martedì 31 marzo 2009

Hope there's someone..

Stasera io e mia moglie ci prendiamo una vacanza e andiamo ad ascoltare l'angelo.
Antony and the Johnsons, in concerto al teatro Politeama di Prato. Poi le cose saranno più belle.

domenica 29 marzo 2009

Come andavano le cose a Odessa

Ecco, immaginate un omino con "gli occhiali sul naso e l'autunno nell'anima", come diceva di sè. Immaginatelo seduto sul muretto che costeggia il cimitero ebraico di Odessa, nei primi anni venti quando la guerra civile ancora inondava le steppe russe e l'autorità era quella del più forte.
Immaginate l'omino che si fa raccontare da un vecchio, ebreo come lui, Reb Ar'e-Lejb il sensale, le storie della mala ebrea odessita. Perché è così che Isaak Babel' vuole che lo immaginiamo, è così che lui ci introduce nelle storie sanguinolente e comiche della Moldovanka.
La Moldovanka ("la nostra generosa madre") è il quartiere dove prospera la malavita ebraica di Odessa. Non c'è a quell'epoca città dell'impero russo in cui la comunità ebraica sia più numerosa e potente. E la sua forza le deriva dai "quarantamila ladri" che imperversano in città. E così dalla penna di Babel' escono le storie di Benja Krik, il re della Moldovanka, di Froim Grač, il vecchio guercio, della locandiera Ljubka, una donna a cui le scarse grazie femminili e il potente pugno guadagnarono il soprannome di "il cosacco".
I racconti odessiti di Babel' trasudano calore e colori. Sono rossi di sangue e di tramonti accecanti dal Mar Nero. Sono neri come il manto dei cavalli del carrettiere Mendel Krik, il padre di Benja, e come la benda che copre l'occhio del guercio Froim Grač, il vecchio bandito dalla tempra di acciaio. Hanno il color crema e cioccolato del vestito di Benja, e il color lampone dei suoi stivali, quando il re della Moldovanka va a rapinare Tartakovskij, il "giudeo e mezzo", come veniva chiamato. 
Sono i racconti del ciclo odessita (Il re, Come andavano le cose a Odessa, Il padre, Ljubka il cosacco), molto più che i racconti dell'Armata a cavallo, che da un lato rendono Babel' uno scrittore fantastico, unico e del tutto originale, e dall'altro lo condannano ad una posizione estranea alla cultura del realismo socialista dell'epoca e della letteratura dell'uomo nuovo che doveva servire agli obiettivi del regime sovietico.
Babel' riempie i racconti di Odessa di tutta la carne, il sangue, gli umori, i sapori e il calore della sua amata città, e di una comunità ebraica caleidoscopica, dove i chassidim, le sinagoghe, i tefillin, si mescolano alle pistole, le rapine, la mafia, il contrabbando. Del resto Odessa è il mare, è il commercio, è l'intrecciarsi di razze e genti, è l'unica città davvero cosmopolita dell'impero, e la comunità ebraica succhia da Odessa tutte queste linfe.
Babel' amava molto Gogol', soprattutto i suoi primi racconti ucraini, il sole, i colori sgargianti, le iperboli, il grottesco. E così i racconti odessiti vivono della stessa merce, della stessa inclinazione ad un naturalismo romantico ed esuberante. Il secondo Babel', quello successivo all'Armata a cavallo, quello degli ultimi anni, trovava i racconti odessiti troppo carichi, troppo fioriti. La semplicità, la parsimonia e la purezza della parola erano la sua costante ricerca. Eppure Babel' era già tutto lì.
C'è Odessa. C'è la terra che si mastica in guerra. C'è il sole del Mar Nero. Ci sono i quarantamila ladri di Odessa. C'è la banda di Benja Krik e del guercio Grac. C'è la storia di un bambino con la sua colombaia e un progrom che li attende. Ci sono ebrei, rivoluzionari, banditi, animali, e vodka, tanta vodka. Ci sono infiniti colori e parole in misura appena necessaria. Non una in più.
"... e se per qualcuno è poco, che bruci nel fuoco..."


