mercoledì 25 febbraio 2009

Babeliana

Scrivere. E lasciare lì per qualche giorno.
Poi rileggere. E cominciare a togliere.
Parola dopo parola.
Limare, spuntare i rami secchi, e togliere ancora.
Poi rileggere.
E ricominciare a scriverlo daccapo, che c'è sempre una frase da rendere più semplice, un aggettivo da incastonare, ma che sia uno solo, chè un sostantivo di più non può reggerne.
E poi rileggere ancora. Mai darsi per vinti, mai pubblicare niente senza averlo riscritto venti volte.
Lasciare che sia il tempo, poi.

I racconti di Babel' venivano fuori così. E sono schioppettate dritte al petto.
Io per un po' sto qui a Odessa, a svernare nella Moldovanka.

martedì 24 febbraio 2009

Good Bye Lenin


Questo aggeggio serviva nei tempi sovietici per chiamare la milizia.
La foto ne ritrae uno sopravvissuto a Riga, in Gogoļa iela. L'ho presa da questo blog, un vero museo fotografico della Lettonia ai tempi dell'Urss.

lunedì 23 febbraio 2009

The lady with the dog

The Reader è un bellissimo film.
Ma il fatto che i libri che il ragazzo legge alla donna amata siano in versione inglese, anzichè in tedesco come normale che fosse dato che siamo in Germania, è una cosa indecente.

venerdì 20 febbraio 2009

Dimenticanze

Dice che stamattina l'ometto, sulla strada per andare all'asilo, intento a descrivere alla mamma tutti gli animaletti che ognuno dei suoi compagni ha sulle cartelline, si è scordato di piangere.

giovedì 19 febbraio 2009

Tur kaut kam ir jabut *

Che poi non smetto di pensare alla tua risata che è esplosa nel mezzo di una cena frugale, fra i bambini che ci reclamavano e si aggrappavano alle sedie.
"Insomma, non ci potete sequestrare così ogni giorno, ogni minuto!"
Tu mi guardi sorpresa e poi scoppi a ridere. E non la smettevi più.
Poi finalmente un po' di tempo per guardarci il dvd del concerto dei Prata Vetra. E io che mi diverto da pazzi quando arriva "Kaķēns kurš atteicās no jūras skolas", con la lingua che si attorciglia.
E poi guardiamo il grande bacino del Mezaparks, pieno di gente felice, che ci fa una grande nostalgia.
Di tutte le volte che avremmo voluto esserci.
E quelle dolcissime ragazze del coro, tutte vestite di bianco, che ballano a piedi nudi sul palco mentre Renars canta.
E Fabio che si incanta davanti al video, e Daniele che agita le braccia e batte le mani.
Sembra che capiscano, che è proprio casa.

* Là ci dev'essere qualcosa

martedì 17 febbraio 2009

Una freccia di luce che esce dal mare

Avevano in mano il Leonardo Da Vinci del novecento. E lo hanno mandato in un lager nell'estremo oriente siberiano a studiare i ghiacchi, e poi nelle isole Solovki nel mar Bianco, a tirare fuori iodio dalle alghe marine. Poi dopo quattro anni lo hanno fucilato e seppellito in una fossa comune, nei dintorni di Leningrado. Era l'8 dicembre del 1937. Un biascicatore di litanie, dicevano. Una delle menti più fertili e prodigiose di quel secolo.
Di Pavel Aleksandrovic Florenskij, matematico, scienziato, filosofo, teologo, delle sue lettere dalla prigionia alla famiglia, alla moglie, ai figli, alla madre, mi ha colpito soprattutto la capacità di farsi simbolo (lui filosofo del simbolismo) per i suoi cari, per i suoi figli in particolare.
Una lettera al mese era concessa, nei periodi più liberali tre lettere. Senza neppure esser certi che sarebbero emerse e giunte a destinazione, da quel buco profondo e scuro dove era precipitato.
La dolcezza e l'acume, la perseveranza e la puntigliosità, con cui scriveva alla figlia Olga sulla poesia russa, su come leggere Puskin, su come ascoltare Bach. I consigli di geologia al figlio Kirill, le preoccupazioni continue per il primogenito Vasilij, le indicazioni su come organizzare e rendere sistematiche le annotazioni sulle sue ricerche, i libri e gli appunti da lasciare in eredità, il senso della sua vita, della sua visione del mondo, la sua estetica, la bellezza da ricercare in ogni singolo accadimento.
E tutto questo mentre il vento sferzava un panorama piatto e grigio, e le giornate erano scandite da mattina a sera dai lavori forzati, dall'insensatezza di una prigionia terribile, da un freddo cupo. E ancora c'era la voglia, la pervicace ostinazione di rendere un ultimo servizio alla scienza, alla propria intelligenza, alla propria dignità. E ancora c'era la forza di raccontare un'aurora boreale, di descriverla ai figli perchè anche questa non andasse completamente perduta.
Perchè ogni desiderio alla fine si avvera, anche se spesso in un tempo inaspettato, quando ormai è tardi per poterne gioire.

