giovedì 29 ottobre 2009

"Le pinate pagine di prosa russa"

Difficilmente Adelphi nelle sue pubblicazioni dà spazio a introduzioni o postfazioni.
Una delle eccezioni la si trova nel "Viaggiatore incantato" di Nikolaj Leskov, nella traduzione di Tommaso Landolfi, che uscì la prima volta per Einaudi alla fine degli anni sessanta. E che sia una traduzione che offre un valore aggiunto all'opera lo si capisce già dal fatto che la scritta "traduzione di Tommaso Landolfi" appare in copertina sotto il titolo dell'opera.
Nella nota al testo di Isolina Landolfi, la figlia dello scrittore racconta il rapporto di amore e odio che suo padre nutriva nei confronti delle traduzioni, lavoro che in principio fece per passione ma che col passare degli anni divenne solo un modo per guadagnare quanto bastava per campare.
Se le faceva pagare bene le traduzioni da Einaudi, l'editore che lo corteggiava continuamente per avere sue versioni di opere russe, tedesche e francesi.
Da giovane tradusse gli autori a lui più cari, Puškin, Gogol', Dostoevskij, ma col tempo il tradurre letteratura gli era diventata una noia difficilmente sopportabile e si mischiava a quel mal di vivere che l'opprimeva.
Infine Einaudi lo corteggiò a lungo per avere una traduzione di un'ampia scelta di opere di Leskov, attraverso la mediazione di Ripellino, che faceva un po' da agente di Landolfi presso Einaudi. Landolfi tenne duro, non ne voleva sapere, e infine cedette per tradurre il solo "Il viaggiatore incantato".
Così Landolfi scrive un giorno a Ripellino: "L'Einaudi vorrebbe in me (e ci avrebbe diritto) un vivace entusiasmo: ahimè qui non posso servirlo. Tale è il mio avvilimento e il mio disinteresse per la letteratura, che in fondo tutto mi fa lo stesso. Insomma fa' un po' tu, solo tenendo presente che le pinate pagine di prosa russa mi danno il panico; se russo ha da essere, sia almeno un poeta".
Quando poi finisce con l'accettare di tradurre "Il viaggiatore incantato" ancora scrive a Ripellino: "..nondimeno tutto si può fare; solo che, ad azzuffarmi col barbone (ovvero Leskov ndr), vorrei un compenso o anticipo per pagina esattamente doppio di quello che mi vien corrisposto per le mie versioni poetiche o cosiddette". La richiesta è il doppio, perché doppia è la fatica e la noia di tradurre prosa (le pinate pagine di prosa russa). Poi Landolfi si fa pagare a rate, un tanto a pagine consegnate, per non ricevere la somma dovuta tutta insieme: il giocatore d'azzardo che era in Landolfi l'avrebbe potuta dilapidare in una sera sola al tavolo da gioco.
Einaudi accetta tutto, di pagare il doppio e di sottostare alle ubbìe di Landolfi. Sa di avere fra le mani un traduttore di eccezione.
Io per me, trovo Landolfi il personaggio più nabokoviano della letteratura italiana. E dopo aver letto una sua traduzione dal russo, non ne vorrei altri (a far eccezione giusto per Ripellino e la Vitale).
Accidenti alla sua indolenza, ne avesse tradotti di più!

mercoledì 28 ottobre 2009

La migliore della settimana

Partecipazione alle primarie: 5 euro.
Bottiglia di vino per Bersani: 10 euro.
Liberarsi di Rutelli: non ha prezzo.

