inverosimile...
Stamani mentre facevamo colazione invece l'ho sorpreso a mormorare una filastrocca lèttone che sentiva da un cd.
In compenso, dato che si ostina a parlare italiano anche con la nonna lèttone, è la nonna lèttone che sta imparando a gran velocità l'italiano.
Intanto per il ranocchietto piccolo, italiano e lèttone fan lo stesso. Per lui è tutto un eeehhh, uuuhhh, kottikkko. Qualche mammmaaa e papaaa, buttati lì come si butta un butta un ossicino ad un cane scodinzolante, giusto per dargli quel minimo di soddisfazione. Ha già capito che in fondo basta poco per farci contenti.

sabato 26 settembre 2009

Maneggiar libri

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Le ultime ore di un caldo e appassito settembre mi sembravano opportune per risistemare la mia libreria, mentre a sera mi aspettava una tazza bollente di tè alla menta dove affogare gli umori di un primo raffreddore di stagione. Così mi sono dato daffare e ho cominciato a tirar giù libri su libri dagli scaffali, tanto da riempire completamente il salotto.
Per questa volta ho abbandonato la disposizione per "editore", che è quella che di gran lunga preferisco quando entro in una libreria. Trovare librerie in cui i libri sono organizzati per ordine alfabetico dell'autore mi sembra un'accozzaglia tremenda. E poi vuoi mettere l'estetica di tutta una serie di candidi Struzzi Einaudi, o la fila degli Adelphi che disegna un arcobaleno di colori pastello. E quel gruppo di delicati ed esili Guanda, oppure la traccia blu intensa dei Sellerio che si infila nello scaffale più stretto e denso.
Dicevo appunto che stavolta ho abbandonato la disposizione per editore e quell'ordine cromatico che si affacciava dalle mie librerie, per scegliere una disposizione geografico culturale.
Dunque, la sezione degli italiani, quella dei russi, il resto dell'Europa dell'Est, i lèttoni anche nelle versioni originali, e poi i francesi, la sezione anglosassone, quella sudamericana, la tedesca, e l'angolo molto ampio yiddish-ebraico, a cui manca ormai solo una Menorah da posare sopra tutta la fila dei Singer, degli Aleichem e dei Potok.
Ci sono state delle eccezioni alla mera classificazione territoriale. Ad esempio Ripellino ha preferito stare nella sezione dell'europa dell'Est piuttosto che in quella italiana. Così l'ho messo fra Hrabal e Hašek, cosa che gli consente di tirar tardi a far bisboccia tutte le sere.
In questa suddivisione per aree geografico culturali, mi sono reso conto che ormai la sezione russa ha scavalcato in numero di libri ogni altra, occupando tre scaffali. Cosa utile specialmente per Nabokov, che ha deciso di stare ad un paio di scaffali di distanza da Dostoevskij. Con il passare degli anni si trovano sempre più insopportabili l'un con l'altro. Si è quindi formato spontaneamente lo scaffale degli emigrè, con Nabokov, Berberova, Cvetaeva, Nemirovsky, mentre più in basso c'è tutta la fila dei classici.
Le sezioni più ridotte e "vecchiotte" sono quelle che leggevo da giovane, inglese, americana, sudamericana e soprattutto tedesca. Quella francese invece sta quasi per insidiare per larghezza quella italiana. A far da confine fra la sezione francese e quella italiana ho messo il volume di Jacqueline, che poi è anche l'unico libro con dedica fatta dall'autore che possiedo, e ne vado particolarmente orgoglioso.
In un angolo a parte c'è la serie di Meridiani, l'unica serie per editore che ho lasciato intatta. Dove i volumi eleganti e in carta patinata di Singer, di Puškin, di Tolstoj, di Babel' e di Rigoni Stern guardano altezzosi tutto il resto dei colleghi tascabili. E meno male che con una moglie bibliotecaria ormai la maggior parte dei libri che leggo sono quelli che mi rifornisce la mia spacciatrice di fiducia.

giovedì 24 settembre 2009

Il sole russo

Com'era potuto accadere che anche Gogol' si fosse lasciato intrappolare dalle nebbie e i toni grigi della Pietroburgo di Akakij Akakievic, Babel' proprio non se lo sapeva spiegare. E sì che anche lui era un figlio d'Ucraina.
Babel' cercava uno scrittore che sapesse descrivere il sole. Non si capacitava del fatto che tutti volessero descrivere le notti bianche, i fiocchi candidi che si disperdevano sulla Nevà, mentre virginali principessine soffiavano aria gelida dalle gote rosse, montando sulle carrozze dirette a teatro. Dov'era il sole, nelle pagine di Dostoevskij, dove in quelle di Turgenev? Mattini rugiadosi, il selciato grigio e freddo che calpesta Karamazov, ecco cosa trovava.
In Russia ne trovò solo uno, il suo contemporaneo Gor'kij, che però cantava il sole per contrapporlo al marciume della vecchia società zarista. Insomma, di politica si trattava.
Lui cercava qualcos'altro, un Maupassant russo insomma, qualcuno che venisse dalle steppe assolate e soffocanti, che avesse negli occhi i riflessi del mar Nero, le signore bionde, morbide e generose, il dolce opprimente delle sere primaverili, il profumo acre delle acacie sotto la luna piena. Che poi raccontasse degli uomini d'aria, quei fannulloni che girano nei caffè a mendicare un rublo, e che vivono di niente, mentre nelle villette ridicoli borghesucci con i calzini bianchi se ne stavano stesi sui canapè.
Ecco, cercava uno scrittore così, cioè in fondo se stesso. E ne era ben consapevole, mentre ammiccava dalle pagine dei suoi racconti su Odessa. Un furfante bello e buono, come non se ne trovavano che nel giro di Benja Krik e della Moldovanka.

lunedì 21 settembre 2009

Far capolino

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Che poi le cose rifioriscono sempre, in posti impensati, in momenti inattesi. Con quella semplice ostinazione, tipica delle giornate di fine estate, dopo uno scroscio di pioggia .

