martedì 26 maggio 2009

Maramao perché sei morto?

L'ometto grande non è propriamente "un animale da palcoscenico". Questo noi lo sapevamo già, ma lui l'ha dovuto sperimentare direttamente in occasione della festa di fine anno della scuola materna.
Per la verità erano diversi i bambini (pensate, di tre anni) in lacrime di fronte al pubblico schierato di genitori, nonni, parenti vari, tutti muniti di videocamere, cellulari, tecnologie sofisticatissime per immortalare la virginale esibizione: una serie di brevi filastrocche e canzoncine con piccole e semplici coreografie.
Insomma, ve lo potete immaginare, l'effetto su bambini così piccoli, ritrovarsi davanti ad una platea di parenti entusiasti e rumorosi, in trepidante attesa, con la loro Sony di ultima generazione, di non si sa quale rutilante spettacolo.
L'ometto era fra i più lacrimosi, eppure in mezzo al pianto, compieva puntigliosamente ogni mossa richiesta dalla coreografia, con il naso e le guance dipinte di un rosso che piano piano scivolava via per le lacrime e lo stropicciamento.
Mi ha emozionato non tanto il pianto (ché me lo aspettavo), ma quel suo comportamento coscienzioso e responsabile, quel rimanere al suo posto e muovere le braccia a tempo fra i singhiozzi, battere le mani, fare tutti i passi richiesti. Il pianto restava lì sospeso, ma l'ometto coraggioso ha fatto il suo lavoro.
Poi abbiamo dedicato la sera a riempirlo di sorrisi. E di baci.

mercoledì 20 maggio 2009

I piani alti di Mosca


Il sedicente eroe di guerra George Mokkinakki, alias Stuurmaan Esterhazy, in realtà spia jugoslava al soldo di Tito nella Mosca staliniana del dopoguerra, plana sopra la Moscova con il suo idrovolante, proprio davanti al grattacielo della Kotelničeskaya, appena di fronte al Cremlino. Da qui prende inizio un lungo duello, sempre in bilico fra odio e fratellanza, con il suo vecchio amico Kirill Smel’čakov, poeta dal fisico d'acciaio amato in tutta l'Urss, un duello che ha come obiettivo l'assassinio di Stalin per uno e quello di Tito per l'altro, e finisce invece per risolversi in una sfida d'amore per la bella e giovanissima Glika, esemplare perfetto di incarnazione della giovinezza socialista.
"I piani alti di Mosca" è un recente romanzo di Vasilij Aksënov, che pende continuamente fra la ricostruzione storica della vita nella Mosca dei primi anni '50 e un susseguirsi di trovate surreali e fantastiche. Basti pensare al Josif Tito che sotto le false spoglie di un commerciante lèttone compare di tanto in tanto a Mosca per complottare con le sue spie, che hanno la base in una macelleria uzbeka che vende carne kolchoziana.
Sembra lontano l'Aksënov degli anni sessanta, quello del "Biglietto stellato", il romanzo di formazione che gli ha dato fama e celebrità. Ma questo Aksënov è tanto più brillante, caustico, irridente, si appoggia sulla storia e le radici russe, come un'aringa marinata del Caspio su un letto di cipolle, salta da una poesia di Mandel'stam al jazz clandestino captato dalle radio illegali, si immerge nei verbali dell'ultimo Congresso del Pcus che vide Stalin vivo, dà fondo a tutte le riserve di Gremi georgiano che il Padre dei popoli teneva in cantina. I gulag, il terrore, i processi, i milioni di morti sono lì sullo sfondo, sempre presenti, ma l'azione spumeggia sulle onde di una Moscova leggera e suadente, negli ampi e lussuosi appartamenti della nomenklatura nel grattacielo della Kotelničeskaya, nelle infinite trame fantapolitiche che alla fine, morsa tutta la polpa, lasciano intravedere uno scheletro assai realistico e inquietante.
Vasilij Aksënov l'ha vissuto tutto sulla sua pelle quel periodo del terrore staliniano. I suoi genitori, comunisti della prima ora, scontarono molti anni nei gulag della Kolyma. Lui stesso, ancora molto piccolo, fu arrestato come figlio di nemici del popolo e spedito in un orfanotrofio. Riuscì poi, dopo la riabilitazione post staliniana dei genitori, a studiare medicina ed infine a trovare la sua strada nella letteratura (un tipico percorso da scrittore russo si direbbe). Ma anche l'Urss brezneviana non poteva tenersi a lungo uno scrittore così dissidente e irriverente e trovarono il modo di costringerlo ad emigrare. Eppure alla fine, come un George Mokkinakki, è riuscito ad ammarare di nuovo sulla Moscova, a bordo del suo idrovolante, per combattere gli Smel’čakoviani, o semplicemente prendersi insieme un'altra sbronza. Di fronte ad un buon piatto di aringa marinata del Caspio.

martedì 19 maggio 2009

Crying light

Io so la scienza dei commiati, appresa
fra lamenti notturni a chiome sciolte.