mercoledì 25 marzo 2009

Nel letto di mamma e papà

Si è da tempo aperto il dilemma in casa nostra sulla questione se sia giusto o meno lasciare che gli ometti dormano nel letto con noi.
Un dilemma esistenziale di difficilissima soluzione per ogni genitore. 
Sono certo che esistano ampie e approfondite ricerche e analisi sul tema. Sicuramente da qualche parte ci sarà una ricerca che so, dell'Università del Michigan ad esempio, che afferma che i bambini che dormono nel letto coi genitori hanno grande difficoltà da adulti a sviluppare autostima, sicurezza e capacità di affrontare i problemi della vita.
Di contro ci sarà certamente uno studio dell'Università dell'Ohio che, analizzando le biografie dei serial killer dello Stato del Wisconsin, avrà evidenziato come nel 93 per cento dei casi si trattava di gente a cui era stato proibito avvicinarsi al letto di mamma e papà.
Noi nel dubbio abbiamo deciso di lasciare al corso delle cose fare la sua parte.
E dunque spesso mi capita di ritrovarmi a letto, con i due ometti che mi stanno ai lati. Il loro respiro tenue, il tepore delle mani, uno che stringe l'orsacchiotto (si lo so che c'è una ricerca dell'Università del Colorado che dice...), l'altro che a tratti scalcia via le coperte. 
Poi lo so che mi capiterà per un tempo fin troppo breve, di stringerli in questo guscio morbido. E allora, se me lo chiedete proprio adesso, non so rinunciarci.

martedì 24 marzo 2009

Da sotto la neve

Giungono notizie dalla Lettonia che sono spuntati i primi fiori da sotto il manto nevoso.
Sono semplici campanelle, chiamate sniegpulkstenis, cioè letteralmente "orologi della neve". Segnano davvero la fine dell'inverno, anche se la neve può continuare a imbiancare il paesaggio anche nelle settimane successive.
In campagna dal nonno, al confine fra Lettonia e Estonia, di neve ce n'è ancora tanta in questi giorni. Ma il primo vero sole dell'anno già scalda la parete sud della sauna di fronte al lago. Ed è proprio un bello stare, da quelle parti.

Foto tratta dal sito: www.poga.lv

venerdì 20 marzo 2009

Erba medica

Erba medica.
Disse così Grigorij. Semplicemente.
Il principe L'vov pareva perplesso, mentre il contadino stendeva il braccio come a coprire quella distesa di campi di segale.
Erba medica, ripetè. Poi si girò e prese quietamente la via di casa. Fino a Jasnaja Poljana c'erano quattro chilometri e Grigorij se li fece con una lentezza disperante. Come si confaceva a lui, e ai suoi pensieri.
Il principe restò su quel ciglio di terra, ad osservare il panorama dei suoi campi.
Pietroburgo scoloriva ormai sul bordo di un ricordo passato. Il palazzo nel centro della capitale, i ricevimenti, le corse all'ippodromo, i pranzi da Stolypin. E poi la vendita delle tenute di Černigov e Kostroma, l'appartamento di Mosca. La fabbrica di birra di Brjansk, perduta anche quella.
Ora c'era soltanto questo mare biondo di segale e la fattoria di Popovka. L'ultima cosa da salvare. L'origine della famiglia, il cuore stesso, la radice delle loro esistenze.
Non c'era altro. Niente più servi, niente più anime da contare.
Erba medica aveva detto Grigorij. Un contadino, s'intende. Cambiare tutto. Lasciarsi alle spalle la vita a corte, e rimboccarsi le maniche. Questo l'aveva capito. Chissà se l'avrebbe capito anche Sonja.
Era il 1886. Aveva appena 25 anni. E l'ultima cosa che gli rimaneva era la terra, era il tentativo di far crescere di nuovo qualcosa di concreto, di tangibile. Qualcosa che avesse un seme di vita al suo interno.
Erba medica, diceva Grigorij. Da far seccare e stipare nei magazzini per poi venderla al mercato di Tula. Sarebbe servita anche a ridare ossigeno ai terreni. Si, era quello che ci voleva. Rimettere le mani dentro la terra e riempire i polmoni di quell'aria asciutta e lieve. Imparare a nutrirsi di zuppa di cavoli e kaša. Bere il tè dal samovar che Ljubka teneva sempre bollente nelle sere cullate dall'Onegin. Ascoltare le bilyne raccontate dal vecchio Vasilij, e le storie sullo starec Makarij. E ogni tanto andare a trovare il vecchio Lev, a Jasnaja Poljana. Far crescere in questo modo i suoi figli.
Era sempre stato così del resto, fin dai tempi dei tempi. Fin da quando il suo antenato Rjurik aveva creato questo immenso paese. E poi affacciarsi con Sonja in veranda, nell'orlo di quei tramonti che arrossavano l'orizzonte, mentre gli ultimi carri dei fattori colmi di grano saraceno passano sulla strada per Mosca. Questo poteva davvero bastare.