Dal blog di Matteo Bordone

lunedì 26 ottobre 2009

Houston, abbiamo un problema

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Stamattina si era sparsa la notizia che un meteorite era caduto nei pressi di una fattoria nel nord della Lettonia, a Mazsalacas, causando un impressionante cratere. Sui diversi siti di informazione internazionali sono state pubblicate diverse foto (una la potete vedere qui sopra). Anche qualche giornale italiano nella sua versione online, come l'Unità, aveva lanciato la notizia, dando quasi per certo che era stato un meteorite a formare quel cratere di circa dodici metri di diametro e cinque metri di profondità, cosa che da assoluto profano della materia immagino avrebbe dovuto causare un cataclisma fenomenale. Invece nei dintorni era tutto un cinguettare di uccellini come niente fosse.
Sono accorsi vari scienziati e astronomi lèttoni per verificare l'accaduto, e nel corso della giornata si sono rincorse varie voci contrastanti. La parola definitiva l'ha data Tele2, che ha confessato che la messa in scena del meteorite era nell'ambito di una campagna pubblicitaria dell'azienda di telecomunicazioni lèttone. Volevamo fare un po' di "funny stuff", un po' di divertimento in un Paese che sente ogni giorno parlare solo di crisi economica e di futuro difficile. Lo scopo era far parlare dai media internazionali della Lettonia non solo come un paese in una profonda crisi economica, ma anche di un popolo che ha nella creatività la risorsa principale per uscirne fuori.
Il governo lèttone non si è divertito poi tanto, e a Tele2 hanno assicurato che copriranno le spese.

Notizie esagerate

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Giusto per essere precisi, Piazza Duomo era già pedonalizzata. Da un sacco di anni.
Quello che hanno pedonalizzato adesso sono le strade intorno a Piazza Duomo.

mercoledì 21 ottobre 2009

Due colpi alla porta

Bussarono con violenza alla porta. Il professor Lotman si scosse, mentre chino sul suo ultimo trattato di semiotica stava riscrivendo alcuni passaggi.
Zara Grigor'evna era in camera da letto, nel suo studio, intenta a correggere i compiti dei propri allievi. Si guardarono in tralice, due sguardi sospesi e interrogativi che attraversavano lo stretto, buio corridoio.
Non si bussa in quel modo, in una tarda serata di un giorno qualsiasi, nella Tartu sovietica dei primi anni sessanta, senza destare in chi ascolta quel battere violento una paura sorda e inesplicabile.
E nella testa del professor Lotman, insigne universitario esponente della famosa scuola strutturalista di Tartu, si fecero strada i più diversi pensieri. Ogni cellula nervosa del suo cervello fu attraversata da un circuito elettrico, che scavava a fondo nei recessi angoli della memoria, alla ricerca di un qualsiasi pretesto, di ogni infimo episodio del suo passato, che spiegasse quei colpi alla porta, quell'improvviso arrestarsi della vita quotidiana.
Era stato un ottimo studente. La guerra aveva interrotto i suoi studi mentre era una matricola all'Università di Leningrado, per scaraventarlo al fronte. L'Ucraina, gli accerchiamenti, la ritirata sul Don, la controffensiva, e poi la lunga marcia verso la Polonia, il Baltico, infine la Germania. Era telefonista, il suo compito era ricollegare le linee telefoniche interrotte lungo il fronte. Quando tornò alla vita civile e agli studi all'Università di Leningrado ebbe bisogno del suo profilo personale con gli encomi di guerra per cercare un lavoro, gli fu risposto che il suo profilo era andato perso. Era il prezzo da pagare per essere ebreo, nella Russia in cui stava iniziando l'ultima violenta campagna antisemita staliniana. Non lo immaginava.
Riuscì infine a trovare un posto di lavoro all'Università di Tartu, in Estonia. Un esilio volontario ai margini dell'Impero, per sfuggire alle persecuzioni antisemite dei primi anni cinquanta nell'Urss di Stalin.
Intanto, di nuovo quei colpi violenti alla porta... (Segue nel retrobottega)