Foto da Diena.lv

sabato 19 settembre 2009

Un soffio settembrino

"Casette fra gli aceri gialli
come in cornici dorate,
dove a settembre sull'alba
gli alberi stanno a due a due
e sulla corteccia il tramonto
lascia una traccia d'ambra..."

Da una poesia di Boris Pasternak, "Autunno d'oro", nella traduzione di Ripellino.

mercoledì 16 settembre 2009

Tenere le distanze

"Che avete fatto all'asilo oggi? Hai giocato?"
"Mhm, si.."
"E poi cosa hai fatto? Hai disegnato? Hai fatto le costruzioni?"
"Mhm, si.... e poi... in giardino..."
"Ah, anche in giardino?"
"Eh si!"
"E dimmi un po', con chi ti piace di più giocare fra i tuoi compagni? Con Giulio F., o con Matteo, o con Giulio P.?"
"Mhmm....."
"Dai, non me lo dici con quale bambino ti piace più giocare?"
"Mhmm.... da solo!"
"Da solo? Come da solo?"
"Dai babbo, ora basta, non parliamo più dell'asilo.. facciamo questo puzzle che è meglio.."

martedì 15 settembre 2009

Quel soffitto rosa no...

Nella scuola materna dell'ometto hanno eseguito lavori di rimbiancatura. Tutto bello, pulito, perfetto.
L'aula dell'ometto è stata dipinta con un rosa tenero. La cosa non è stata apprezzata granché dalla mamma dell'ometto. L'aula arancione, colore preferito dall'ometto, è andata ai bambini più piccolini. Ci sono cose per le quali le mamme sviluppano sensibilità eccessive.
Insomma, ce ne faremo una ragione. Intanto l'ometto continua imperterrito a lacrimare, quando entra in classe.

domenica 13 settembre 2009

Prata Vetra

La prima cassetta dei Prata Vetra mi arrivò per posta, un qualche giorno di primavera, o d'autunno magari, di nove anni fa. Chissà, forse era accompagnata da qualche parola d'amore.
Si "Maybe" l'avevo già ascoltata da qualche parte. Niente di più.
Nel mercato internazione li conoscono come Brainstorm, traduzione inglese di Prata Vetra.
Poi la prima volta che andai a Riga, eravamo a spasso per il centro, da un portone di una casa di fronte all'ambasciata italiana, proprio accanto al negozio di dischi più importante di Riga, uscì un ragazzo con una bicicletta. La inforcò e cominciò a pedalare veloce. Aveva una maglietta sportiva, jeans corti. La mia futura moglie mi disse: toh guarda, quello è Renars. Il cantante dei Prata Vetra.
Il gruppo più famoso e importante in Lettonia.
Detta così magari farà sorridere. Io avrei sorriso, una ventina d'anni fa, dal mio piedistallo occidentale. Poi mi sono accorto dell'est, dei suoi Nohavica, delle Iva Bittova, dei Karel Plihal, e quindi sconfinato nel Baltico, di Imants Kalnins, della profonda cultura e amore musicale che sta alla base del Dziesmu Svetki, il paese che canta.
E mi accorsi che i Prata Vetra non erano una semplice pop band, che sembra giovane ma suona insieme da quasi venti anni. Erano un qualcosa d'altro. Una scossa di felicità, una cosa che metteva insieme un paese intero, perdutamente innamorato di loro.
Che poi è facile innamorarsi di un gruppo di ragazzi che è passato dal pop giovanile, ai rifacimenti in musica del Soldato Sveik, e che oggi sono una band nel pieno della loro maturità.
Il concerto che hanno dato l'anno scorso, al Mezaparks in Riga, è uno scoppio di fragranze. C'è tutto quello che si può trovare in Lettonia. Forza, energia, ingenuità, freschezza, passione, sensibilità. Quel giorno al Mezaparks c'erano 50.000 persone, e loro fecero salire sul palco persino Vaira Vike-Freiberga, la donna presidente della Repubblica, per cantare insieme con lei una canzone popolare lèttone.
Daniele quando mettiamo il DVD comincia a ballare e non smette più. Dondola nelle sue gambette tenere, e applaude ad ogni finale di canzone. Lo avrei dovuto immaginare che sarebbe andata così, quando mi arrivò quella loro prima cassetta, un bel po' di anni fa ormai.

Questa è Lapsa (Volpe), dal concerto del Mezaparks in Riga, maggio 2008.


lunedì 7 settembre 2009

Debutto in società

Stamattina è stato il primo giorno all'asilo nido per Daniele. Un'oretta giusto per prendere confidenza. Lo chiamano inserimento...
Io non c'ero, ma avrei voluto tanto assistere. Lui che entra in questo luogo strano e mai visto prima, altri bambini, il rumore, Ornella (che tante volte a suo tempo ha consolato le lacrime di Fabio) che lo prende per mano e lo porta nella stanza dei giochi. Il suo sguardo, le incertezze, la voglia di scoprire, di capire, i primi timidi approcci con i giochi e i piccoli compagni. E poi la scelta dell'armadietto, con l'animalino come simbolo. Abbiamo optato per il coniglietto.
L'ometto piccolo che ripercorre i passi dell'ometto grande. E noi con gli occhi sgranati e la bocca aperta, a vederli crescere così.

giovedì 3 settembre 2009

Il sogno di Blaumanis


Lui sospirò. Appoggiò i gomiti sulle ginocchia e premette le mani sul viso impallidito.
"Sei triste", disse lei.
"No".
"Ma io lo vedo. Cos'hai?"
"Niente, niente", rispose lui e poi, senza più esitare: "Ecco, a dir la verità... non so... innanzi tutto.. ma no... sciocchezze... perché parlarne.."
"Innanzi tutto, cosa? Ma parla dunque!"
"Innanzi tutto... quando tu balli con lui... mi resta addosso un senso di dispiacere... e poi penso: era meglio se non venivo.."