giovedì 19 marzo 2009

C'è proprio crisi

...
La notizia che Debesmanna, il mio supermercato lèttone di gran lunga preferito, stia per chiudere i battenti mi ha gettato in un profondo sconforto.
E questa estate dove la faccio la spesa?

mercoledì 18 marzo 2009

Casa d'altri

Ci sono i cieli lividi dell'autunno inoltrato, sopra le montagne dell'appennino emiliano. Un disco di luna freddo come la pietra appena sfuma il giorno. E più capre che uomini, in quel torso di terra e torbiere, dove spuntano le sette case di Montelice.
C'è un prete ormai buono solo per le sagre di paese e per i funerali. E una donna che pare un vecchio tronco d'ulivo di fosso, intenta tutto il giorno a lavare panni sui sassi di torrente, a chiedergli conto di una risposta.
C'è questo sapore intatto e denso, di una lingua italiana quieta e forte, di parole lasciate cadere con parsimonia e precisione, là dove devono stare.
Mi sono immerso di nuovo, in una pausa pranzo appena scaldata dal sole, nelle atmosfere brumose del racconto di Silvio D'Arzo, perchè ciclicamente mi è necessario. Un buon vino che resta lì.
E ogni volta che lo sfoglio, oltre che a ringraziare mentalmente Jacqueline che me ne fece prezioso dono, penso a quale debito ha il destino nei nostri confronti, per aver concesso a questo autore appena trentadue anni di vita.
Perchè io mentre leggo quasi me lo figuro, lui che scrive, come il Falstaff corpulento che è quel prete di montagna, e vecchio, ben più vecchio dell'età in cui scrisse questo racconto, "Casa d'altri".
Perchè non poteva che esser già molto più vecchio dei suoi anni, mentre scriveva del nuovo giovane pretino della parrocchia di Braino, che "avrà avuto venti anni. E poi forse neanche, diciotto. Diciotto ad ogni modo, è l'età che si meritava: e, fatta eccezione della sua tonaca nera, impossibile imbattersi al mondo in qualcosa più nuovo di lui."
"Cosa fanno qui a Montelice? dissi. Beh, vivono ...ecco. Vivono e basta mi pare"
L'amico non dovette sentirsi gran che soddisfatto. Mi aveva sorpreso lì, sulla mia seggiola, senza nemmeno le scarpe, con una corporatura e una faccia alla Falstaff, e anche un po' addormentato per giunta: e adesso, ecco, anche quella risposta.
Per fortuna era ancora piuttosto educato e in certo senso perfino distinto: una cosa nuova nuova, v'ho detto, appena uscita dal conio.
(....)"E poi muoiono" aggiunsi.
Coi miei sessant'anni passati e quelle scarpe slacciate lì per terra, non c'era per niente pericolo che potessi passare per cinico.
Non starò a ripetere il commento che ne fece Montale dopo aver letto il racconto, ché ormai è fin troppo noto e usato. Io penso al mio, con la lingua che si muove fra i denti ad ogni parola letta, ad ogni lieve colore che si intravede fra le ombre di quelle vite, fra gli acciottolati di quel paesino ritto sulla montagna. Ad ogni silenzio che fa da contorno a quei dialoghi scarni, di un vissuto che tanto più si racconta quanto meno si è prodighi di parole.
Che il resto si immagina. Che poi è un resto fatto di giorni immobili, di pioggia e di neve, di nient'altro che non sia già passato.
Come D'Arzo scrisse di Henry James, pensando forse a se stesso: "Nei suoi libri non accade quasi nulla. Nelle parti migliori dei suoi libri, affatto nulla."