martedì 20 ottobre 2009

Una giornata di Daniele

Oggi era la prima volta che andavo a riprendere Daniele all'asilo nido.
L'avevamo lasciato la mattina che aveva bagnato con un pianto sonoro. Del resto tornava all'asilo dopo due settimane di assenza. Scommetto che non si ricordava neppure più che esisteva una cosa chiamata asilo nido, dove i suoi crudeli genitori avevano cominciato, da settembre, a lasciarlo tutte le mattine, quasi fosse un ingombro da parcheggiare. D'accordo, col tempo si era reso conto che non era poi così male, c'erano un sacco di giochi, bambini più o meno grandi quanto lui, e Ornella e Cristina che lo accoglievano ogni mattina con un sorriso dolce quasi quanto quello di sua madre. Ma poi, giusto dopo due o tre settimane di frequenza, ecco la prima influenza stagionale, poi la tosse, poi la febbre. E l'asilo nido come scomparso dall'orizzonte della sua mente e dei suoi ricordi.
Fino a stamani, quando i suoi genitori, ostinati nella loro crudeltà, avevano ripreso a parcheggiarlo lì. Comunque dopo un pianto iniziale bello sonoro e corposo, tanto per non lasciare niente di intentato, aveva finito per accettare la cosa. In fin dei conti, se proprio doveva passare del tempo in quel luogo, tanto valeva usare i giochi e divertirsi con quei bambini che gli girellavano attorno. Se non altro non ce n'erano di così grandi come suo fratello, che a casa gli strappa qualsiasi cosa di mano. Sembra che sia tutto suo.
Quando sono andato a riprenderlo la porta della stanza dei giochi era semi aperta. E dietro ad Ornella l'ho visto spuntare lentamente. Teneva in mano un gioco, una specie di farfalla di gomma. Poi ha alzato gli occhi, mi ha visto e si è sorpreso. Mi è venuto incontro e ha cominciato a mugolare qualche parola nel suo vocabolario, e mi indicava la stanza dei giochi, come per dirmi, ecco mi hai lasciato qui tutta la mattina, insomma ti sembra il modo questo? Però in fondo non è stato malaccio, guarda ci sono un sacco di giochi. E ormai giunto vicino a me, mi faceva vedere la sua farfalla gigante di gomma.
Una volta indossato il giubbottino e il cappellino, siamo usciti. Lo tenevo in collo e lui mi ha appoggiato la testa sulla spalla, come è solito fare quando è stanco e ha bisogno di farsi coccolare.

venerdì 16 ottobre 2009

Autunno

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E' arrivato anche qui da noi, ma in Lettonia si sono portati avanti con i colori. Come ogni anno.

Foto da Delfi.lv

martedì 13 ottobre 2009

Il sorriso dei suoi occhi tristi

In quella affascinante raccolta di articoli, recensioni e saggi di Tommaso Landolfi, che Adelphi ha raccolto nel volume "Gogol' a Roma", c'è un passaggio molto interessante sul carteggio fra Čechov e Gor'kij, che uscì in Italia in una pubblicazione negli anni '50.
In particolare Landolfi si sofferma su una lettera di Gor'kij in cui vi è una delle descrizioni più autentiche e vive della figura di Čechov, come è difficile trovarne, anche negli scritti autobiografici di Čechov, scrittore peraltro molto parco di informazioni su se stesso.
La scena si svolge a casa di Čechov, in occasione di una visita di alcuni suoi ammiratori, che lo stesso Landolfi descrive come "seduti sull'orlo di una seggiola, rossi e sudanti per lo sforzo di parlare forbitamente, o colla disperata sicumera della gente timida che si concentra nel desiderio di non apparire stupida".
Ed ecco, dalle parole di Gor'kij che assisteva alla scena, apparire il Čechovprivato e intimo.
"Anton Pavlovič ascoltava attentamente quel discorso scombinato; nei suoi occhi tristi scintillava un sorriso, tremolavano le piccole rughe sulle tempie e poi con la sua voce dolce, profonda, quasi opaca, cominciava a parlare lui, dicendo parole semplici, chiare, vicine alla vita, le quali ad un tratto parevano semplificare l'interlocutore: questi non si sforzava più di fare l'intelligente e così tutt'a un tratto diventava più intelligente, più interessante..." E' una sinfonia di sottovoce e di toni sfumati quella vita, come i suoi racconti. Io me lo immagino proprio così, come se lo vedessi con gli occhi di Gor'kij.

mercoledì 7 ottobre 2009

Un'immensa compassione

Ci sono libri che si lasciano lì, su uno scaffale della libreria, e gli si dà appuntamento per una stagione più matura. Io mi sono letto quasi tutto Kundera a suo tempo e molto spesso con uno speciale piacere. Per il suo indubbio talento, i giochi di specchi delle sue storie, e poi per quella Boemia sullo sfondo, anche quando le parole si sono fatte francesi, insomma quella Boemia chiamava sempre. E io mi sentivo a casa. Ma "L'ignoranza" l'avevo lasciato lì, come un'ultima castagna dolce in un autunno cadente, come un sorso di moscato davanti ad un fuoco crepitante.
Perché già sapevo di cosa parlasse, e già mi immaginavo la nostalgia, il disincanto, lo straniamento del ritorno, quella compassione, quel sottile struggimento dei ricordi che si ribaltano in una realtà inadeguata. Perché già immaginavo "non già la sofferenza del reale, ma la vacuità del futuro a prosciugare le forze, a soffocare il coraggio".


