giovedì 29 gennaio 2009

Riga vecchia


Ieri pomeriggio mi sono fatto un giro per conto mio.
In fondo non c'e' neppure una gran folla nelle vie di Riga Vecchia in questo periodo. Turisti pochissimi, ho sentito qualche frase in spagnolo e in inglese. Italiani neppure l'ombra, non e' la loro stagione.
A me piace il pave' di Riga vecchia. Doma Laukums, Konventa Seta, la porta svedese. Mi piace il rumore che fa, il senso di una costruzione, quell'alternarsi di grigi e terre di siena che poi si fonde con i mattoncini amaranto del Duomo. E nei banchini di fronte all'ingresso di Konventa Seta l'arancio cupo e brillante dell'ambra.
Poi ho preso per Kalķu iela, fino ad arrivare ai miei amati parchi oltre il canale. In Vermanis parks c'erano tre pupazzoni giganti di neve, che pero' di neve non erano, bensi di polistirolo, e mettevano una qualche tristezza. Come il grande spiazzo vuoto con le panche e i tavolini dove d'estate i vecchi giocano a scacchi.
Poi il ritorno al punto di partenza, dentro il cuore di Riga vecchia, per il solito giro da Valters un Rapa, a cercar qualche buon libro. E poi a trattenere a stento la tentazione di una cioccolata calda da Emihls Gustavs.

mercoledì 28 gennaio 2009

Il senso dei luoghi

"A Smoleviči, in Bielorussia, le casette spuntano silenziose in mezzo ai giardini e l'erba cresce lungo i marciapiedi. Nella polvere del mercato di Berdičev razzolano polli sporchi con le zampe giallo cadmio marchiate d'inchiostro rosso e viola. A Kiev, nei quartieri di Podol e di via Vasil'kovskaja, milioni di scarpette di bambini e di ciabatte di anziani hanno consumato le scale di palazzi a piu' piani con i vetri sporchi.
Nei cortili di Odessa crescono platani dal fusto maculato, biancheria colorata, maglie e mutande sono stese ad asciugare, sulle griglie fumano i calderoni con la marmellata di corniole e nelle culle piangono neonati dalla pelle olivastra che non hanno mai visto il sole."

Lette da qua, le pagine di Vasilij Grossman, hanno ancora piu' sostanza. Se mai e' possibile.

martedì 27 gennaio 2009

Generazioni

Ieri e' stato giorno di visita alla bisnonna degli ometti. Insomma, avere una bisnonna al giorno d'oggi e' una cosa rara. E la stanza della bisnonna e' come uno se la puo' immaginare. Piena di cose, moltissime foto alle pareti, alcune molto vecchie, un piccolo televisore con l'antenna attaccata sopra, in un angolo della parete opposta alla porta la grande stufa a colonna che arriva fino al soffitto, con le piastrelle di ceramica e lo sportello di ferro dentro cui infilare la legna da ardere. Libri, tantissimi libri che esondano dalla libreria per occupare tutta una parete. C'e' di tutto, gli autori lettoni piu' famosi, Rainis, Pumpurs, Barons, Skalbe, Balodis, ma poi anche Esopo, Virgilio, Balzac, Mann. E molte biografie di artisti illustri.
E le due cose che hanno attirato il mio sguardo fin dall'inizio. Una foto, con ogni probabilita' la piu' vecchia in quella stanza: una coppia di anziani, seduti nell'aia di fronte alla propria casa, lui una barba foltissima, bianca e lunga fino al torace, le mani posate sulle ginocchia, il vestito della festa con un cappello simil militare in testa, lei con una veste semplice, i capelli raccolti. Come essere di fronte ad una pagina di un libro di Cechov.
L'altra cosa era un enorme albero disegnato su carta, con moltissime foglioline verdi attaccate ai tanti rami che partivano da un tronco centrale. E su ogni foglia un nome. L'albero genealogico della famiglia, che sul tronco portava il nome Ansis Pukukalns, e una data 1775. In uno dei rami piu' alti c'erano anche due foglioline con i nomi di Fabio e Daniele. Sette generazioni nel mezzo.