C'è sempre una poesia russa per ogni accadimento della vita. Così scrive Nina Berberova nel "Giunco mormorante". E immagino come debba suonare melodiosa, a saperla pronunciare in russo, quella strofa di "Tristia" di Osip Mandel'stam.
Sono fioriti i tigli nei giardini qui di fronte, e il gelsomino continua a dilatarsi in una fragranza di luce. E c'è un cuore che immagino triste, fra la Provenza e la Svizzera, mentre il suo dolce eroe stanotte vola nei cieli fra il Kazakhstan e l'Afghanistan.
Nella stessa notte i miei due ometti esausti di giochi e suoni colorati scalciano nel sonno i lenzuoli.
Domani forse scriverò qualcosa su Kiril Smel'cakov, poeta immaginario di un surreale libro di Aksënov, chè proprio da lì mi è volata incontro la poesia di Mandel'stam.
Ma queste ore appena scure e tiepide sono ancora avvolte da impalpabili nuvole di versi, e la musica ormai consueta di Antony, quando tutto il resto intorno si è infine risolto al silenzio.

domenica 17 maggio 2009

Una serata di maggio

Stasera io e l'ometto siamo andati a prenderci un gelato nella piazza centrale della nostra piccola città. La nostra gelateria preferita, quella siciliana, si era riempita di uno stuolo di studenti americani. Allora abbiamo cambiato direzione, per la gelateria in piazza del Comune. L'ometto si era comunque premurato di sapere se anche lì facevano cioccolato e stracciatella. 
Ci siamo seduti ad un tavolino all'aperto, con i nostri coni gelato. Tirava un discreto vento, ma c'era una siepe a ripararci. Io mi portavo ancora dietro il profumo di gelsomino che sta fiorendo sotto casa nostra. Mi sembrava arrivasse fin lì.
Al tavolino giocavamo al "e poi cosa facciamo dopo..", fantasticavamo di domani, e poi facevamo il gioco dei sapori, ci inventavamo i gelati più strani: al peperone, alla zucchina, al pomodoro.
Io stavo lì a guardarlo. Mi sembrava ad un tratto già grande, e un attimo dopo un cucciolo. 
Eppure tutto aveva un senso di assoluta, incredibile, normalità. Lui era lì, piccolo e grande quanto ovvio che sia, e il vento caldo e pungente di maggio, e le gocce di gelato che leccavamo dai coni prima che cadessero, e un profumo di gelsomino che ci seguiva passo dopo passo. 
I suoi sorrisi me li bevevo, goccia dopo goccia pure quelli.


venerdì 15 maggio 2009

Update (Eurofestival)

Il cantante lèttone è stato eliminato nella seconda semifinale dell'Eurovision Song Contest in programma a Mosca in questi giorni. Del resto la canzone non era niente di che, e neppure averla cantata in russo gli ha giovato.
A casa nostra, per la finale di sabato, abbiamo deciso di tifare per la cantante islandese e per quella estone (in questo caso per motivi di vicinanza ma anche perché mi sembra la migliore).
Intanto leggo che è scoppiato il solito caso di omofobia nella capitale russa, oltre a vari casi diplomatici, inevitabili ogni volta che c'è un evento internazionale in Russia.
Gli olandesi minacciano di non partecipare se non verrà autorizzata una manifestazione gay in città. I georgiani sono stati esclusi già in partenza: del resto volevano cantare una canzone "We don't wanna put in" chiaramente sovversiva.
Che diamine, almeno un po' di riconoscenza per il buon Vladimir, che ha messo sul piatto 42 milioni di dollari per organizzare questa edizione dell'Eurofestival.
Son russi, il "buon Stalin" come dice Erofeev è sempre dentro di loro. Che vogliamo farci?

mercoledì 13 maggio 2009

Eurovision Song Contest

Lo so che in Italia non interessa a nessuno. Ma è cominciato l'Eurovision Song Contest 2009, a Mosca. L'Eurofestival della canzone, insomma. L'appuntamento musicale più atteso dell'anno almeno in tutto l'est europeo (gli italiani non ci partecipano da un sacco di anni).
A casa nostra lo seguiamo per ovvi motivi nazionalistici, anche se il concorrente lèttone sarà di scena solo giovedì prossimo, nella seconda semifinale. Sabato poi è in programma la finale.
A Mosca, sede del Festival di quest'anno, hanno fatto le cose in grande (qualcuno ne dubitava?). Un palco enorme, effetti speciali a non finire. Nella prima semifinale di ieri il trionfo del solito kitsch, con gruppi della Macedonia, di Andorra, della Bielorussia che scimmiottano roba occidentale da anni '90. Almeno nei costumi e nelle esibizioni c'è stato qualche richiamo originale alle tradizioni del proprio paese dai rappresentanti di Armenia, Bulgaria, Portogallo.
Sulla qualità delle canzoni mi taccio per pudore. A parte Yohanna, la ragazza islandese, una voce molto dolce.
Giovedi dunque la semifinale dove c'è anche il cantante lèttone. Ho letto sul sito dell'Eurofestival che canterà una canzone in russo, il ruffiano. E io stasera mica ce l'ho il coraggio di dirlo a mia moglie..

