sabato 26 settembre 2009

Maneggiar libri

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Le ultime ore di un caldo e appassito settembre mi sembravano opportune per risistemare la mia libreria, mentre a sera mi aspettava una tazza bollente di tè alla menta dove affogare gli umori di un primo raffreddore di stagione. Così mi sono dato daffare e ho cominciato a tirar giù libri su libri dagli scaffali, tanto da riempire completamente il salotto.
Per questa volta ho abbandonato la disposizione per "editore", che è quella che di gran lunga preferisco quando entro in una libreria. Trovare librerie in cui i libri sono organizzati per ordine alfabetico dell'autore mi sembra un'accozzaglia tremenda. E poi vuoi mettere l'estetica di tutta una serie di candidi Struzzi Einaudi, o la fila degli Adelphi che disegna un arcobaleno di colori pastello. E quel gruppo di delicati ed esili Guanda, oppure la traccia blu intensa dei Sellerio che si infila nello scaffale più stretto e denso.
Dicevo appunto che stavolta ho abbandonato la disposizione per editore e quell'ordine cromatico che si affacciava dalle mie librerie, per scegliere una disposizione geografico culturale.
Dunque, la sezione degli italiani, quella dei russi, il resto dell'Europa dell'Est, i lèttoni anche nelle versioni originali, e poi i francesi, la sezione anglosassone, quella sudamericana, la tedesca, e l'angolo molto ampio yiddish-ebraico, a cui manca ormai solo una Menorah da posare sopra tutta la fila dei Singer, degli Aleichem e dei Potok.
Ci sono state delle eccezioni alla mera classificazione territoriale. Ad esempio Ripellino ha preferito stare nella sezione dell'europa dell'Est piuttosto che in quella italiana. Così l'ho messo fra Hrabal e Hašek, cosa che gli consente di tirar tardi a far bisboccia tutte le sere.
In questa suddivisione per aree geografico culturali, mi sono reso conto che ormai la sezione russa ha scavalcato in numero di libri ogni altra, occupando tre scaffali. Cosa utile specialmente per Nabokov, che ha deciso di stare ad un paio di scaffali di distanza da Dostoevskij. Con il passare degli anni si trovano sempre più insopportabili l'un con l'altro. Si è quindi formato spontaneamente lo scaffale degli emigrè, con Nabokov, Berberova, Cvetaeva, Nemirovsky, mentre più in basso c'è tutta la fila dei classici.
Le sezioni più ridotte e "vecchiotte" sono quelle che leggevo da giovane, inglese, americana, sudamericana e soprattutto tedesca. Quella francese invece sta quasi per insidiare per larghezza quella italiana. A far da confine fra la sezione francese e quella italiana ho messo il volume di Jacqueline, che poi è anche l'unico libro con dedica fatta dall'autore che possiedo, e ne vado particolarmente orgoglioso.
In un angolo a parte c'è la serie di Meridiani, l'unica serie per editore che ho lasciato intatta. Dove i volumi eleganti e in carta patinata di Singer, di Puškin, di Tolstoj, di Babel' e di Rigoni Stern guardano altezzosi tutto il resto dei colleghi tascabili. E meno male che con una moglie bibliotecaria ormai la maggior parte dei libri che leggo sono quelli che mi rifornisce la mia spacciatrice di fiducia.

giovedì 24 settembre 2009

Il sole russo

Com'era potuto accadere che anche Gogol' si fosse lasciato intrappolare dalle nebbie e i toni grigi della Pietroburgo di Akakij Akakievic, Babel' proprio non se lo sapeva spiegare. E sì che anche lui era un figlio d'Ucraina.
Babel' cercava uno scrittore che sapesse descrivere il sole. Non si capacitava del fatto che tutti volessero descrivere le notti bianche, i fiocchi candidi che si disperdevano sulla Nevà, mentre virginali principessine soffiavano aria gelida dalle gote rosse, montando sulle carrozze dirette a teatro. Dov'era il sole, nelle pagine di Dostoevskij, dove in quelle di Turgenev? Mattini rugiadosi, il selciato grigio e freddo che calpesta Karamazov, ecco cosa trovava.
In Russia ne trovò solo uno, il suo contemporaneo Gor'kij, che però cantava il sole per contrapporlo al marciume della vecchia società zarista. Insomma, di politica si trattava.
Lui cercava qualcos'altro, un Maupassant russo insomma, qualcuno che venisse dalle steppe assolate e soffocanti, che avesse negli occhi i riflessi del mar Nero, le signore bionde, morbide e generose, il dolce opprimente delle sere primaverili, il profumo acre delle acacie sotto la luna piena. Che poi raccontasse degli uomini d'aria, quei fannulloni che girano nei caffè a mendicare un rublo, e che vivono di niente, mentre nelle villette ridicoli borghesucci con i calzini bianchi se ne stavano stesi sui canapè.
Ecco, cercava uno scrittore così, cioè in fondo se stesso. E ne era ben consapevole, mentre ammiccava dalle pagine dei suoi racconti su Odessa. Un furfante bello e buono, come non se ne trovavano che nel giro di Benja Krik e della Moldovanka.