domenica 25 gennaio 2009

Pane nero


Mia moglie puo' finalmente sfogare la sua voglia di cucina lettone. Stamattina ha fatto colazione con galerts (una specie di galantina di pollo) condito con senape e poi delle piccole acciughe affumicate.
Io mi sono accontentato di una tazzona di caffe' accompagnato da un dolce all'uvetta.
Ma uno dei sapori piu' tipici di qui e' il gusto del pane nero, rupjmaize. Un pane nero, che e' nero sul serio, una consistenza forte, densa, che in bocca sprigiona un gusto acidulo e intenso. Resta morbido e mangiabile per diversi giorni. Qui (e a casa nostra) si da' anche ai bambini piccolissimi, perche' non ha una crosta che puo' strozzare ed e' masticabile anche con pochi denti.
Restando in tema culinario, a pranzo l'ometto si e' divorato un piattone di frikadeļu zupa, una zuppa di polpettine, patate ed erbe (nella foto proprio quella di oggi), che si mangia appunto con il rupjmaize.
Abbiamo fatto qualche scorta di birra, che ogni anno costa di piu'. Ma una bottiglia di Tērvetes Oriģinālais e' un piacere a cui e' difficile rinunciare.
La prima passeggiata fuori fra il ghiaccio misto ad acqua nei marciapiedi e la neve di riporto nei prati e' stato un bel divertimento per l'ometto, anche se mettersi gli stivali pesanti era fuori discussione.
Non c'e' accenno di sole in questi giorni, e il tetto di nuvole in cielo sembra l'immagine plastica di un paese che conosce in questo inverno la crisi economica piu' grave da quando e' tornato libero. Non e' solo la birra e il resto della merce che costa di piu', sono gli ospedali, come a Daugavpils, che licenziano infermieri e sanitari, e' l'assistenza sanitaria che chiede di pagare la degenza anche se arrivi in ospedale d'urgenza e se non hai un'assicurazione paghi pure tutti gli esami che fai. Sono gli asili che chiudono, le scuole che mandano i bambini a studiare lontano per razionalizzare, con i comuni che devono pagare le spese. Sono le moltissime auto nuove e di grossa cilindrata, che si portano dietro debiti a non finire.
Una voglia di crescere che non ha fatto i conti con la pazienza e la misura. Facile a dirsi, lo so. Come imparare a saper mangiare rupjmaize.

sabato 24 gennaio 2009

Riga, giorno uno

Riga ci accoglie in un tardo pomeriggio scuro e lucido. Dall'aereo appena usciti dalle nuvole la citta' si stende in un tappeto di luci. Cerco la Daugava, un qualche punto di riferimento, poi solo gli occhi dell'ometto, affascinati e attenti. Mi sorride sornione, quando gli dico: "Attento che ora si atterra, tieniti forte!''.
Ai lati delle strade ci sono mucchi di neve dei giorni passati, non fa particolarmente freddo, ma e' quell'aria pungente che ti fa riconoscere l'est, mentre la macchina di Kristine e' il nostro primo sentirsi a casa. Poi e' la nonna che ci da' il benvenuto con le sue inimitabili patate alla padella, involtini con pancetta affumicata e pasticcio di funghi prataioli.
Gli ometti esplorano casa, buttano all'aria quanto possono, e poi piano piano crollano in un sonno profondo.
In tv la signorina del meteo parla di una prossima settimana umida e di pochi gradi sottozero. Si vedono nuvole e gocce di pioggia alternate a cristalli di neve sullo screen, con la cartina del paese e le citta' che appaiono una per una: Ventspils, Rezekne, Daugavpils, Liepaja, Aluksne, Tukums, Valka. Come aprire un cassetto della scrivania e riprendere in mano pagine lette decine di volte.
Sentirsi a casa.

giovedì 22 gennaio 2009

Nākamā pietura...

Dunque, Bartleboom e famiglia si preparano ad un nuovo viaggio. Sabato si torna finalmente a Riga, per una settimana si spera piena di neve.
Sarà la prima volta per l'ometto piccolo, mentre quello grande già attende con ansia di tornare in aereo, ché l'ultima volta era ancora un po' piccolo per gustarsi l'emozione del volo. Ma ogni volta che dal balcone vede un aereo decollare da Peretola, capisce che si tratta di una cosa già vissuta e che contiene una grande attrazione.
Riga in inverno è un luogo di suggestioni profonde. Non solo nelle sue bellezze, i giardini innevati, il canale ghiacciato che percorre Riga vecchia, Doma Laukums con il suo pavé scricchiolante, il Balzams caldo, la Daugava immobile e bianca.
Non è solo questo. E' anche l'atmosfera dentro gli autobus e i tram, gli anziani che si portano sulle spalle decenni di inverni sotto zero, una malinconia impalpabile che viene improvvisamente sottratta dalle risate dei bambini, che si buttano con le slitte dalle collinette di Tornakalns, o da quelle dei "salotti buoni" in Bastejkalns e Kronvalda.
E' questo continuo fluttuare fra meraviglia e durezze, come fiocchi di neve che non sanno bene dove posarsi. Se non continuare a volare.
xxx
*Nākamā pietura (Prossima fermata).
Nella foto uno scorcio di Kronvalda Parks
xxx

mercoledì 21 gennaio 2009

Si cresce

Babbo, stasera non vado a letto.
Guardiamo il calcio insieme?
Per la verità in quel momento c'era Obama che percorreva in corteo la strada verso la Casa Bianca. Così siamo stati un po' a guardare insieme. Un giorno glielo dirò, che quella sera stavamo uno accanto all'altro.

