martedì 28 aprile 2009

Le strade di Břevnov

C'era quel silenzio che si nasconde solo dentro la quiete delle domeniche mattina.
Uscimmo dalla Kajetanka, la casa dello studente, che era ancora presto. Ed era come se vedessi Břevnov per la prima volta. Non conoscevo ancora la descrizione che ne aveva fatto Jaroslav Seifert, quei pendii dove "soffiano i venti profumati dai boschi di Křivoklát".
Il monastero ci stava alle spalle, in cima all'altura. Ma nelle strade che facevamo, fra i saliscendi che dalla Kajetanka portano fino all'arteria principale del quartiere di Břevnov, ci lasciammo conquistare dai mattoni rossi delle villette e dai filari di pioppi che si aprivano nei giardini.
Giunti alla Bĕlohorská, l'infinito viale che dalla Montagna Bianca scende verso il cuore della città, sembrava di sentire Praga che ci chiamava da laggiù. Ma indugiare dentro quell'accogliente angolo mattutino, di incerto sole e strade vuote, ci sembrò un tesoro da non rifiutare.
Poi prendemmo il tram. E cominciò una tranquilla discesa, con la collina di Petřin che si affacciava di fianco, e poi la Nerudova che planava in fondo a Malostranske Namĕsti, mentre la vista della cupola barocca di San Nicola, di un timido azzurrino, decretava la fine della corsa. Fra eleganti signore in abiti a fiori, ragazze intente a chiacchierare fra loro, e una coppia di anziani chissà se in visita a qualche parente in Mala Strana, ci preparavamo a scendere.
Sfumava davanti a San Nicola il vento profumato dei boschi di Křivoklát. In cambio, Praga ridiventava nostra.

venerdì 24 aprile 2009

Fabula

Ieri sera l'ometto si inventava una sua fiaba.
Metteva insieme pezzi di storie che gli leggiamo dai suoi libriccini per bambini e ci costruiva sopra una strada di racconto. Girava intorno, la strada, senza una mèta precisa, toccando gli angoli più familiari del suo paese immaginario.
Noi lo guardavamo, confesso restando affascinati. Ma lui proseguiva, con noncuranza, tutto preso dalla sua storia che si dipanava fra l'asilo, il bosco, gli animali, lo spazzolino per lavarsi i denti, la mamma che stira le camicie, e Topo Tip che non vuole andare a nanna.
E in quei momenti lo capisci, che straordinario privilegio è quando ti fa entrare nel suo mondo.

lunedì 20 aprile 2009

L'ultima neve


L'altra mattina faceva un freddo sorprendente. Dal lago saliva un aria cristallina, che si posava goccia a goccia sulla fresca neve d'aprile.
Sarebbe stato bello potersi sporgere sul pontile ad annusare l'odore del bosco intorno allo specchio d'acqua.
E poi prendere il sentiero che costeggia la riva, in mezzo agli arbusti bassi e ai fusti di betulle. Far scricchiolare quella neve primaverile come fosse l'ultimo giro di giostra prima delle fioriture.
Nonno Sigurds si sarà affacciato sulla soglia di casa ad ammirare quell'ultimo rigurgito di bianco prima di chiamarci per farsi raccontare del terremoto in Abruzzo.
Poi chissà, il profumo della polvere di caffè che galleggia nella tazza d'acqua bollente, l'ultima legna della stagione da tagliare per il fuoco, i quattro fogli del giornale locale. Un pane imburrato con l'aringa affumicata.
La vorrei anche per me, quella vita lì, che mi porti ad invecchiare.
Saprei farmi bastare i racconti di Cechov. E poi il cambiare delle stagioni, le sorprese dell'ultima neve, i calabroni che ricominciano a volare. Tutti i verdi immaginabili.
I silenzi dal lago.

venerdì 17 aprile 2009

Good friday

La bicicletta nuova con le ruotine si intende, che è giusto due giorni e già si va a tutta per la pista ciclabile che porta ai giardini.
Il libro di Teddy Bear in prestito dalla biblioteca dell'asilo.
E la filastrocca della ciambellina, appena imparata a memoria.
Il mercato, certo, il mercato in paese domattina.
Due o tre pacchi da preparare e spedire in giro per l'Europa.
E "Tutto scorre" di Vasilij Grossmann da aprire e finirci dentro. Dritto dritto, che è venuto il tempo.
Intanto, in mezzo a tutto questo, la musica delle CocoRosie ad accompagnare.