lunedì 21 settembre 2009

Far capolino

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Che poi le cose rifioriscono sempre, in posti impensati, in momenti inattesi. Con quella semplice ostinazione, tipica delle giornate di fine estate, dopo uno scroscio di pioggia .

Foto da Diena.lv

sabato 19 settembre 2009

Un soffio settembrino

"Casette fra gli aceri gialli
come in cornici dorate,
dove a settembre sull'alba
gli alberi stanno a due a due
e sulla corteccia il tramonto
lascia una traccia d'ambra..."

Da una poesia di Boris Pasternak, "Autunno d'oro", nella traduzione di Ripellino.

mercoledì 16 settembre 2009

Tenere le distanze

"Che avete fatto all'asilo oggi? Hai giocato?"
"Mhm, si.."
"E poi cosa hai fatto? Hai disegnato? Hai fatto le costruzioni?"
"Mhm, si.... e poi... in giardino..."
"Ah, anche in giardino?"
"Eh si!"
"E dimmi un po', con chi ti piace di più giocare fra i tuoi compagni? Con Giulio F., o con Matteo, o con Giulio P.?"
"Mhmm....."
"Dai, non me lo dici con quale bambino ti piace più giocare?"
"Mhmm.... da solo!"
"Da solo? Come da solo?"
"Dai babbo, ora basta, non parliamo più dell'asilo.. facciamo questo puzzle che è meglio.."

martedì 15 settembre 2009

Quel soffitto rosa no...

Nella scuola materna dell'ometto hanno eseguito lavori di rimbiancatura. Tutto bello, pulito, perfetto.
L'aula dell'ometto è stata dipinta con un rosa tenero. La cosa non è stata apprezzata granché dalla mamma dell'ometto. L'aula arancione, colore preferito dall'ometto, è andata ai bambini più piccolini. Ci sono cose per le quali le mamme sviluppano sensibilità eccessive.
Insomma, ce ne faremo una ragione. Intanto l'ometto continua imperterrito a lacrimare, quando entra in classe.

domenica 13 settembre 2009

Prata Vetra

La prima cassetta dei Prata Vetra mi arrivò per posta, un qualche giorno di primavera, o d'autunno magari, di nove anni fa. Chissà, forse era accompagnata da qualche parola d'amore.
Si "Maybe" l'avevo già ascoltata da qualche parte. Niente di più.
Nel mercato internazione li conoscono come Brainstorm, traduzione inglese di Prata Vetra.
Poi la prima volta che andai a Riga, eravamo a spasso per il centro, da un portone di una casa di fronte all'ambasciata italiana, proprio accanto al negozio di dischi più importante di Riga, uscì un ragazzo con una bicicletta. La inforcò e cominciò a pedalare veloce. Aveva una maglietta sportiva, jeans corti. La mia futura moglie mi disse: toh guarda, quello è Renars. Il cantante dei Prata Vetra.
Il gruppo più famoso e importante in Lettonia.
Detta così magari farà sorridere. Io avrei sorriso, una ventina d'anni fa, dal mio piedistallo occidentale. Poi mi sono accorto dell'est, dei suoi Nohavica, delle Iva Bittova, dei Karel Plihal, e quindi sconfinato nel Baltico, di Imants Kalnins, della profonda cultura e amore musicale che sta alla base del Dziesmu Svetki, il paese che canta.
E mi accorsi che i Prata Vetra non erano una semplice pop band, che sembra giovane ma suona insieme da quasi venti anni. Erano un qualcosa d'altro. Una scossa di felicità, una cosa che metteva insieme un paese intero, perdutamente innamorato di loro.
Che poi è facile innamorarsi di un gruppo di ragazzi che è passato dal pop giovanile, ai rifacimenti in musica del Soldato Sveik, e che oggi sono una band nel pieno della loro maturità.
Il concerto che hanno dato l'anno scorso, al Mezaparks in Riga, è uno scoppio di fragranze. C'è tutto quello che si può trovare in Lettonia. Forza, energia, ingenuità, freschezza, passione, sensibilità. Quel giorno al Mezaparks c'erano 50.000 persone, e loro fecero salire sul palco persino Vaira Vike-Freiberga, la donna presidente della Repubblica, per cantare insieme con lei una canzone popolare lèttone.
Daniele quando mettiamo il DVD comincia a ballare e non smette più. Dondola nelle sue gambette tenere, e applaude ad ogni finale di canzone. Lo avrei dovuto immaginare che sarebbe andata così, quando mi arrivò quella loro prima cassetta, un bel po' di anni fa ormai.

