lunedì 24 agosto 2009

Baltic way

.

Ieri sera, di fronte al monumento alla Libertà in Brivibas Laukums, centro di Riga. Finita la corsa per la celebrazione del ventesimo anniversaro del Baltic Way, era l'ora delle fiammelle.
Foto da Apollo.lv

domenica 23 agosto 2009

Il cuore che batte per il Baltico


Il 23 agosto del 1989 migliaia di cittadini dei paesi baltici, allora ancora dentro l'Urss, si strinsero mano per mano, formando una catena umana che ha unito fisicamente i tre stati, Lituania, Lettonia ed Estonia. Fu il più clamoroso e importante segnale che preludeva alla futura indipendenza dei paesi baltici. Gli organizzatori della manifestazione, che ovviamente non era autorizzata ma che le forze di polizia sovietiche non poterono contrastare data l'imponenza della partecipazione popolare, decisero di tenerla il giorno dell'anniversario del patto Molotov-Ribbentrop, che di fatto mise i paesi baltici nelle mani di Stalin.
Oggi, venti anni dopo, Estonia, Lettonia e Lituania celebrano quell'avvenimento con una corsa a staffetta lunga centinaia di chilometri che torna a collegare le tre capitali baltiche.
In Lettonia la corsa l'hanno chiamata "Sirdspuksti Baltijai", ovvero il cuore che batte per il Baltico.

martedì 18 agosto 2009

A casa

L'ultima sera a Riga ce la siamo presa per noi. Abbiamo girellato un po' in centro per comperare le solite cose che ci portiamo a casa, i saponi profumati di Stender, le cioccolate di Laima, un po' di musica lèttone, qualche dvd di film che in Italia non si vedono, quest'anno abbiamo preso Rigas Sargi.
Poi ci siamo seduti in un krogs all'aperto in pieno centro, in Livu laukums. Un krogs è una sorta di osteria lèttone dove si può mangiare cucina del posto, in genere carni alla griglia, o pesce marinato, e bere birra. Noi abbiamo preso la nostra preferita Uzavas, accompagnandola a crostini caldi di pane nero spalmati d'olio e aglio.
Poi passeggiare per Riga vecchia mentre il sole sta calando e semplicemente parlare e ascoltarsi, era un lusso che non ci siamo fatti scappare. Domani si torna a casa, senza poi sapere bene in realtà qual'è davvero, casa.

lunedì 17 agosto 2009

Di vodka, sauna e altre avventure

Non c'era solo il vento da ascoltare, nel posto delle fragole. C'erano anche un sacco di cose da fare.
Gli ometti non hanno smesso di correre un attimo, dietro i due cani della fattoria, o certe volte i cani dietro loro. E l'enorme prato fra la fattoria e il laghetto con la sauna gli faceva brillare gli occhi, un teatro di corse e giochi da fiaba. E poi la buca con la sabbia, il rastrello e le formine. E infine il laghetto, che per l'ometto grande era una irresistibile tentazione, e non faceva altro che spogliarsi e infilarcisi dentro.
Pur passando la maggior parte del tempo a correre dietro agli ometti, abbiamo avuto pure noi le nostre ricompense.
Una tavolata di lèttoni riuniti insieme a mangiare e bere è ogni volta una grande avventura. Specie se il pranzo si apre con un buon bicchierino di vodka ucraina per poi proseguire con birra e altri liquori, ad annaffiare un buon piatto di sasliki (carne cotta sulla brace dopo essere stata una giornata intera immersa in olio, limone, aceto e una quantita' considerevole di spezie), cetrioli in salamoia (indispensabili per berci sopra la vodka), patate bagnate con una salsa a base di panna, vari tipi di formaggi alle erbe.
Se poi uno sopravvive alle tre quattro ore del pranzo, lo attende la sauna. Ogni buon proprietario di casa di campagna in Lettonia, come nel resto dell'Europa nord orientale, ha costruito nella sua proprietà una sauna, una casetta di legno, meglio se vicino ad uno specchio d'acqua, dove c'è la camera con la sauna. Si entra una prima volta per una decina di minuti, e ogni tanto si butta l'acqua su un grande cesto di pietre roventi, a diretto contatto con la stufa a legno. Il vapore che si sprigiona, e raggiunge l'alto (dove i coraggiosi si siedono, sulla panca in alto vicino al soffitto, e io ho fatto il coraggioso), ti investe con tutto il suo calore. La stanza raggiunge una temperatura media di 70, 80 gradi. Poi si esce, ci si tuffa nel laghetto (quando è inverno si va sulla neve invece), poi si torna in sauna, in tutto tre volte di fila. La prova massima nella sauna è poi battersi il corpo con rami fogliosi di betulla bagnati, per aumentare l'effetto vapore e il calore. Una cosa indicibile, fra l'inferno e il paradiso.
Si esce alla fine con tre o quattro strati di pelle in meno e con una sensazione di benessere e di beatitudine unico. Non sto a dire che poi, fuori dalla sauna, volendo c'è ancora un altro bicchierino di vodka e cetrioli in salamoia che attendono. Io già al secondo riesco a parlare lèttone che è una meraviglia.