In questi giorni sono alle prese con le frasi e i puntini di sospensione di Rudolfs Blaumanis. Lui è probabilmente lo scrittore lèttone più importante dell'800. Figlio di un cuoco e di una cameriera a servizio presso una casa padronale di campagna, per tutta la sua vita non volle avere una casa propria. Visse in case in affitto, alberghi, persino in edifici scolastici. La casa in cui nacque, a Braki, è stata in seguito trasformata in un museo a lui dedicato.
Giornalista, traduttore in lèttone di opere tedesche, fra cui il Faust di Goethe, critico teatrale, autore di feuilletton. E poi scrittore di opere teatrali, racconti, novelle. Il maggiore esponente del realismo lèttone del diciannovesimo secolo.
Nei suoi racconti sembra tutto sospeso, una specie di nuvola che resta in aria, fluttuante, mentre sotto scorrono momenti di vita quotidiana. La campagna, la vita rurale, i paesaggi, le atmosfere, i contorni. Si sente profumo di tiglio fra le sue pagine.
Per quanto ne so non esistono traduzioni in italiano delle sue opere. Il frammento qui sopra, e quello qua sotto, sono tratti da un suo breve racconto "Sogno", che mi sono provato a tradurre. Con tutti quei puntini di sospensione che gocciolano via, esitanti e sfuggenti come i personaggi che li attraversano.

Il ragazzo chinò il capo in avanti, bellissimo, e i suoi capelli quasi toccarono quelli di lei.
"Lasciami!" sussurrò lei. "Mio Dio... andiamo... andiamo.."
"Ancora un momento.... ecco ... ancora un momento" mormorò lui...
Ad un tratto nel giardino, fra i meli e i cespugli in fiore, risuonò la voce di una vecchia, che cantava:
Dormi beccaccia, dormi pernice, dormi falco.... - poi si interruppe, e disse: "Ilzit! Ilzit! Vieni!Il tuo fidanzato ti sta aspettando!"
Entrambi si alzarono e guardarono, con visi terrei come la morte, verso l'interno della casa.
Il sogno era finito.



martedì 1 settembre 2009

1° settembre

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Primo giorno di scuola in Lettonia. E come in ogni altro paese dell'est europeo, in occasione dell'apertura delle scuole i bambini si vestono di tutto punto, le bambine sembrano damigelle, i maschietti signorini. E pure i teenager entrano in classe con il loro immancabile mazzo di fiori.
Ai tempi sovietici era lo stesso, e lo documenta Arnis Balcus nel suo blog.
Io la trovo una bella cosa. Poi magari i miei ometti i fiori se li tirerebbero dietro appena usciti di casa, ma insomma...


lunedì 24 agosto 2009

Baltic way

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Ieri sera, di fronte al monumento alla Libertà in Brivibas Laukums, centro di Riga. Finita la corsa per la celebrazione del ventesimo anniversaro del Baltic Way, era l'ora delle fiammelle.
Foto da Apollo.lv

domenica 23 agosto 2009

Il cuore che batte per il Baltico


Il 23 agosto del 1989 migliaia di cittadini dei paesi baltici, allora ancora dentro l'Urss, si strinsero mano per mano, formando una catena umana che ha unito fisicamente i tre stati, Lituania, Lettonia ed Estonia. Fu il più clamoroso e importante segnale che preludeva alla futura indipendenza dei paesi baltici. Gli organizzatori della manifestazione, che ovviamente non era autorizzata ma che le forze di polizia sovietiche non poterono contrastare data l'imponenza della partecipazione popolare, decisero di tenerla il giorno dell'anniversario del patto Molotov-Ribbentrop, che di fatto mise i paesi baltici nelle mani di Stalin.
Oggi, venti anni dopo, Estonia, Lettonia e Lituania celebrano quell'avvenimento con una corsa a staffetta lunga centinaia di chilometri che torna a collegare le tre capitali baltiche.
In Lettonia la corsa l'hanno chiamata "Sirdspuksti Baltijai", ovvero il cuore che batte per il Baltico.

martedì 18 agosto 2009

A casa

L'ultima sera a Riga ce la siamo presa per noi. Abbiamo girellato un po' in centro per comperare le solite cose che ci portiamo a casa, i saponi profumati di Stender, le cioccolate di Laima, un po' di musica lèttone, qualche dvd di film che in Italia non si vedono, quest'anno abbiamo preso Rigas Sargi.
Poi ci siamo seduti in un krogs all'aperto in pieno centro, in Livu laukums. Un krogs è una sorta di osteria lèttone dove si può mangiare cucina del posto, in genere carni alla griglia, o pesce marinato, e bere birra. Noi abbiamo preso la nostra preferita Uzavas, accompagnandola a crostini caldi di pane nero spalmati d'olio e aglio.
Poi passeggiare per Riga vecchia mentre il sole sta calando e semplicemente parlare e ascoltarsi, era un lusso che non ci siamo fatti scappare. Domani si torna a casa, senza poi sapere bene in realtà qual'è davvero, casa.