Questa è Lapsa (Volpe), dal concerto del Mezaparks in Riga, maggio 2008.


lunedì 7 settembre 2009

Debutto in società

Stamattina è stato il primo giorno all'asilo nido per Daniele. Un'oretta giusto per prendere confidenza. Lo chiamano inserimento...
Io non c'ero, ma avrei voluto tanto assistere. Lui che entra in questo luogo strano e mai visto prima, altri bambini, il rumore, Ornella (che tante volte a suo tempo ha consolato le lacrime di Fabio) che lo prende per mano e lo porta nella stanza dei giochi. Il suo sguardo, le incertezze, la voglia di scoprire, di capire, i primi timidi approcci con i giochi e i piccoli compagni. E poi la scelta dell'armadietto, con l'animalino come simbolo. Abbiamo optato per il coniglietto.
L'ometto piccolo che ripercorre i passi dell'ometto grande. E noi con gli occhi sgranati e la bocca aperta, a vederli crescere così.

giovedì 3 settembre 2009

Il sogno di Blaumanis


Lui sospirò. Appoggiò i gomiti sulle ginocchia e premette le mani sul viso impallidito.
"Sei triste", disse lei.
"No".
"Ma io lo vedo. Cos'hai?"
"Niente, niente", rispose lui e poi, senza più esitare: "Ecco, a dir la verità... non so... innanzi tutto.. ma no... sciocchezze... perché parlarne.."
"Innanzi tutto, cosa? Ma parla dunque!"
"Innanzi tutto... quando tu balli con lui... mi resta addosso un senso di dispiacere... e poi penso: era meglio se non venivo.."

In questi giorni sono alle prese con le frasi e i puntini di sospensione di Rudolfs Blaumanis. Lui è probabilmente lo scrittore lèttone più importante dell'800. Figlio di un cuoco e di una cameriera a servizio presso una casa padronale di campagna, per tutta la sua vita non volle avere una casa propria. Visse in case in affitto, alberghi, persino in edifici scolastici. La casa in cui nacque, a Braki, è stata in seguito trasformata in un museo a lui dedicato.
Giornalista, traduttore in lèttone di opere tedesche, fra cui il Faust di Goethe, critico teatrale, autore di feuilletton. E poi scrittore di opere teatrali, racconti, novelle. Il maggiore esponente del realismo lèttone del diciannovesimo secolo.
Nei suoi racconti sembra tutto sospeso, una specie di nuvola che resta in aria, fluttuante, mentre sotto scorrono momenti di vita quotidiana. La campagna, la vita rurale, i paesaggi, le atmosfere, i contorni. Si sente profumo di tiglio fra le sue pagine.
Per quanto ne so non esistono traduzioni in italiano delle sue opere. Il frammento qui sopra, e quello qua sotto, sono tratti da un suo breve racconto "Sogno", che mi sono provato a tradurre. Con tutti quei puntini di sospensione che gocciolano via, esitanti e sfuggenti come i personaggi che li attraversano.

Il ragazzo chinò il capo in avanti, bellissimo, e i suoi capelli quasi toccarono quelli di lei.
"Lasciami!" sussurrò lei. "Mio Dio... andiamo... andiamo.."
"Ancora un momento.... ecco ... ancora un momento" mormorò lui...
Ad un tratto nel giardino, fra i meli e i cespugli in fiore, risuonò la voce di una vecchia, che cantava:
Dormi beccaccia, dormi pernice, dormi falco.... - poi si interruppe, e disse: "Ilzit! Ilzit! Vieni!Il tuo fidanzato ti sta aspettando!"
Entrambi si alzarono e guardarono, con visi terrei come la morte, verso l'interno della casa.
Il sogno era finito.



martedì 1 settembre 2009

1° settembre

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Primo giorno di scuola in Lettonia. E come in ogni altro paese dell'est europeo, in occasione dell'apertura delle scuole i bambini si vestono di tutto punto, le bambine sembrano damigelle, i maschietti signorini. E pure i teenager entrano in classe con il loro immancabile mazzo di fiori.
Ai tempi sovietici era lo stesso, e lo documenta Arnis Balcus nel suo blog.
Io la trovo una bella cosa. Poi magari i miei ometti i fiori se li tirerebbero dietro appena usciti di casa, ma insomma...