domenica 16 agosto 2009

Il posto delle fragole


Il mio posto delle fragole si trova a circa un centinaio di chilometri da Riga, nella regione dello Zemgale, la zona delle grandi pianure lèttoni . Superate citta' grandi come Jelgava, piccole come Dobele, si giunge in mezzo a una vastissima campagna, e ad un piccolo villaggio, Auri. Dopo un chilometro, passato un vecchio kolchoz, ci si trova davanti una fattoria. Non c'è altra casa, fattoria, abitazione e strada che si raggiunga a vista d'occhio da qui. Ed è il mio posto delle fragole, il luogo che non vorrei mai lasciare ogni volta che ci torno.
Potrei parlare della natura che lo circonda, dei campi che si perdono fin oltre l'orizzonte, dei tigli, del frutteto coi meli ricolmi, delle due candide e sottili betulle in mezzo alla grande distesa di prato che termina sullo stagno con di fronte la sauna. Potrei parlare dei colori, di quel biondo cinereo delle stoppie nei campi dopo la mietitura del grano, o del nero grasso e profondo della terra da poco arata e messa a semina.
Ma tutto questo si trova in ogni campagna degna del suo nome. Qui però ti toglie il respiro il suono del vento, che percorre chilometri su chilometri, senza incontrare ostacoli, e infine arriva qua, e lo senti, mentre sfrigola in mezzo alle fronde delle querce e dei tigli, mentre avvolge il frutteto e scuote le betulle, mentre si intrufola fra i filari di rovi di lamponi. Riesci a percepire ogni folata, ed ogni pausa successiva, è un dialogo, un battere e levare. Basta stare in silenzio, in un luogo che è fatto di silenzi, dove solo il muggito di una mucca ogni tanto si intromette. Il resto lo fa il vento.
Una volta che poi si riaprono gli occhi, mentre continui ad ascoltare il vento, alzi lo sguardo e scopri cos'è il cielo a queste latitudini, e in questi spazi sterminati, dove non c'è una montagna, una collina, una costruzione, ad impedire la vista. E' un cielo altissimo, pare irreale. E le nuvole si fanno enormi, sembrano quasi volteggiare su se stesse, e in alto si illuminano di un bianco candido e abbagliante, mentre in basso indossano toni grigi di ogni sfumatura possibile.
I silenzi, il suono del vento, un cielo altissimo. E noi che siamo qui, mentre la luce della sera si smorza pianissimo, anche lei senza trovare ostacoli, si distente lentissima su un orizzonte che non ha fine. Poi quando arriva il buio, è il buio vero. Quello che ogni notte decide il cielo, e la luna, e le nuvole se hanno voglia di restare a sorvegliare questo incanto.