lunedì 17 agosto 2009

Di vodka, sauna e altre avventure

Non c'era solo il vento da ascoltare, nel posto delle fragole. C'erano anche un sacco di cose da fare.
Gli ometti non hanno smesso di correre un attimo, dietro i due cani della fattoria, o certe volte i cani dietro loro. E l'enorme prato fra la fattoria e il laghetto con la sauna gli faceva brillare gli occhi, un teatro di corse e giochi da fiaba. E poi la buca con la sabbia, il rastrello e le formine. E infine il laghetto, che per l'ometto grande era una irresistibile tentazione, e non faceva altro che spogliarsi e infilarcisi dentro.
Pur passando la maggior parte del tempo a correre dietro agli ometti, abbiamo avuto pure noi le nostre ricompense.
Una tavolata di lèttoni riuniti insieme a mangiare e bere è ogni volta una grande avventura. Specie se il pranzo si apre con un buon bicchierino di vodka ucraina per poi proseguire con birra e altri liquori, ad annaffiare un buon piatto di sasliki (carne cotta sulla brace dopo essere stata una giornata intera immersa in olio, limone, aceto e una quantita' considerevole di spezie), cetrioli in salamoia (indispensabili per berci sopra la vodka), patate bagnate con una salsa a base di panna, vari tipi di formaggi alle erbe.
Se poi uno sopravvive alle tre quattro ore del pranzo, lo attende la sauna. Ogni buon proprietario di casa di campagna in Lettonia, come nel resto dell'Europa nord orientale, ha costruito nella sua proprietà una sauna, una casetta di legno, meglio se vicino ad uno specchio d'acqua, dove c'è la camera con la sauna. Si entra una prima volta per una decina di minuti, e ogni tanto si butta l'acqua su un grande cesto di pietre roventi, a diretto contatto con la stufa a legno. Il vapore che si sprigiona, e raggiunge l'alto (dove i coraggiosi si siedono, sulla panca in alto vicino al soffitto, e io ho fatto il coraggioso), ti investe con tutto il suo calore. La stanza raggiunge una temperatura media di 70, 80 gradi. Poi si esce, ci si tuffa nel laghetto (quando è inverno si va sulla neve invece), poi si torna in sauna, in tutto tre volte di fila. La prova massima nella sauna è poi battersi il corpo con rami fogliosi di betulla bagnati, per aumentare l'effetto vapore e il calore. Una cosa indicibile, fra l'inferno e il paradiso.
Si esce alla fine con tre o quattro strati di pelle in meno e con una sensazione di benessere e di beatitudine unico. Non sto a dire che poi, fuori dalla sauna, volendo c'è ancora un altro bicchierino di vodka e cetrioli in salamoia che attendono. Io già al secondo riesco a parlare lèttone che è una meraviglia.

domenica 16 agosto 2009

Il posto delle fragole


Il mio posto delle fragole si trova a circa un centinaio di chilometri da Riga, nella regione dello Zemgale, la zona delle grandi pianure lèttoni . Superate citta' grandi come Jelgava, piccole come Dobele, si giunge in mezzo a una vastissima campagna, e ad un piccolo villaggio, Auri. Dopo un chilometro, passato un vecchio kolchoz, ci si trova davanti una fattoria. Non c'è altra casa, fattoria, abitazione e strada che si raggiunga a vista d'occhio da qui. Ed è il mio posto delle fragole, il luogo che non vorrei mai lasciare ogni volta che ci torno.
Potrei parlare della natura che lo circonda, dei campi che si perdono fin oltre l'orizzonte, dei tigli, del frutteto coi meli ricolmi, delle due candide e sottili betulle in mezzo alla grande distesa di prato che termina sullo stagno con di fronte la sauna. Potrei parlare dei colori, di quel biondo cinereo delle stoppie nei campi dopo la mietitura del grano, o del nero grasso e profondo della terra da poco arata e messa a semina.
Ma tutto questo si trova in ogni campagna degna del suo nome. Qui però ti toglie il respiro il suono del vento, che percorre chilometri su chilometri, senza incontrare ostacoli, e infine arriva qua, e lo senti, mentre sfrigola in mezzo alle fronde delle querce e dei tigli, mentre avvolge il frutteto e scuote le betulle, mentre si intrufola fra i filari di rovi di lamponi. Riesci a percepire ogni folata, ed ogni pausa successiva, è un dialogo, un battere e levare. Basta stare in silenzio, in un luogo che è fatto di silenzi, dove solo il muggito di una mucca ogni tanto si intromette. Il resto lo fa il vento.
Una volta che poi si riaprono gli occhi, mentre continui ad ascoltare il vento, alzi lo sguardo e scopri cos'è il cielo a queste latitudini, e in questi spazi sterminati, dove non c'è una montagna, una collina, una costruzione, ad impedire la vista. E' un cielo altissimo, pare irreale. E le nuvole si fanno enormi, sembrano quasi volteggiare su se stesse, e in alto si illuminano di un bianco candido e abbagliante, mentre in basso indossano toni grigi di ogni sfumatura possibile.
I silenzi, il suono del vento, un cielo altissimo. E noi che siamo qui, mentre la luce della sera si smorza pianissimo, anche lei senza trovare ostacoli, si distente lentissima su un orizzonte che non ha fine. Poi quando arriva il buio, è il buio vero. Quello che ogni notte decide il cielo, e la luna, e le nuvole se hanno voglia di restare a sorvegliare questo incanto.

giovedì 13 agosto 2009

Intermittenze

Le nuvole basse e scure della prima sera riversavano onde elettriche nell'aria. Sul largo viale le macchine sfrecciavano come al solito. La Daugava accanto, piatta e di un colore violaceo.
Quando e' cominciata, la pioggia ci ha sorpresi a meta' strada. Troppo oltre per tornare indietro, ci siamo presi per mano e abbiamo cominciato a correre ridendo. Poteva pure diventare una passeggiata romantica, se solo avessimo preso un ombrello con noi. Cosi' invece sembrava piu' una corsa affannata di due adolescenti.
Lei aveva un maglioncino bianco leggero, i capelli lucidi d'acqua. Dopo qualche centinaio di metri ci e' preso il fiatone, piu' per il ridere che per la fatica. E allora il passo si e' rallentato, rassegnato alla pioggia, le mani si sono strette di piu', gli sguardi si sono posati uno sull'altro.
La pioggia cadeva forte.
Eppure se tu volessi, e se io sapessi trovare parole abbastanza buone, proprio adesso sotto quest'acqua, potrei dirti una volta di piu' che ti amo.
E perche' non lo fai? sorride lei.
Con tutta questa pioggia in faccia, mica lo so se mi vengono parole buone, le ho detto. E poi con questa vita che facciamo, quasi non siamo piu' abituati. C'e' il caso che vengano fuori buffe, a sentirle.
Al ritorno il cielo di piombo e avorio di Riga gocciolava ormai pigro. Avevamo una busta della spesa piena di pannolini, fazzoletti, biscotti e un paio di buone birre. E continuavamo a ridere. Pure dopo un bacio umido di pioggia, come i nostri vestiti.