venerdì 13 marzo 2009

Vento in faccia

Le lancette girano intorno alla mezzanotte. 
I respiri dei bambini nel sonno si fanno profondi e pieni.
Io e mia moglie che sussurriamo fra noi a letto, per poter finalmente parlare senza le continue interruzioni e richieste di attenzioni degli ometti. 
E lei che mi dice: "Prima quando hai rimproverato Fabio, lui si è offeso perchè non lo trovava giusto. Tu non te n'eri accorto, ma quel giocattolo ce l'aveva prima lui e Daniele glielo ha strappato di mano. Lui voleva solo riprenderselo."
E io ripenso allo sguardo dell'ometto, che si riempiva di lacrime e cercava la spalla di sua mamma, per nascondere il disappunto e l'offesa dopo il mio rimprovero. Quell'unico, silenzioso gesto. Per non saper dire "non è giusto". E per quella incapacità di sopportare il pianto del suo fratellino.
Per non saper ancora fare altro che prendere il vento in faccia, ogni volta che gli soffia contro.

giovedì 12 marzo 2009

In equilibrio perfetto

Eppure ci ero già passato poco più di due anni fa.
Ma non ci si abitua mai all'emozione di vedere un bambino piccolo che comincia a fare i primi passi da solo.

domenica 8 marzo 2009

Un maestro del silenzio

La sera del 28 settembre del 1932 girava per Mosca uno strano invito. Una quarantina fra i più importanti scrittori presenti in quel momento in città, quella sera si sarebbero dovuti recare in Malaja Nikitskaja, presso la villa di Maksim Gork'ij. All'invito scritto si accompagnava un suggerimento: meglio non mancare.
Una volta che tutti presero posto nelle sedie distribuite nell'ampio salone di casa Gork'ij, da una porta apparve a sorpresa Stalin, seguito da Molotov, Vorošilov e Kaganovič. E si può immaginare quale terrificante sorpresa colse quel manipolo di letterati convocati da Gork'ij.
Fu lo stesso Gork'ij a pronunciare un discorso di apertura della serata, a cui seguirono gli interventi di alcuni degli scrittori presenti, impacciati e terrorizzati dal rischio di dire qualcosa di cui potersi un giorno pentire. Ci furono molti brindisi con vodka e una tavola ricca di zakuski.
Quindi prese la parola Stalin. Disse che i carri armati sovietici potevano ben poco se a guidarli c'erano anime di argilla e che il compito degli scrittori sovietici era quello di trasformare le anime del Paese.
Ingegneri di anime, li chiamò. E "Ingegneri di anime" si intitola il libro in cui Frank Wasterman racconta questa serata, di cui del resto rimase traccia nelle memorie di diversi fra i presenti.
In quel consesso di scrittori erano presenti fra gli altri Šokolov, Gladkov, Kataev. Mancavano Pasternak, la Achmatova, Bulgakov, Mandel'stam, anime scomode in quel periodo. Non c'era neanche Isaak Babel', che era appena partito per un viaggio in Francia, dove avrebbe fatto incontri pericolosi, con lo storico menscevico Nikolaevskij, con Ivan Bunin che di lì a poco avrebbe ricevuto il Nobel, e con Souvarine, che doveva scrivere una delle più famose biografie di Stalin. Ne avrebbe pagato il conto.
Babel' non diventò quindi un ingegnere di anime, anche se la sua fama rimase alta negli anni seguenti, ma il clima di crescente terrore valse a ridurlo progressivamente al silenzio. Avrebbe scritto ancora molto, ma quasi senza più il coraggio di pubblicare.
Nel 1934, durante il I Congresso degli Scrittori sovietici, definirà se stesso "un maestro nell'arte del silenzio". Gli anni di Odessa erano ormai lontani.

venerdì 6 marzo 2009

No man's land

Che poi non ti ho detto quanto erano buoni, i ravioli di maialino al latte con ragu di patate, burro e salvia, e la crema chantilly con i fiammiferi di sfoglia caramellata. Forse saranno stati anche gli sguardi chiari, dei nostri due amici innamorati, che mi hanno reso felice.
E poi quelle stanchezze che abbiamo io e te, negli occhi. Però con quel tuo bellissimo sorriso.
Ci sarebbe sempre quella piccola libreria, nel cuore di Parigi. Io penso all'angolino russo e ai giunchi mormoranti.