martedì 12 maggio 2009

Mescolanze

E' il suono dell'arpa che ti lascia senza fiato.
Lo so che succede così, a chi si affaccia per la prima volta dentro il giardino della rocca di San Gimignano. Perché ti aspetti tutto il bello possibile, i torrioni che sovrastano il paesaggio, la distesa della campagna senese tutto intorno, gli olivi, i filari di vigne ancora spogli, i colori di un maggio lucente. Ma poi è il suono dell'arpa che cattura e ti accompagna su per le scalette del torrione principale, a svelarti il panorama delle terre fra Firenze e Siena.
E' stato così anche sabato scorso, per la coppia di innamorati appena giunti dalla Provenza francese a trovarci per un weekend in Toscana.
Poi la sera a casa nostra lui disegnava all'ometto l'aereo che guida quando va in missione in Asia Centrale, e l'ometto voleva sapere delle nuvole, come si fa a passarci nel mezzo. Lei parlava con mia moglie, e finalmente entrambe potevano lasciar fluire il loro lèttone, le loro confidenze, le cose che rimanevano da dirsi degli scorsi mesi che non ci eravamo visti.
C'erano quattro lingue sul tavolo delle nostre chiacchierate, un vasetto di caviale che lui aveva portato direttamente dal Kazakhstan, una bottiglia di Vernaccia. Si parlava di noi, e dello strano, inesauribile miscuglio che siamo. Però bellissimo e pieno di cose da raccontarsi.

mercoledì 6 maggio 2009

Un'estate a Baden Baden


Da qualche giorno, nella quiete delle ultime ore serali nel salotto di casa mia, scivola via sui binari a scartamento largo il treno che collega Mosca a Leningrado. In un vagone, seduto su una panca di legno, accanto al finestrino gelato di un dicembre nevoso, siede il dottor Leonid Cypkin. E' un ebreo, un illustre patologo, che negli anni sessanta è caduto in disgrazia sia per la sua razza sia perché suo figlio è emigrato negli Stati Uniti. Il dottor Leonid Cypkin ha così cercato di lenire il dolore per aver dovuto rinunciare alle sue ricerche nel campo della poliomelite con l'altra grande passione della sua vita, la letteratura. Scrive da sempre, il dottor Cypkin, nei ritagli di tempo, le sere dopo le lunghe giornate di lavoro in ospedale. Ma non pensate ad un Cechov, ad un Bulgakov. Lui scrive per diletto, mentre una vecchia e acida zia bibliotecaria si incarica di mortificare le sue ambizioni letterarie.
Ma il dottor Cypkin non demorde. E un giorno decide di scrivere un romanzo. E decide di scriverlo su Dostoevskij, ma anche su se stesso. E decide di scrivere una cosa che stia appesa in aria, a metà fra la ricostruzione storica e biografica, fatta con grande puntiglio e accuratezza, e il sogno. Una visione onirica, dei giorni che Dostoevskij passa in vacanza in Germania, a giocare d'azzardo, a vivere la sua storia d'amore con la seconda moglie Anna Grigor'evna, una giovane stenografa di cui si era invaghito fino a sposarla. E in mezzo alle vacanze tedesche di Dostoevskij, compare, in improvvise digressioni, la vita dello stesso autore.
Ed ecco che il dottor Cypkin appoggia il capo al finestrino del treno Mosca - Leningrado, osserva scomparire le luci soffocate dalla fitta nebbia degli ultimi villaggi nei dintorni di Mosca, e si lascia andare ai suoi sogni, alle sue frasi infinite, lunghissime, piene di congiunzioni, di e se, e quando, e ancora, e solo quando resta con un rantolo di fiato e la testa già zeppa di parole, lascia cadere un punto.
A capo e di nuovo un binario infinito di parole. Fino a raggiungere Leningrado, anzi la Pietroburgo di Dostoevskij, per ritrovare le orme, i luoghi e le atmosfere del suo amato Fedja.
Lo scoprì Susan Sontag, in una bancarella di vecchi libri, "Estate a Baden Baden" di Leonid Cypkin. Lo aveva pubblicato in America una rivista dell'emigrazione russa pochi giorni prima che morisse, nei primi anni '80. Lei lo rispolverò, ne curò una riedizione scrivendo anche la prefazione, ritenendolo fra i grandi libri del novecento. Chissà quanto ne sarebbe stato felice, il dottor Cypkin.

lunedì 4 maggio 2009

Certe notti

Capita poi che passi l'ennesima notte tenendo in braccio un piccolo fagottino bruciante, sperando che l'antiepiretico faccia effetto e la febbre cali. E sei lì che dondoli e aspetti, e provi a sentire se il respiro si fa meno affrettato, se compare qualche goccia di sudore sulla fronte, se la testolina diventa un po' meno bollente.
Poi la mattina lo lasci finalmente tranquillo, con la febbre scesa, e con un sonno buono che lo tiene avvolto.
Eppure non c'è notte che ti faccia abituare alla notte successiva. Sembra sempre la prima. Sempre l'unica.