Il buon Stalin

"Dunque mio padre lavorava al Cremlino. Che cosa facesse lì non lo sapevo con chiarezza, ma quando passavo davanti al Cremlino con i miei amici dicevo loro con cognizione di causa:
- Qui lavorano il mio papà e il compagno Stalin.
Marusja Puškina, con quel suo innato senso contadino della giustizia, tentava di cambiare l'ordine dei nomi. Io ero irremovibile."

"Il buon Stalin" di Viktor Erofeev è un libro che mette insieme molte cose. E' un autobiografia. Ed è un atto di amore verso la propria famiglia. Eppure racconta anche di un omicidio politico che lo scrittore compie nei confronti del padre. C'è la rivolta e l'odio verso lo stalinismo, ma anche la consapevolezza che in ogni russo si annida un "buon Stalin". C'è la storia della formazione letteraria di uno scrittore sovversivo, ma che è pure un figlio di quel regime, nato e cresciuto nel cuore del potere sovietico, in quella cerchia di pochi privilegiati che potevano viaggiare, usufruire di beni di lusso e di consumo impensabili per il resto della popolazione.
Il giovane Erofeev si guadagna presto l'etichetta di scrittore pornografo. Una fama neppure del tutto immeritata, ma bisogna anche considerare il moralismo sovietico imperante in quegli anni. Alla fine degli anni settanta gli viene l'idea che cambia la sua vita, che uccide politicamente il padre, importante diplomatico e già uomo di fiducia di Molotov e Stalin, e che scardina l'immobilismo del mondo letterario ufficiale nel Paese. Insieme ad altri scrittori, fra cui Aksënov, Bitov, la Achmadullina, mette insieme un almanacco letterario, "Metropol", che contiene testi decisamente non ortodossi, con il chiaro scopo di sfidare la censura.
Metropol non verrà ovviamente pubblicato. A Erofeev vengono chiuse le porte dell'Unione degli scrittori, da cui uscirà poco dopo anche Aksënov. L'almanacco sarà pubblicato invece nel mondo occidentale, mentre in territorio sovietico verrà distribuito clandestinamente in forma di samizdat.
E' la fine della carriera diplomatica del padre, ma anche la vera nascita di Erofeev scrittore. Gromyko pretende dal giovane Viktor una lettera che sconfessi Metropol, per poter salvare la carriera diplomatica del padre. Ma è lo stesso padre di Erofeev a rifiutare: "Nella nostra famiglia c'è già un cadavere, sono io. Se tu scrivi la lettera, in famiglia di cadaveri ce ne saranno due".
Intendiamoci, Viktor Erofeev è un pazzo scatenato. Ama i paradossi, le capriole, i funambolismi, letterari e politici. Ma nella sua scrittura lampeggiano momenti geniali. Da diversi anni conduce una popolare trasmissione "Apokrif" su RTR Planeta. Parla di letteratura. Dovreste vederlo, con quella espressione sorniona da gattone siamese, che distribuisce fendenti a Putin e compagnia, ma che in fondo lo sa: sono tutti figli di Stalin.

mercoledì 15 aprile 2009

Domande inopportune

Ma tu volevi bene a Stalin?
Il piccolo Viktor Erofeev lo chiedeva spesso al padre, diplomatico sovietico e già traduttore personale dal francese di Molotov e poi di Stalin.
Sembra che la letteratura post sovietica ruoti spesso intorno a questa domanda. Anche Dovlatov si sentì chiedere dalla sua bambina di ritorno dall'asilo: "Ma tu vuoi bene a Brežnev?". Perché sembra che anche le maestre dell'asilo della piccola figlia di Dovlatov volessero molto bene al compagno Leonid Il'ic.
Sono domande, lo converrete, inquietanti. Di quelle che inchiodano il genitore al muro, nel corridoio fra la cucina e il salotto. Perché sempre in corridoio ti inchiodano queste domande. E tu cosa gli vuoi rispondere a quel frugoletto innocente? Già a tre, quattro anni gli vuoi aprire gli occhi sulle disgrazie del mondo?
Io capirete, ho il terrore che mio figlio, uno di questi giorni, entri in casa e mi chieda se amo Berlusconi.
Lui ancora neppure lo sa chi è Berlusconi. Me lo lasciate ancora un po' in questa beatitudine?
Che nel frattempo preparo la risposta.