giovedì 13 agosto 2009

Intermittenze

Le nuvole basse e scure della prima sera riversavano onde elettriche nell'aria. Sul largo viale le macchine sfrecciavano come al solito. La Daugava accanto, piatta e di un colore violaceo.
Quando e' cominciata, la pioggia ci ha sorpresi a meta' strada. Troppo oltre per tornare indietro, ci siamo presi per mano e abbiamo cominciato a correre ridendo. Poteva pure diventare una passeggiata romantica, se solo avessimo preso un ombrello con noi. Cosi' invece sembrava piu' una corsa affannata di due adolescenti.
Lei aveva un maglioncino bianco leggero, i capelli lucidi d'acqua. Dopo qualche centinaio di metri ci e' preso il fiatone, piu' per il ridere che per la fatica. E allora il passo si e' rallentato, rassegnato alla pioggia, le mani si sono strette di piu', gli sguardi si sono posati uno sull'altro.
La pioggia cadeva forte.
Eppure se tu volessi, e se io sapessi trovare parole abbastanza buone, proprio adesso sotto quest'acqua, potrei dirti una volta di piu' che ti amo.
E perche' non lo fai? sorride lei.
Con tutta questa pioggia in faccia, mica lo so se mi vengono parole buone, le ho detto. E poi con questa vita che facciamo, quasi non siamo piu' abituati. C'e' il caso che vengano fuori buffe, a sentirle.
Al ritorno il cielo di piombo e avorio di Riga gocciolava ormai pigro. Avevamo una busta della spesa piena di pannolini, fazzoletti, biscotti e un paio di buone birre. E continuavamo a ridere. Pure dopo un bacio umido di pioggia, come i nostri vestiti.

martedì 11 agosto 2009

La dacia sul lago

Per raggiungere la regione di Valka, all'estremo nord est lettone, sul confine con l'Estonia, oggi abbiamo percorso duecento chilometri, perlopiù di foreste di betulla e abetaie. La differenza fra un bosco di betulla e un abetaia si nota innanzi tutto dalla luce. Nell'abetaia la luce del sole si spegne già sui primi rami, consegnando ai tronchi bassi e alla terra scura un ombra densa e cupa. Nel bosco di betulle, più generose con la vegetazione bassa, la luce filtra come d'incanto, e anzi pare quasi sorgere dal basso, dato che i raggi si riflettono sulle foglie delle piantine del sottobosco. La luce così finisce per rifrangersi sugli alti, esili fusti biancheggianti delle betulle, quasi fosse un gioco di specchi. E il terreno sotto resta vivo, muschioso, di un verde opaco e soffice.
Passata la regione di Cesis e quella di Valmiera, le strade si aprono su una pianura ondulata, rivestita di campi di grano e terreni a pascolo. Una mucca stanca del foraggio quotidiano, al nostro passaggio, stava bazzicando un campo di bietole.
Valka è una città che si sta velocemente modernizzando, come tutto il Paese. E' una città di confine, presa a metà fra Lettonia e Estonia. Ma noi passiamo oltre, siamo diretti alla casa sul lago della bisnonna. Passiamo altri campi, altri boschi, attraversiamo piccoli villaggi, Erģeme, Pedelē, poi deviamo per un piccolo sentiero sterrato dentro un bosco di betulle. Passiamo una radura di fragole selvatiche, poi affianchiamo un largo recinto con dei cavalli al pascolo, infine un bosco che nasconde tesori di mirtilli. Poi di fronte ad un'ultima curva fa capolino il lago, e finalmente la casa, anzi due. C'è quella moderna e nuova, appena costruita, tutta rivestita di legni chiari all'interno, con finestre ampie e soleggiate. E poi sotto, proprio sulla riva boscosa del lago la vecchia casa, quella rifatta sulla vecchia sauna che faceva parte del complesso alberghiero che il bisnonno degli ometti possedeva negli anni trenta. A quei tempi questo era un luogo di villeggiatura. La pensione, un edificio a due piani in stile liberty, fu distrutto dai bombardamenti durante la guerra, il resto lo fece il soviet del luogo, impiantando in quel luogo un kolchoz. Restò la sauna su cui la famiglia, tornata in possesso al momento dell'indipendenza, ricostrui' una specie di abitazione. Le piccole finestre, i legni scuri e pesanti di quercia che rivestono le pareti, le vecchie foto, la grande stufa a muro, la piccola cucina a legna, le corone di ginepro appese sopra le porte, la lampada a olio sopra il letto della bisnonna, persino il vecchio cane Lulle, danno a tutto l'insieme un senso di antica dacia. Mentre facevamo colazione, con salami affumicati, pane nero imburrato, la ukrainu gaume (un pasticcio di uova, salsiccie, e cipolle), e dolcetti di pasta morbida e frutta passita, avevo quasi la sensazione che da un angolo della sala grande, frusciando sui tappeti consunti e le assi di legno grezzo, spuntasse la sagoma di Cechov.
Fuori poi ci attendeva il lago, con il pontile che si affaccia sull'acqua, quasi cedevole su un lato, come se fosse sul punto di lasciarsi portare dalla quieta corrente. Abbiamo preso la barca a remi, con gli ometti che ogni tanto si facevano prendere dalla smania di toccare l'acqua rischiando di finirci dentro, e abbiamo fatto un giro sul lago. L'acqua scura e calma rimandava riflessi amaranto dal fondale di terra rossa, mentre sulle piccole increspature delle onde in superficie il sole si frantumava in tante sottili schegge lucenti. Sulla sponda opposta si era adagiato un tappeto di ninfe da cui spuntavano qua e là fiori di lago bianchi e gialli.
In mezzo a quello specchio d'acqua morbida e muta, pensavo che questo e' un posto dove un uomo in pace con se stesso può anche concedersi il tempo di invecchiare senza rimpianti.