Irena e Tomas non trovano nel loro ritorno in Repubblica Ceca la patria che amavano. Trovano soprattutto le cose che di Praga e delle loro famiglie non sopportavano più. E il loro disincanto paradossalmente rende ancora più giustizia al paese che amavano. Lo purificano del pathos del Grande Ritorno, del romanticismo inopportuno, della nostalgia da cartolina.
Irena passeggia per il suo vecchio quartiere, forse Brevnov chissà, dalla descrizione che ne fa Kundera, e lungo il suo camminare si ferma a ridosso del parapetto che dà la vista sul Castello. Sotto di lei c'è la città vecchia, il cuore di Praga, qualcosa che non sente suo. Tutto quello che sente ancora appartenergli della città è nel saliscendi delle strade del suo quartiere, nei viali alberati, nei giardini coi tigli in fiore. E le bottiglie di Bordeaux che si è portata da Parigi non sono valse a conquistarle l'ammirazione delle sue vecchie amiche praghesi, che in un sottile disprezzo gli preferiscono i boccali della loro birra.
Ma anche in Francia Irena era coccolata e vezzeggiata finché la sua immagine era quella dell'esule, della ragazza cecoslovacca fuggita dalla dittatura comunista. Quando poi il muro crolla, le amiche francesi non capiscono perché Irena non si precipiti di nuovo a Praga, la vedrebbero volentieri sulle barricate, che d'altronde solo loro immaginano esserci in quei giorni. Ma Irena non si conforma alle aspettative degli altri, le delude. Così non è più l'esule coraggiosa, agli occhi dei francesi diventa la pigra cittadina di un paese straniero, che preferisce le comodità di una vita ormai acquisita all'estero piuttosto che rimboccarsi le maniche nella ricostruzione della propria patria.
Esule due volte, quindi.
Eppure lo sguardo di Kundera non smette di essere commosso, in questo straniamento dei protagonisti del romanzo. Li conosce, sa perfettamente le lacerazioni, la fragilità dei ricordi, l'ansia di una nostalgia mai sopita. E sa bene cosa vuol dire appartenere ad un piccolo paese, battersi per esso quando se ne ha la forza. Trovare delle ragioni per farlo.
"I cechi amavano la patria non perché era gloriosa, ma perché era ignota; non perché era grande, ma perché era piccola e continuamente in pericolo. Il loro patriottismo consisteva in un'immensa compassione per il proprio paese."
Ecco, le piccole patrie smuovono sentimenti del genere. Non si finisce mai di stupirsi di come riescano a sopravvivere, e di quanto orgoglio e disincanto occorra per difenderle. E soprattutto quell'immensa compassione che ti muove ad amarle.

Mettere le mani avanti

Dato che lo indicano fra i favoriti per il nobel per la letteratura, che sarà annunciato domani, io intanto mi porto avanti, e dico che sarebbe proprio bello se lo assegnassero ad Amos Oz.