martedì 11 agosto 2009

La dacia sul lago

Per raggiungere la regione di Valka, all'estremo nord est lettone, sul confine con l'Estonia, oggi abbiamo percorso duecento chilometri, perlopiù di foreste di betulla e abetaie. La differenza fra un bosco di betulla e un abetaia si nota innanzi tutto dalla luce. Nell'abetaia la luce del sole si spegne già sui primi rami, consegnando ai tronchi bassi e alla terra scura un ombra densa e cupa. Nel bosco di betulle, più generose con la vegetazione bassa, la luce filtra come d'incanto, e anzi pare quasi sorgere dal basso, dato che i raggi si riflettono sulle foglie delle piantine del sottobosco. La luce così finisce per rifrangersi sugli alti, esili fusti biancheggianti delle betulle, quasi fosse un gioco di specchi. E il terreno sotto resta vivo, muschioso, di un verde opaco e soffice.
Passata la regione di Cesis e quella di Valmiera, le strade si aprono su una pianura ondulata, rivestita di campi di grano e terreni a pascolo. Una mucca stanca del foraggio quotidiano, al nostro passaggio, stava bazzicando un campo di bietole.
Valka è una città che si sta velocemente modernizzando, come tutto il Paese. E' una città di confine, presa a metà fra Lettonia e Estonia. Ma noi passiamo oltre, siamo diretti alla casa sul lago della bisnonna. Passiamo altri campi, altri boschi, attraversiamo piccoli villaggi, Erģeme, Pedelē, poi deviamo per un piccolo sentiero sterrato dentro un bosco di betulle. Passiamo una radura di fragole selvatiche, poi affianchiamo un largo recinto con dei cavalli al pascolo, infine un bosco che nasconde tesori di mirtilli. Poi di fronte ad un'ultima curva fa capolino il lago, e finalmente la casa, anzi due. C'è quella moderna e nuova, appena costruita, tutta rivestita di legni chiari all'interno, con finestre ampie e soleggiate. E poi sotto, proprio sulla riva boscosa del lago la vecchia casa, quella rifatta sulla vecchia sauna che faceva parte del complesso alberghiero che il bisnonno degli ometti possedeva negli anni trenta. A quei tempi questo era un luogo di villeggiatura. La pensione, un edificio a due piani in stile liberty, fu distrutto dai bombardamenti durante la guerra, il resto lo fece il soviet del luogo, impiantando in quel luogo un kolchoz. Restò la sauna su cui la famiglia, tornata in possesso al momento dell'indipendenza, ricostrui' una specie di abitazione. Le piccole finestre, i legni scuri e pesanti di quercia che rivestono le pareti, le vecchie foto, la grande stufa a muro, la piccola cucina a legna, le corone di ginepro appese sopra le porte, la lampada a olio sopra il letto della bisnonna, persino il vecchio cane Lulle, danno a tutto l'insieme un senso di antica dacia. Mentre facevamo colazione, con salami affumicati, pane nero imburrato, la ukrainu gaume (un pasticcio di uova, salsiccie, e cipolle), e dolcetti di pasta morbida e frutta passita, avevo quasi la sensazione che da un angolo della sala grande, frusciando sui tappeti consunti e le assi di legno grezzo, spuntasse la sagoma di Cechov.
Fuori poi ci attendeva il lago, con il pontile che si affaccia sull'acqua, quasi cedevole su un lato, come se fosse sul punto di lasciarsi portare dalla quieta corrente. Abbiamo preso la barca a remi, con gli ometti che ogni tanto si facevano prendere dalla smania di toccare l'acqua rischiando di finirci dentro, e abbiamo fatto un giro sul lago. L'acqua scura e calma rimandava riflessi amaranto dal fondale di terra rossa, mentre sulle piccole increspature delle onde in superficie il sole si frantumava in tante sottili schegge lucenti. Sulla sponda opposta si era adagiato un tappeto di ninfe da cui spuntavano qua e là fiori di lago bianchi e gialli.
In mezzo a quello specchio d'acqua morbida e muta, pensavo che questo e' un posto dove un uomo in pace con se stesso può anche concedersi il tempo di invecchiare senza rimpianti.

lunedì 10 agosto 2009

Le mucche del vicino

Una degli effetti infine positivi della grande crisi economica che sta strozzando la Lettonia si trova dentro la tazza che ho accanto a me adesso. E' una tazza di latte denso, cremoso e grasso. E' stato appena munto e pastorizzato e ha un sapore cosi' naturale e pieno come non lo ricordavo dalla mia infanzia valdarnese.
I piccoli proprietari terrieri con la crisi che sta paralizzando tutta l'economia lettone, non riescono piu' a vendere i loro prodotti alle grandi reti distributive, che si affidano ormai solo alle grandi aziende agricole. Cosi' e' cresciuto piu' di sempre il piccolo commercio porta a porta, il contadino o piccolo produttore che prende il camioncino e gira per le strade a vendere la frutta, la verdura, ma soprattutto latte e prodotti derivati. Per frutta e verdura infatti ogni famiglia lettone cerca di arrangiarsi da se', molti hanno orti in cui coltivano gli ortaggi per il proprio consumo. E' un'abitudine storica da queste parti, una famiglia senza orto e' come una casa a cui manca il tetto.
Ma adesso che i prezzi sono sempre piu' alti, i salari e le pensioni tagliati di continuo, la disoccupazione ai massimi livelli, molte famiglie si arrangiano come possono. E questi piccoli proprietari terrieri che arrivano sotto casa, nei quartieri popolari, nelle case di campagna, a vendere il loro burro, il latte, i formaggi al cumino e alle erbe, sono i benvenuti.
Gli ometti non hanno mai bevuto un latte piu' buono e saporoso di questo. E il burro che spalmavo sul pane nero ieri sera era qualcosa di vivo e fragrante.
La filiera corta, quelle che in Italia si diffonde piano e con circospezione, come una moda da buone pratiche alimentari, qui in Lettonia e' vita di ogni giorno. E si chiama sopravvivenza.