lunedì 10 agosto 2009

Le mucche del vicino

Una degli effetti infine positivi della grande crisi economica che sta strozzando la Lettonia si trova dentro la tazza che ho accanto a me adesso. E' una tazza di latte denso, cremoso e grasso. E' stato appena munto e pastorizzato e ha un sapore cosi' naturale e pieno come non lo ricordavo dalla mia infanzia valdarnese.
I piccoli proprietari terrieri con la crisi che sta paralizzando tutta l'economia lettone, non riescono piu' a vendere i loro prodotti alle grandi reti distributive, che si affidano ormai solo alle grandi aziende agricole. Cosi' e' cresciuto piu' di sempre il piccolo commercio porta a porta, il contadino o piccolo produttore che prende il camioncino e gira per le strade a vendere la frutta, la verdura, ma soprattutto latte e prodotti derivati. Per frutta e verdura infatti ogni famiglia lettone cerca di arrangiarsi da se', molti hanno orti in cui coltivano gli ortaggi per il proprio consumo. E' un'abitudine storica da queste parti, una famiglia senza orto e' come una casa a cui manca il tetto.
Ma adesso che i prezzi sono sempre piu' alti, i salari e le pensioni tagliati di continuo, la disoccupazione ai massimi livelli, molte famiglie si arrangiano come possono. E questi piccoli proprietari terrieri che arrivano sotto casa, nei quartieri popolari, nelle case di campagna, a vendere il loro burro, il latte, i formaggi al cumino e alle erbe, sono i benvenuti.
Gli ometti non hanno mai bevuto un latte piu' buono e saporoso di questo. E il burro che spalmavo sul pane nero ieri sera era qualcosa di vivo e fragrante.
La filiera corta, quelle che in Italia si diffonde piano e con circospezione, come una moda da buone pratiche alimentari, qui in Lettonia e' vita di ogni giorno. E si chiama sopravvivenza.