giovedì 12 febbraio 2009

Frattempi

E' che sono alle isole Solovki, a chiacchierare con Pavel Aleksandrovic.

mercoledì 4 febbraio 2009

Indizi di una vita

C’era una neve sottile e imperterrita, quella mattina. Un vento opaco spazzava la strada che dall’ufficio postale conduceva verso la campagna. Salì il sentiero che portava a casa, accostò il cancello di ferro battuto. Posò il pacco sul tavolo, aprì la credenza per prendere una tazza e mise l’acqua a bollire.
Aveva prolungato l’attesa di aprire l’involucro, per quella sorta di sottile piacere che, un tempo, gli dava la vigilia di ogni suo incontro con Nina. Teneva in bocca quei minuti, quelle ore che preludevano ad ogni loro incontro, come un grumo di miele d’acacia che si scioglie in miriadi di piccoli cristalli pungenti.
Infine lo aprì, quel pacco. Tagliò la corda intorno alla cera lacca, strappò la carta, distese le mani a sgranare sul tavolo tutto il contenuto di quel dono inimmaginato. C'erano foto scattate in anni diversi e un piccolo ritratto di donna, in ametista e ambra. Prese poi fra le mani un quaderno dalla copertina cerata, di colore nero.
Lo aprì. Gli sembrò di vedere delle date, e nomi di città, e molte pagine scritte fittamente, con una calligrafia dolce e affrettata.
Era il diario di una vita intera. Era il diario di Nina.


Tu non sai Nina, non sai le ore all’imbrunire, la malinconia delle sere vuote, le sedie da rimettere a posto in sala, le chiacchiere insensate, i pensieri nel vento. Da quando sei fuggita da questo paese in fiamme.
Tu non sai, Nina, la vita nella tua assenza.
Ora sei qui dopo tutti questi anni, in questo diario, quello che resta per me. Sei qui, come un’antica promessa d’amore, come un volo di gabbiano all’ultimo calar del sole. Sei qui ed io non ho forze per accoglierti come si deve, sfogliare questa risposta ad una vita di attesa, quasi un temporale di fine estate che si porta via gli ultimi fiati di sole dai campi seminati a grano.



Si prese il tempo del lungo inverno.
Non era una vita che potesse leggere nello spazio angusto di un giorno qualsiasi. Aveva bisogno di silenzi puri, e di lunghe ore intatte di pensieri. Si faceva accompagnare dal crepitio del fuoco la sera, mentre fuori era un garbuglio di stelle. Altre volte sceglieva albe terse e bianche, prendeva gli sci e se ne andava per il bosco innevato di fresco. Cercava poi crinali esposti al sole incostante di quell'inverno, per sedersi a leggere quelle pagine traboccanti. Di fronte mute distese di neve, come lenzuoli abbaglianti di candida mussola.
Conobbe con gli occhi di Nina la Parigi degli anni trenta, le gite sulla Senna nelle domeniche d'estate, il mondo russo dell'emigrazione che lentamente si disfaceva in mille piccoli rivoli, l'invasione tedesca, i tempi feroci e affamati della guerra, i nascondigli tremanti, le lunghe notti febbrili, la fuga nella campagna bretone. Condivise con lei le lacrime e i timori, le gioie nascoste e le fughe improvvise, serrò i pugni impotenti, le accarezzò i capelli e la strinse a sè nei suoi pensieri attoniti.
Chiuse infine quel diario che era giunta primavera. Una giornata limpida e pungente, che lo sorprese incastrato in maldestri, confusi battiti del cuore

domenica 1 febbraio 2009

Le cose che finiscono

L'auto correva veloce verso l'aeroporto. E non dava l'idea dei campi bianchi, delle chiazze nere di boschi di betulle, dei faggi bruniti, dell'interminabile sequenza di terreni coperti da cristalli candidi, della foce della Daugava che si perde in un larghissimo abbraccio, del mar Baltico che si stende su un orizzonte finalmente lucente, un azzurro appena opaco di brina.
Tutto questo l'avremmo visto una volta in volo.
Accarezzo finissimi capelli biondi, appena cresciuti, mentre chi mi sta accanto asciuga le proprie lacrime in un abbraccio sorridente con l'ometto.
Le ultime pagine di Vasilij Grossman, lette la sera prima, mi restano nel petto, sembrano battere un ritmo lento e preciso dentro la cassa toracica, mentre la Daugava sotto diventa un lungo filo d'avorio. Dopo un libro così non viene voglia di leggere altro, tanto meno di scrivere.
Fa un caldo falso dentro l'aereo, mentre Riga ci saluta con un meno dodici, in una mattina di sole giocoso e saltellante.
Una stordente nostalgia, come di cose che finiscono.