sabato 8 agosto 2009

Un richiamo ancestrale

L'ultimo raggio di sole della sera si era posato a languire sopra il susino e i rovi di ribes.
In uno dei tanti orti delle case di Pardaugava, il quartiere sulla sponda occidentale di Riga, gli ometti stavano giocando sulla tipica buca piena di sabbia che in Lettonia ogni proprietario di casa con giardino tiene per far giocare i bambini. Eravamo in visita da certi zii. Sulla strada che portava lì c'era perfino capitato di vedere una babushka portare al guinzaglio due capre a pascolare ai margini della via, per poi farle attraversare la strada ad un incrocio col semaforo. Anche questa è Pardaugava, sei a Riga ma in un attimo ti sembra di essere precipitato in un villaggio di campagna della Russia tolstojana.
Prima di finire nella buca di sabbia del giardino degli zii, a giocare con le formine e a scavare tunnel, gli ometti avevano passato in rassegna tutto l'orto. Un vecchio pastore tedesco, un po' spelacchiato, li aveva annusati a dovere, ritenendoli infine innocui.
Da sempre per Fabio, fin dai suoi primi mesi nella casa della nonna, l'oggetto dei desideri nell'orto è l'annaffiatoio. Così è stato anche questa volta. Poi è venuta l'ora di assaggiare i frutti dell'orto, e così i due ometti si sono messi a girellare fra i meli, raccogliendo qua e là i frutti caduti, per poi passare ai rovi di ribes rosso e nero, all'uvaspina e infine ai lamponi.
Sembra che quasi risponda ad un richiamo ancestrale la voglia dei miei figli di tuffarsi in tutto ciò che abbia un sapore di giardino, di piante e di terra, di frutti da cogliere, di acqua da versare, di mani da impastare con l'erba e le zolle, di cetrioli succosi da mordere. Poi osservo mia moglie, il modo in cui guarda i suoi figli mentre giocano nell'orto, e so da dove viene questo richiamo. Per chi ci è nato e cresciuto, negli orti di Pardaugava, in queste campagne forti e di terre scure, di betulle e aceri, è un sapore che non si dimentica e si tramanda.

venerdì 7 agosto 2009

I parchi di Riga


La sensazione di fascino che mi ha consegnato Riga la prima volta che l'ho vista è tutta in quel quadrilatero di ampi parchi, Bastejkalns, Vermanis e Esplanade che si stende nel centro della città, a pochi metri dal cuore della città vecchia. Poi sarebbe arrivato tutto il resto, il profumo dei tigli e le infinite distese di boschi di betulle in Pardaugava, il caffe al Balsams bollente delle botteghine di Natale in Doma Laukums, i mattoncini rosso fegato della Cattedrale, le ambre e i tessuti tipicamente lettoni venduti nelle bancarelle di fronte al vicolo del Convento, l'enorme e affascinante mercato centrale dentro i padiglioni che un tempo servivano per la costruzione delle mongolfiere. E la Daugava larghissima e appena increspata, con i battelli che imbarcano turisti per Jurmala e Liepaja.
Ma il quadrilatero dei parchi ha catturato per primo quello che restava del mio cuore, che non fosse rimasto a Praga. Quell'intrico sconfinato di vialetti, giardini alberati e prati all'inglese, l'ampio teatro di panche e tavoli in Vermanis Parks dove gli anziani si danno convegno per giocare a scacchi, l'Esplanade con il piccolo anfiteatro all'aperto dove si esibiscono le musiciste di kokles alle spalle della statua del poeta Rainis che sembra guardare compiaciuto, mentre piu' lontano il Barclay de Tollay sbircia austero. E poi la lunga teoria di inesauribili colori delle venditrici di fiori ai lati dei giardini, le giovani donne con quelle strette e sinuose gonne e le camiciette di mussola bianca, che fanno schioccare gli altissimi tacchi sul pavè dei vialetti mentre attraversano da una parte all'altra i parchi silenziosi, con quegli sguardi dritti e decisi dove già tutto è definito e chiaro, in una bellezza inequivocabile.
E le anatre che navigano indecise nel canale che attraversa Bastejkalns, fino ad arrivare, starnazzanti, davanti al Teatro dell'Opera, ai piedi della statuetta di bronzo che raffigura George Amistead, il grande sindaco di Riga dei primi anni del '900, che dette il via al rinnovamento della citta.
E' questa la parte di Riga che preannuncia i grandi viali con i palazzi in Jugendstil che sotto la spinta di Amistead ideo' Eisenstein padre, è questa la congiunzione fra l'antica capitale baltica dell'impero zarista e le sorelle scandinave, è Stoccolma che si mescola al borsch e alla panna acida, è un respiro ampio e libero che si stacca dalle braccia del mondo slavo e prende il volo per il mare del Nord.
Passeggiare per l'Esplanade è una cosa che lascia ogni volta una sensazione di menta fresca in bocca, come un pensiero inatteso, come un incontro sorprendente. Certi pomeriggi, in cui mi ci sono fermato con qualche pagina di Singer o Brodskij fra le mani, parevano infiniti e luminosi. Come due o tre Europe che si incontrano in un punto preciso, mentre il suono dei kokles s'incarica di dar loro il benvenuto.

giovedì 6 agosto 2009

L'old style di Pardaugava


Riga e' un cantiere aperto. Sulle rive della Daugava stanno costruendo la nuova Biblioteca Nazionale, ed io da fiorentino se mi avessero chiesto un parere, qualche dubbio glielo avrei espresso: sistemare la madre di tutte le biblioteche lettoni proprio accanto al fiume non mi sembra un'idea geniale.
E proprio nel cuore del centro di Riga c'e' una grande piazza spianata, dove prima sorgeva una sede dell'Universita'. In compenso i giardini e ogni spazio di verde in centro e' curato come sempre. Fra Riga vecchia e il quartiere delle ambasciate si aggirano decine di poliziotti e guardie municipali, in discreta e attenta perlustrazione.
Solo Pardaugava, la parte di Riga al di la' del fiume, appare sempre la stessa, immutabile. E' un po' come calarsi dal vivo dentro il blog di Arnis Balcus, che e' meravigliosamente pieno di queste istantanee da un passato che non e' ancora del tutto tramontato.
I palazzi d'era sovietica che sembrano sgretolarsi, e invece da anni stanno ancora in piedi. Le insegne dei negozi, in quei caratteri squadrati, in stile realista anni settanta. I boschi, le macchie di verde che si insinuano fra le ragnatele di strade, gli orti che fanno capolino fra gli steccati divelti, le vecchie case di quella che un secolo fa era piena campagna, con i tetti spioventi e le pareti di tronchi di quercia. Alle finestre tende consunte e immancabili vasi di fiori.
Sembra di calarsi in un epoca senza tempo e con storie infinite da raccontare dietro un bicchiere di vodka .