venerdì 16 gennaio 2009

Dzimšanas diena

Ora che il giorno è passato, e le cose si sono spente in un ombra riposante, e il respiro si è fatto più lungo e lento.
Ora che posso scostarti i capelli e catturare un ultima traccia di profumo, e lasciare che tutto resti così.
Ora, buon compleanno mana milestiba.

lunedì 12 gennaio 2009

Impudenti sognatori

Non è più tempo per noi. Ma sì che c'è ancora chi scrive lettere d'amore. Chi percorre distanze infinite in una sola parola.
Chi aspetta, stringendo nel pugno una manciata di minuti o giorni, il segno stesso della propria esistenza.
Chi conta le ore dell'attesa, perfino con il timore che passino svelte. E con quel dolce e spietato male al cuore che si consuma nelle vigilie insonni e negli addii inconsolabili.
E ancora parole, e ancora giorni. Gomitoli da riavvolgere e stringere fra le braccia, come non fossero sere d'inverno.
Ma qualcosa che si sogna e che sembra avere già per sé un sapore buono, come di incerta felicità.

Ohibo!

E' giusto un anno che sto qui a bruciar legna..

giovedì 8 gennaio 2009

Un cerchio perfetto

Succede oggi che passo tutto il pomeriggio e la sera da solo con gli ometti.
E ad un certo punto, dopocena, mentre siamo in salotto, sdraiati per terra su strati di tappeti e coperte, mando in aria un cerchio di plastica. Diventa un gioco, il cerchio di plastica che ci tiriamo, io e l'ometto grande, mentre quello piccolo ci osserva con attenzione e poi gattona via per i suoi giri panoramici fra divano e libreria. Intanto io e l'ometto ci appassioniamo al gioco. Uno tira, l'altro afferra, e tira a sua volta. La playstation degli uomini delle caverne.
Eppure, quale entusiasmo ogni volta che riesce ad afferrare il cerchio. E come si beve i miei "bravo!!".
E com'è piena di gioia ed emozione, la sua voce, quando mi dice: "E' un bellissimo gioco questo!".
Cos'altro chiedere?

martedì 6 gennaio 2009

Cigni in luce blu

Odette che solo la notte tramuta le sue sembianze di cigno in essere umano.
Čajkovskij che la circonda di note meravigliose.
E poi la luce, una luce blu che si riflette sul lago e sulle bianche ragazze cigno, per dipingere una scena indimenticabile. Un quadro scenico e musicale magnifico, roba da farci un romanzo.
Ci siamo fatti portare via, una sera, dalla musica di Pëtr Il'ič e da quei fantastici ballerini che arrivano da Mosca, Samara, Karkhov, San Pietroburgo, a ballare in un teatro di Firenze, a pochi metri da Piazza Santa Croce.
La prima volta che misero in scena il Lago dei Cigni, al teatro Bol'šoj nel 1877, fu un fiasco, per la brutta coreografia e per la scarsa abilità dell'orchestra. Solo dopo la morte di Čajkovskij divenne un trionfo, grazie alle nuove coreografie di Petipa e Ivanov. Neppure questa grazia ebbe in vita il povero Pëtr Il'ič.
Ma io, mentre assistevo alla danza, pensavo a quale genio poteva inventarsi una musica così.

venerdì 2 gennaio 2009

Mājas

Vedrai, non ci sarà bisogno di spiegarti. Sono fiocchi bianchi, che scendono giù imprevedibili, secondo gli aliti di vento.
Non ci sarà bisogno di descrivertelo. E poi, sai, non sono mai stato buono per le parole.
E' che si fermano prima dei baci. Ci mettono una vita ad uscire, quando è già troppo tardi. E poi tu corri via, con quel punto interrogativo sulle labbra che non si spenge mai. E sulle guance sentirai quel buon freddo, come tante punture di spillo, mentre ci inseguiremo nei vialetti di Arkadijas Parks, nascondendoci fra gli aceri e i pioppi.
Neppure l'angelo dovrò spiegarti. Te lo farà vedere tua madre, come ci si butta per terra e si aprono le braccia. Disegnare ali sulla neve, una cosa semplice.
E mangeremo pane nero e miele di abete, e composta di lamponi, mentre sui vetri della finestra si formeranno cristalli di ghiaccio. Ci sarà tè fumante, di menta e tiglio, e sapori nuovi da imparare.
Le parole, quelle le conosci già meglio di me. Lingua materna che si fa strada da sola.