domenica 4 ottobre 2009

Le nove porte


Jiři Langer aveva 19 anni quando partì da Praga per raggiungere un piccolo, sconosciuto villaggio della Galizia, che si chiamava Belz e che pareva ancora immerso nel medioevo. Vi cercava le radici della sua religione, che la propria famiglia, ebraica, una volta stabilitasi nella Praga di fine '800 aveva via via finito per relegare ad un mero esercizio di riti tradizionali. La sua famiglia frequentava la bella e lussuosa sinagoga del quartiere di Vinhorady, a Praga, ma più per forma che per sostanza. Jiři, al contrario del padre, commerciante, ed anche del fratello František, già affermato scrittore, era attratto dal misticismo. A Praga da studente aveva cominciato a studiare le scritture, a coprirsi il capo con un grande cappello nero, e a recitare a mezza voce con la testa china sopra le pagine del Talmud.
A Belz Jiři Langer visse in mezzo alla comunità chassidica del villaggio, divenne un discepolo del Reb Scholem, frequentò la scuola chassidica, il bejss-medresch, studiò il Talmud e la cabbala giorno e notte, digiunò, divenne un vero chassid.
Quando il fratello František se lo trovò di fronte, al ritorno a Praga, lo descrisse così: "Mi stava davanti in un logoro pastrano nero, tagliato come un caffettano, che scendeva dal mento fino a terra, e in testa aveva un largo cappello rotondo di velluto nero, calcato sulla nuca. Stava curvo, il mento e le guance coperti da una barba rossiccia e i riccioli davanti alle orecchie che gli pendevano fino alle spalle. Del viso restava scoperto solo un pezzetto di carne bianca, malsana, oltre agli occhi, un po' stanchi, un po' febbricitanti. Mio fratello non era scappato da Belz per tornare a casa e alla civiltà, ma aveva portato Belz con sè".
Da Belz Jiři portò con sè anche moltissime storie, quelle che poi gli sarebbero servite per scrivere uno dei libri che appartiene ai migliori momenti della letteratura ceca del novecento, "Le nove porte". Sono le storie dei rabbi e dei villaggi ebrei della Galizia, le storie di quel mondo dei chassidim ormai scomparso. Il loro pregio, oltre che nella scrittura semplice e diretta, ingenua e profonda nello stesso tempo, sta nel fatto che forse per la prima e unica volta queste storie sono raccontate da un testimone direttamente immerso in quella vita, un vero chassid. Per questo quando si parla de "Le nove porte" si parla del documento meno mediato sull'universo dei chassidim, che fu poi spazzato via dall'Olocausto.
La vita di Jiři Langer continuò ad essere avventurosa. Fece amicizia con Franz Kafka, a cui raccontò molte delle storie chassidiche, ritornò a Belz dal suo rabbi, lo seguì nella fuga del villaggio verso l'Ungheria, allo scoppio della prima guerra mondiale. Anni dopo sfuggì miracolosamente alla furia nazista su una chiatta lungo il Danubio, da dove dopo un lungo inverno gelato riuscì a raggiungere Costantinopoli segnato da una brutta polmonite, per poi infine approdare sull'agognata terra di Israele. Andò a morire nella terra promessa, dove un altro amico della sua giovinezza praghese, Max Brod, gli fu accanto negli ultimi momenti.
Trascorse gli ultimi mesi di vita cercando lenimento alle sue sofferenze nelle campagne fuori Tel Aviv, nei frutteti di Gerusalemme. Scrisse un ultima opera, una raccolta di poesie, che intitolò "Me'at Cori" (Un pizzico di balsamo), che Max Brod fece appena in tempo a raccogliere in un volume prima che lui morisse.

Nella foto la sinagoga chassidica di Belz

giovedì 1 ottobre 2009

Piccoli progressi

L'ometto grande comincia ad avere qualche dimestichezza in più con il lèttone, lingua che ormai capisce bene ma che fino ad oggi si rifiuta ostinatamente di parlare. Adesso però il muro dell'ostinazione comincia a sgretolarsi. L'altro giorno ha chiesto a sua madre: Come si dice in lèttone "mi sbucci una mela"? Sua madre, forse incredula, stava lì in cucina senza rispondergli, così io mi sono precipitato dal salotto: "Ma come, per la prima volta ti chiede come si dice una frase in lèttone, e tu nemmeno gli rispondi?". In effetti, la domanda del fanciullo sembrava quasi inverosimile...
Stamani mentre facevamo colazione invece l'ho sorpreso a mormorare una filastrocca lèttone che sentiva da un cd.
In compenso, dato che si ostina a parlare italiano anche con la nonna lèttone, è la nonna lèttone che sta imparando a gran velocità l'italiano.
Intanto per il ranocchietto piccolo, italiano e lèttone fan lo stesso. Per lui è tutto un eeehhh, uuuhhh, kottikkko. Qualche mammmaaa e papaaa, buttati lì come si butta un butta un ossicino ad un cane scodinzolante, giusto per dargli quel minimo di soddisfazione. Ha già capito che in fondo basta poco per farci contenti.