La foto e' tratta dal blog di Arnis Balcus

martedì 4 agosto 2009

Segni dell'est

Lo so che per i nostri gusti ''occidentali" puo' apparire strano e poco edificante, ma quando entri in una tipica, normale casa in un Paese dell'est europeo, il primo odore che ti accoglie normalmente e' quello del cavolo fermentato. Spesso le famiglie lo fermentano da sole, in grandi orci di ceramica, pressato dentro la salamoia da pesanti lastre di marmo.
Per me ormai da molti anni, da quando ho cominciato a frequentare le terre dell'est, questo e' l'odore che significa casa, ed ha un fascino irresistibile, come se risalisse alle narici il profumo della propria culla.
E poi tutti gli altri ingredienti che riempiono la tavola per il pranzo di benvenuto. La nonna lettone ci ha accolti con gli involtini di carne, lo stufato di verdure, dove insieme al cavolo fermentato c'erano tutte le cose che l'orto produce in questi giorni, e poi i cetriolini sotto aceto che quello scricciolino di Daniele ha addentato con gran gusto, i bicchieri di kefir, e infine i mirtilli appena colti, affogati in tazze colme di latte fresco.
Eccoci di nuovo in questo nido d'oriente, pronti a farci cullare.

lunedì 3 agosto 2009

Volando sopra i boschi di betulle

Bartleboom e famiglia partono per la Lettonia.
Due settimane dentro lo Jugendstil e i giardini di Riga, le foreste e i laghi di Valka, le infinite pianure di Zemgale, gli scoiattoli che giocano sui rami delle betulle nei boschi di fronte alle case di Baldone.
E poi il salmone cotto sulla piastra a Lido, i pankukas con la marmellata di mirtilli della nonna lèttone, il pane nero e denso addolcito dal burro.
Un cielo altissimo che cambia colore ad ogni soffio di vento, i legni scuri delle case, e i verdi, tutti i verdi immaginabili.
Si, insomma, da domani scriverò di tutto questo.

martedì 28 luglio 2009

Una storia noiosa


Me ne sto in terrazza, in una sera che finalmente si rabbuia e rinfresca appena, e rileggo una ennesima volta "Una storia noiosa" di Cechov, mentre uno spicchio di luna si colora di un arancione morbido e lentamente scivola via dietro le colline nere della val d'Elsa, lontane.
C'è questa enorme distesa di luci delle città intorno a Firenze, che si accendono davanti alla mia terrazza ogni sera. E ogni tanto un aereo lampeggia mentre si prepara ad atterrare a Peretola.
E stanotte, una volta ancora, il vecchio luminare, l'illustre professor Nikolaj Stepanovic parla con Katja, sua figlioccia adottiva, e cerca di dirle che sta morendo. E lei che non ascolta, che non capisce, e che vorrebbe da lui un'ultima parola, sapere che fare della propria, inconcludente vita. Mentre l'unica cosa che il vecchio professore riesce ad offrirle è invitarla a fare colazione insieme. Non c'è nient'altro che lui possa fare, che chiunque altro possa fare. Non proprio una cosa da niente, accompagnare la desolazione altrui con la propria.
Quando i critici letterari si occupano di "Una storia noiosa" salta sempe fuori l'accostamento con "La morte di Ivan Il'ic" di Tolstoj, due uomini illustri e famosi, per quanto diversi fra loro, che affrontano gli ultimi mesi di vita. Quello di Tolstoj è un capolavoro, una miniatura perfetta, un'icona dorata. C'è lo smarrimento, l'angoscia, la solitudine, ma infine anche la soluzione salvifica, il ravvedimento, la speranza.
La penna algida di Cechov, invece, non consente perdono. Ognuno è solo con il proprio destino, ognuno deve fare i conti con il proprio fallimento, con quella intraducibile pošlost’ di cui parla Nabokov, la mediocrità, un'esistenza intrisa di false illusioni e grettezza. Solo l'infinita ironia, la leggerezza, il disincanto, leniscono l'amarezza dei personaggi cechoviani. E li rendono insuperabili.
Cechov è così, non offre consolazioni, né facili vie d'uscita. Racconta vite come luci che lampeggiano notte dopo notte, con sforzi che paiono assurdi. E notte dopo notte, impietosamente si spengono al sopraggiungere di una nuova, estranea alba. Inutili e miserevoli nella loro strenue debolezza.
Però che incanto quel suo saperle raccontare per come sono, quelle esistenze. Una fredda, impalpabile poesia.

