martedì 11 agosto 2009

La dacia sul lago

Per raggiungere la regione di Valka, all'estremo nord est lettone, sul confine con l'Estonia, oggi abbiamo percorso duecento chilometri, perlopiù di foreste di betulla e abetaie. La differenza fra un bosco di betulla e un abetaia si nota innanzi tutto dalla luce. Nell'abetaia la luce del sole si spegne già sui primi rami, consegnando ai tronchi bassi e alla terra scura un ombra densa e cupa. Nel bosco di betulle, più generose con la vegetazione bassa, la luce filtra come d'incanto, e anzi pare quasi sorgere dal basso, dato che i raggi si riflettono sulle foglie delle piantine del sottobosco. La luce così finisce per rifrangersi sugli alti, esili fusti biancheggianti delle betulle, quasi fosse un gioco di specchi. E il terreno sotto resta vivo, muschioso, di un verde opaco e soffice.
Passata la regione di Cesis e quella di Valmiera, le strade si aprono su una pianura ondulata, rivestita di campi di grano e terreni a pascolo. Una mucca stanca del foraggio quotidiano, al nostro passaggio, stava bazzicando un campo di bietole.
Valka è una città che si sta velocemente modernizzando, come tutto il Paese. E' una città di confine, presa a metà fra Lettonia e Estonia. Ma noi passiamo oltre, siamo diretti alla casa sul lago della bisnonna. Passiamo altri campi, altri boschi, attraversiamo piccoli villaggi, Erģeme, Pedelē, poi deviamo per un piccolo sentiero sterrato dentro un bosco di betulle. Passiamo una radura di fragole selvatiche, poi affianchiamo un largo recinto con dei cavalli al pascolo, infine un bosco che nasconde tesori di mirtilli. Poi di fronte ad un'ultima curva fa capolino il lago, e finalmente la casa, anzi due. C'è quella moderna e nuova, appena costruita, tutta rivestita di legni chiari all'interno, con finestre ampie e soleggiate. E poi sotto, proprio sulla riva boscosa del lago la vecchia casa, quella rifatta sulla vecchia sauna che faceva parte del complesso alberghiero che il bisnonno degli ometti possedeva negli anni trenta. A quei tempi questo era un luogo di villeggiatura. La pensione, un edificio a due piani in stile liberty, fu distrutto dai bombardamenti durante la guerra, il resto lo fece il soviet del luogo, impiantando in quel luogo un kolchoz. Restò la sauna su cui la famiglia, tornata in possesso al momento dell'indipendenza, ricostrui' una specie di abitazione. Le piccole finestre, i legni scuri e pesanti di quercia che rivestono le pareti, le vecchie foto, la grande stufa a muro, la piccola cucina a legna, le corone di ginepro appese sopra le porte, la lampada a olio sopra il letto della bisnonna, persino il vecchio cane Lulle, danno a tutto l'insieme un senso di antica dacia. Mentre facevamo colazione, con salami affumicati, pane nero imburrato, la ukrainu gaume (un pasticcio di uova, salsiccie, e cipolle), e dolcetti di pasta morbida e frutta passita, avevo quasi la sensazione che da un angolo della sala grande, frusciando sui tappeti consunti e le assi di legno grezzo, spuntasse la sagoma di Cechov.
Fuori poi ci attendeva il lago, con il pontile che si affaccia sull'acqua, quasi cedevole su un lato, come se fosse sul punto di lasciarsi portare dalla quieta corrente. Abbiamo preso la barca a remi, con gli ometti che ogni tanto si facevano prendere dalla smania di toccare l'acqua rischiando di finirci dentro, e abbiamo fatto un giro sul lago. L'acqua scura e calma rimandava riflessi amaranto dal fondale di terra rossa, mentre sulle piccole increspature delle onde in superficie il sole si frantumava in tante sottili schegge lucenti. Sulla sponda opposta si era adagiato un tappeto di ninfe da cui spuntavano qua e là fiori di lago bianchi e gialli.
In mezzo a quello specchio d'acqua morbida e muta, pensavo che questo e' un posto dove un uomo in pace con se stesso può anche concedersi il tempo di invecchiare senza rimpianti.

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