venerdì 10 aprile 2009

Haggadah

Avrei potuto scrivere di Aksënov e del Biglietto stellato. E poi del buon Stalin di Erofeev. Che leggo insieme, per mischiare quel gusto di fresco delle pagine di Aksënov, il mar Baltico di fronte a Tallin, un gruppo di ragazzi moscoviti sopraffatti da una voglia di vita inafferrabile, con il sapore amaro e irridente dell'autobiografia onirica di Erofeev.
Ma poi i sassi e la polvere di questo pezzo di paese che è franato. E un'aria sospesa che conta le piaghe, quasi una narrazione di Pesach.
Tradizione vuole che il più piccolo della famiglia chieda al più vecchio di cominciare a raccontare, l'esodo, la storia, le dieci piaghe, l'attraversata del Mar Rosso.
I miei piccoli mi chiedono semplicemente di giocare sul tappeto insieme, di raccontargli l'ultima storia del libro del topo preferito. Di stringerci senza una ragione speciale. Scorrono sulle pagine del giornale e davanti agli occhi immagini che ancora non sanno decifrare. Verrà il tempo che sapranno.
Verrà il tempo di haggadah*.

* narrazione

giovedì 9 aprile 2009

La provvisoria fortuna di essere risparmiato

Poi, come succede spesso in situazioni e in giorni come questi, le cose più decenti e lucide le sa dire Sofri, quello anziano.
"Mentre la luna andava verso il plenilunio, le notti scorse, si pensava a chi, all'addiaccio o venuto fuori dalle tende, se la vedesse splendere addosso dal suo cielo di rovine. I terremoti tolgono la fede ad alcuni, in altri la rinsaldano. Io non ce l'ho né la rimpiango, ma ricordo mia madre che pregava, e guardo mello schermo persone sedute in cerchio fuori dalla tenda che pregano, e pregherei con loro, se mi chiedessero di farlo. Ma per chi non abbia il conforto o l'illusione della religione, noi abbiamo Leopardi. Anche il sole di Foscolo, finché risplenderà sulle sciagure umane. Ma abbiamo soprattutto Leopardi. Abbiamo la luna."....

giovedì 2 aprile 2009

Un cuoricino pieno di coraggio

Giuseppe aveva meno di tre anni. E una rarissima malattia metabolica. Non ce l'ha fatta a vivere più a lungo di così, e davvero ce l'ha messa tutta, il suo piccolo coraggiosissimo cuore.
Aveva due genitori splendidi che hanno fatto l'impossibile per cercare di salvarlo, per finanziare le ricerche su quella sua malattia.
E sono certo, perché li conosco bene, che i medici del reparto di malattie metaboliche del Meyer di Firenze lo hanno curato con tutta la professionalità e l'affetto possibile.
Non c'è una ragione plausibile per tutto questo. E non c'è ragione neppure di scriverne qui, lo so bene. Non so neppure perché lo faccio. Ma seguivo la storia di Giuseppe da molto tempo. E l'altro giorno mi si è strozzata in gola quella notizia. E non riesco a buttarla giù.
Io non so se sarei stato capace, di tutto questo amore e di tutto questo dolore. Loro che gli tenevano la mano mentre li lasciava, loro sì.

Uffa che noia! protesta Topo Tip

All'asilo di mio figlio hanno inaugurato da qualche mese una simpatica consuetudine. Il venerdi i bambini escono con un libriccino della biblioteca dell'asilo da leggere durante il weekend e da riportare indietro il lunedi. Alcuni erano davvero carini.
L'ultimo parlava di tre sorelline pestifere, che ne combinavano di tutti i colori. A noi non è piaciuto un granchè, ma all'ometto piaceva eccome. Si identificava nei personaggi probabilmente.
Ma in questo periodo i libri preferiti sono quelli di Topo Tip (Topo Tip non vuole mangiare, Topo Tip non vuole andare all'asilo... sempre per la storia dell'identificazione).
Una meraviglia sentirlo ripetere a memoria interi pezzi delle storie. Con tutto lo sforzo possibile per pronunciare le parole correttamente e metterle nel giusto ordine. Mi sa che comincia ad apprezzare il fatto di avere una mamma bibliotecaria.

mercoledì 1 aprile 2009

Another world

Ecco, sì. Le cose sembrano più belle, dopo che uno ha sentito Antony cantare. E i Johnsons suonare. Ieri sera, in una Prato lucida di pioggia e di atmosfere emozionanti.
Io non saprei dire, davvero. Potrei al limite cercare parole, ma inadeguate. Sul serio, sarebbero insufficienti.
Non è che si può descrivere tutto. Io almeno non saprei.
Ecco, è solo che le cose diventano più belle.