sabato 8 agosto 2009

Un richiamo ancestrale

L'ultimo raggio di sole della sera si era posato a languire sopra il susino e i rovi di ribes.
In uno dei tanti orti delle case di Pardaugava, il quartiere sulla sponda occidentale di Riga, gli ometti stavano giocando sulla tipica buca piena di sabbia che in Lettonia ogni proprietario di casa con giardino tiene per far giocare i bambini. Eravamo in visita da certi zii. Sulla strada che portava lì c'era perfino capitato di vedere una babushka portare al guinzaglio due capre a pascolare ai margini della via, per poi farle attraversare la strada ad un incrocio col semaforo. Anche questa è Pardaugava, sei a Riga ma in un attimo ti sembra di essere precipitato in un villaggio di campagna della Russia tolstojana.
Prima di finire nella buca di sabbia del giardino degli zii, a giocare con le formine e a scavare tunnel, gli ometti avevano passato in rassegna tutto l'orto. Un vecchio pastore tedesco, un po' spelacchiato, li aveva annusati a dovere, ritenendoli infine innocui.
Da sempre per Fabio, fin dai suoi primi mesi nella casa della nonna, l'oggetto dei desideri nell'orto è l'annaffiatoio. Così è stato anche questa volta. Poi è venuta l'ora di assaggiare i frutti dell'orto, e così i due ometti si sono messi a girellare fra i meli, raccogliendo qua e là i frutti caduti, per poi passare ai rovi di ribes rosso e nero, all'uvaspina e infine ai lamponi.
Sembra che quasi risponda ad un richiamo ancestrale la voglia dei miei figli di tuffarsi in tutto ciò che abbia un sapore di giardino, di piante e di terra, di frutti da cogliere, di acqua da versare, di mani da impastare con l'erba e le zolle, di cetrioli succosi da mordere. Poi osservo mia moglie, il modo in cui guarda i suoi figli mentre giocano nell'orto, e so da dove viene questo richiamo. Per chi ci è nato e cresciuto, negli orti di Pardaugava, in queste campagne forti e di terre scure, di betulle e aceri, è un sapore che non si dimentica e si tramanda.

venerdì 7 agosto 2009

I parchi di Riga


La sensazione di fascino che mi ha consegnato Riga la prima volta che l'ho vista è tutta in quel quadrilatero di ampi parchi, Bastejkalns, Vermanis e Esplanade che si stende nel centro della città, a pochi metri dal cuore della città vecchia. Poi sarebbe arrivato tutto il resto, il profumo dei tigli e le infinite distese di boschi di betulle in Pardaugava, il caffe al Balsams bollente delle botteghine di Natale in Doma Laukums, i mattoncini rosso fegato della Cattedrale, le ambre e i tessuti tipicamente lettoni venduti nelle bancarelle di fronte al vicolo del Convento, l'enorme e affascinante mercato centrale dentro i padiglioni che un tempo servivano per la costruzione delle mongolfiere. E la Daugava larghissima e appena increspata, con i battelli che imbarcano turisti per Jurmala e Liepaja.
Ma il quadrilatero dei parchi ha catturato per primo quello che restava del mio cuore, che non fosse rimasto a Praga. Quell'intrico sconfinato di vialetti, giardini alberati e prati all'inglese, l'ampio teatro di panche e tavoli in Vermanis Parks dove gli anziani si danno convegno per giocare a scacchi, l'Esplanade con il piccolo anfiteatro all'aperto dove si esibiscono le musiciste di kokles alle spalle della statua del poeta Rainis che sembra guardare compiaciuto, mentre piu' lontano il Barclay de Tollay sbircia austero. E poi la lunga teoria di inesauribili colori delle venditrici di fiori ai lati dei giardini, le giovani donne con quelle strette e sinuose gonne e le camiciette di mussola bianca, che fanno schioccare gli altissimi tacchi sul pavè dei vialetti mentre attraversano da una parte all'altra i parchi silenziosi, con quegli sguardi dritti e decisi dove già tutto è definito e chiaro, in una bellezza inequivocabile.
E le anatre che navigano indecise nel canale che attraversa Bastejkalns, fino ad arrivare, starnazzanti, davanti al Teatro dell'Opera, ai piedi della statuetta di bronzo che raffigura George Amistead, il grande sindaco di Riga dei primi anni del '900, che dette il via al rinnovamento della citta.
E' questa la parte di Riga che preannuncia i grandi viali con i palazzi in Jugendstil che sotto la spinta di Amistead ideo' Eisenstein padre, è questa la congiunzione fra l'antica capitale baltica dell'impero zarista e le sorelle scandinave, è Stoccolma che si mescola al borsch e alla panna acida, è un respiro ampio e libero che si stacca dalle braccia del mondo slavo e prende il volo per il mare del Nord.
Passeggiare per l'Esplanade è una cosa che lascia ogni volta una sensazione di menta fresca in bocca, come un pensiero inatteso, come un incontro sorprendente. Certi pomeriggi, in cui mi ci sono fermato con qualche pagina di Singer o Brodskij fra le mani, parevano infiniti e luminosi. Come due o tre Europe che si incontrano in un punto preciso, mentre il suono dei kokles s'incarica di dar loro il benvenuto.