giovedì 5 marzo 2009

Divago

Quello piccolo inaugura piccoli passettini.
Quello grande oggi è entrato in aula, ha dato un bacio a sua mamma ed è andato a sedersi nella panca con gli altri bambini quasi con un sorriso. Sembra un nulla, ma..
E stasera sono in libera uscita, con la mia amica del cuore e poche altre, preziose, presenze.
Ci sarà pure il mio filosofo di fiducia, parleremo di Nietzsche e di donne, presumo.

martedì 3 marzo 2009

Un'altra luce aurorale

"Cara Hannah,
dopo che te ne sei andata, la mia stanza è rimasta soffusa di una quieta luce aurorale...
Il tuo "forse" è stato il raggio che risponde e risolve. Ma nel chiarore di questa luce aurorale comparve la colpa del mio silenzio. Essa rimarrà.
Ma adesso la luce aurorale ha dissolto qualcosa di oscuro che sovrastava il nostro primo incontro e l'attesa della lontananza..."

E' il 1950, Martin Heidegger scrive a Hannah Arendt.
Si sono appena rivisti, a Freiburg.
Sono passati gli anni degli studi e dell'amore a Marburg, lei che se ne va a Heidelberg per laurearsi con Jaspers, c'è stata una guerra, il nazismo, la compromissione di Heidegger con il regime hitleriano.
E sembra ci sia ancora un senso, per ogni cosa. Ancora un tempo, per essere.
Eppure stridente, come una sensazione di qualcosa che resta inspiegabile.

lunedì 2 marzo 2009

I baffi di Budënnyj

Semën Michailovič Budënnyj amava indossare baffi portentosi. Come due lunghe perifrasi che si allungavano fino all'altezza degli zigomi, ad incorniciare un viso da cosacco di riporto, dato che la sua famiglia era originaria della regione di Voronez.
Mi sembra di vederli, quei baffi folti e orgogliosi, tremare di rabbia e disprezzo, mentre il comandante della I Armata a cavallo della Russia sovietica leggeva i racconti di Babel' sulla sua campagna polacca del 1920. Quel piccolo, irritante scribacchino ebreo, che aveva seguito la campagna di guerra contro le truppe di Pilsudski, si era permesso di insozzare le gesta dei cosacchi di Budënnyj, raccontando piccoli, meschini episodi quotidiani, il fetore di aringa del villaggio di Berestečko, le donne che contrabbandavano sale sul treno per Berdičev, le storie di soldati sifilitici e di vecchie sgualdrine, le pie vite degli chassidim dei villaggi della Volinia.
Nel marzo del 1924 il generale Budënnyj prende penna e scrive un articolo che attacca ferocemente le irresponsabili fandonie dello scribacchino ebreo, "Le chiacchiere da donnetta di Babel'", che viene pubblicato dall'Oktiabr. E' il primo di una lunga serie, con Gor'kij che prende le difese di Babel'.
E sarà proprio Maksim Gor'kij che nel 1928 dovrà tentare il tutto per tutto per salvare il suo protetto, cercando nelle altissime sfere del Cremlino la copertura dagli attacchi di Budënnyj, quando la Pravda pubblica un articolo di fuoco del generale, che definisce "L'armata a cavallo" una sconcia caricatura intrisa di puro spirito piccolo borghese.
E' il 27 novembre 1928, quando Gor'kij scrive sempre sulla Pravda una difesa di Babel' che però appare poco efficace. Ma il più illustre letterato della Russia sovietica preferisce muoversi nelle segrete stanze della diplomazia, e qualche giorno dopo, da sopra le torri ghiacciate del Cremlino, prende il volo una breve frase di Stalin, che si stende su una Mosca già rattrappita dal terrore: "Non è poi così male questo libro di Babel'".
Dodici anni dopo la storia avrà un epilogo ben diverso, ma per qualche anno ancora lo scribacchino ebreo avrebbe continuato a far fremere di rabbia i bolscevici baffi di Semën Michailovič.