lunedì 27 luglio 2009

New Wave 2009

Dunque, domani sera comincia il festival "New Wave" a Jurmala, il luogo di villeggiatura balneare più famoso della Lettonia, a pochi chilometri da Riga.
Il "New Wave" è un festival di canzoni per artisti emergenti, ci partecipano soprattutto cantanti dell'est europeo, ma ci sono anche francesi e italiani. Lo organizzano i russi, ma si svolge in Lettonia, probabilmente perché da sempre il mar Baltico, e in particolare Jurmala, è la spiaggia preferita dai russi. E' molto seguito e popolare da quelle parti.
Ma il piatto forte di tutta la settimana in cui dura "New Wave" è la partecipazione delle maggiori star della canzone melodica e pop russa, sostanzialmente delle cariatidi. Però fanno scena e sono buffe da vedere, da Alla Pugaceva (la vera star della canzone russa che si porta sempre dietro il suo sposino Maksim Galkin, che sembra sempre più giovane e spiumato) a Valerij Leontiev, da Nikolaj Baskov (una persecuzione quella sua acconciatura bionda fissata con lo stucco) a Filip Kirkhorov (che basta vederlo per capire, giuro). Il trionfo del kitsch in salsa russa.
L'anno scorso successe una specie di crisi diplomatica, perché il presentatore (russo) si mise a prendere in giro l'inno lèttone. Si arrivò quasi alla guerra. Quest'anno hanno promesso di stare più attenti.

venerdì 24 luglio 2009

Kristine

In questi giorni Kristine, una carissima amica di mia moglie, è venuta a trovarci. L'ometto si diverte un mondo con lei. Ma lui si ostina a non volerle parlare in lèttone. Pensa che siccome sua madre lo capisce anche se parla in italiano, tutti gli altri lèttoni possano fare altrettanto.
E poi si vergogna, anche se conosce ormai bene anche questa lingua e la potrebbe parlare senza problemi.
Noi in compenso abbiamo trovato una babysitter fantastica. Stasera, che è il suo onomastico (anche in Lettonia è il giorno di Kristine) la portiamo all'Aqaba, a mangiare un sacco di cose buone.

martedì 21 luglio 2009

How long to sing this song

Matteo Bordone ha scritto il post definitivo sugli U2.
Ci sono cose che finiscono, basta farsene una ragione.
Io, figuriamoci, sono rimasto al bootleg del concerto di Dublino, la notte di Capodanno del 1989, che mi feci registrando la diretta alla radio.
MLK, Bad, A sort of homecoming, Running to stand still, New year's day... Quella roba là, insomma.
Il muro di Berlino era appena crollato. E loro, quella notte, era come se ci cantassero sopra.

lunedì 20 luglio 2009

Meet me tonight in Atlantic City

Perché quando il Boss scende da queste parti, io e il mio amico, fratello di una vita, rispondiamo al richiamo. Da venticinque anni a questa parte.

giovedì 16 luglio 2009

mercoledì 15 luglio 2009

Estate profonda

E' troppo caldo persino per scrivere.
In una gelateria, oggi pomeriggio, in via Calzaiuoli la commessa mi parlava in inglese. Io le ho chiesto "vorrei un gelato" e lei "which tastes?". E poi "scusa, sai con tutti questi turisti, e con questo caldo che dà alla testa.."
In piazza Duomo una giovane coppia probabilmente inglese spingeva due passeggini. I due piccolini sopra, dormivano. Avevano le guance rosso fuoco, ed un espressione desolata sul viso.
Il centro di Firenze, durante i giorni di estate profonda, è una gabbia di fuoco. E uno si domanda sempre come possa comunque conservare la sua bellezza.
Io passo di fronte a Santa Maria del Fiore senza neppure avere la forza di alzare lo sguardo. Vedo la gente fare la fila per entrare in Duomo, e i capannelli di turisti di fronte alla porta del Ghiberti al Battistero.
Poi scappo via.
Stanotte in terrazza cerco di recuperare una qualche traccia di vento, mentre leggo le "Tre sorelle" di Cechov. Ci fosse almeno anche qui, un piccolo bosco di betulle, un fiume, un campo che sappia di rugiada la mattina presto.

domenica 12 luglio 2009

Cose d'estate

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Nelle campagne intorno a Bauskas in questi giorni sono fioriti i campi di papavero.

Foto da Diena.lv, Agentura AFI autore Valdas Kalniņas

giovedì 9 luglio 2009

Le torte di nonna Papera

Il tesoro si trovava in cantina.
In realtà era una specie di tavernetta che però i miei nonni usavano ormai come cantina per tenerci tutte le cose che facevano parte dell'arredamento del bar che possedevano un tempo. Una stanza grande e umida, piena fino all'inverosimile di cose passate. Al centro c'era un tavolo da ping pong, su cui erano ammonticchiate cianfrusaglie, sedie, vassoi, quadri con la pubblicità del Campari. Poi in un angolo un camino con una cucina a legna. Accanto una vetrinetta dove erano conservati i servizi di bicchieri, le tazze e diverse bottiglie: mi ricordo ancora il Vov, la Vecchia Romagna, l'amaro Petrus. Alle pareti numerosi scaffali, dove mio nonno teneva riviste, giornali, i gialli Mondadori e soprattutto fumetti: Zagor, Tex, Diabolik.
In un angolo però il vero tesoro. Quattro, cinque, grandi scatoloni con dentro innumerevoli giornalini di Topolino.
Era il mio tesoro. Letti, riletti, straletti, e con un sacco di macchie di nutella sopra. Alla fine mi appassionavo anche alle pagine con la pubblicità, tipo quella del fornetto per fare piccoli dolci. Uno ce l'aveva mia cugina, in certi pomeriggi lunghi e noiosi finivamo per sfornare orrende e sciapissime focaccette.
Ma i pomeriggi della mia infanzia valdarnese erano soprattutto pieni di loro, Paperino, la Banda Bassotti, Pluto, Paperoga, quei saccenti di Qui Quo Qua, l'immaginifico Eta Beta, il decino di zio Paperone, le torte di nonna Papera. Che paradiso doveva essere un posto dove si potevano magiare le torte di nonna Papera!
Da qualche giorno, complice un DVD di Walt Disney, l'ometto ha cominciato ad appassionarsi a questi personaggi. E ora non fa altro che chiedermi di guardare Paperino, Topolino, Pluto. Abbiamo persino cominciato a saccheggiare quella incredibile e ricchissima cantina che oggi si chiama Youtube.
Domenica comunque ho deciso. Quando vado in edicola a comprare il giornale gli prendo pure Topolino. Perchè esce ancora di domenica Topolino vero? Mica hanno chiuso pure quello?