giovedì 6 agosto 2009

L'old style di Pardaugava


Riga e' un cantiere aperto. Sulle rive della Daugava stanno costruendo la nuova Biblioteca Nazionale, ed io da fiorentino se mi avessero chiesto un parere, qualche dubbio glielo avrei espresso: sistemare la madre di tutte le biblioteche lettoni proprio accanto al fiume non mi sembra un'idea geniale.
E proprio nel cuore del centro di Riga c'e' una grande piazza spianata, dove prima sorgeva una sede dell'Universita'. In compenso i giardini e ogni spazio di verde in centro e' curato come sempre. Fra Riga vecchia e il quartiere delle ambasciate si aggirano decine di poliziotti e guardie municipali, in discreta e attenta perlustrazione.
Solo Pardaugava, la parte di Riga al di la' del fiume, appare sempre la stessa, immutabile. E' un po' come calarsi dal vivo dentro il blog di Arnis Balcus, che e' meravigliosamente pieno di queste istantanee da un passato che non e' ancora del tutto tramontato.
I palazzi d'era sovietica che sembrano sgretolarsi, e invece da anni stanno ancora in piedi. Le insegne dei negozi, in quei caratteri squadrati, in stile realista anni settanta. I boschi, le macchie di verde che si insinuano fra le ragnatele di strade, gli orti che fanno capolino fra gli steccati divelti, le vecchie case di quella che un secolo fa era piena campagna, con i tetti spioventi e le pareti di tronchi di quercia. Alle finestre tende consunte e immancabili vasi di fiori.
Sembra di calarsi in un epoca senza tempo e con storie infinite da raccontare dietro un bicchiere di vodka .

La foto e' tratta dal blog di Arnis Balcus

martedì 4 agosto 2009

Segni dell'est

Lo so che per i nostri gusti ''occidentali" puo' apparire strano e poco edificante, ma quando entri in una tipica, normale casa in un Paese dell'est europeo, il primo odore che ti accoglie normalmente e' quello del cavolo fermentato. Spesso le famiglie lo fermentano da sole, in grandi orci di ceramica, pressato dentro la salamoia da pesanti lastre di marmo.
Per me ormai da molti anni, da quando ho cominciato a frequentare le terre dell'est, questo e' l'odore che significa casa, ed ha un fascino irresistibile, come se risalisse alle narici il profumo della propria culla.
E poi tutti gli altri ingredienti che riempiono la tavola per il pranzo di benvenuto. La nonna lettone ci ha accolti con gli involtini di carne, lo stufato di verdure, dove insieme al cavolo fermentato c'erano tutte le cose che l'orto produce in questi giorni, e poi i cetriolini sotto aceto che quello scricciolino di Daniele ha addentato con gran gusto, i bicchieri di kefir, e infine i mirtilli appena colti, affogati in tazze colme di latte fresco.
Eccoci di nuovo in questo nido d'oriente, pronti a farci cullare.

lunedì 3 agosto 2009

Volando sopra i boschi di betulle

Bartleboom e famiglia partono per la Lettonia.
Due settimane dentro lo Jugendstil e i giardini di Riga, le foreste e i laghi di Valka, le infinite pianure di Zemgale, gli scoiattoli che giocano sui rami delle betulle nei boschi di fronte alle case di Baldone.
E poi il salmone cotto sulla piastra a Lido, i pankukas con la marmellata di mirtilli della nonna lèttone, il pane nero e denso addolcito dal burro.
Un cielo altissimo che cambia colore ad ogni soffio di vento, i legni scuri delle case, e i verdi, tutti i verdi immaginabili.
Si, insomma, da domani scriverò di tutto questo.