mercoledì 7 ottobre 2009

Un'immensa compassione

Ci sono libri che si lasciano lì, su uno scaffale della libreria, e gli si dà appuntamento per una stagione più matura. Io mi sono letto quasi tutto Kundera a suo tempo e molto spesso con uno speciale piacere. Per il suo indubbio talento, i giochi di specchi delle sue storie, e poi per quella Boemia sullo sfondo, anche quando le parole si sono fatte francesi, insomma quella Boemia chiamava sempre. E io mi sentivo a casa. Ma "L'ignoranza" l'avevo lasciato lì, come un'ultima castagna dolce in un autunno cadente, come un sorso di moscato davanti ad un fuoco crepitante.
Perché già sapevo di cosa parlasse, e già mi immaginavo la nostalgia, il disincanto, lo straniamento del ritorno, quella compassione, quel sottile struggimento dei ricordi che si ribaltano in una realtà inadeguata. Perché già immaginavo "non già la sofferenza del reale, ma la vacuità del futuro a prosciugare le forze, a soffocare il coraggio".


Irena e Tomas non trovano nel loro ritorno in Repubblica Ceca la patria che amavano. Trovano soprattutto le cose che di Praga e delle loro famiglie non sopportavano più. E il loro disincanto paradossalmente rende ancora più giustizia al paese che amavano. Lo purificano del pathos del Grande Ritorno, del romanticismo inopportuno, della nostalgia da cartolina.
Irena passeggia per il suo vecchio quartiere, forse Brevnov chissà, dalla descrizione che ne fa Kundera, e lungo il suo camminare si ferma a ridosso del parapetto che dà la vista sul Castello. Sotto di lei c'è la città vecchia, il cuore di Praga, qualcosa che non sente suo. Tutto quello che sente ancora appartenergli della città è nel saliscendi delle strade del suo quartiere, nei viali alberati, nei giardini coi tigli in fiore. E le bottiglie di Bordeaux che si è portata da Parigi non sono valse a conquistarle l'ammirazione delle sue vecchie amiche praghesi, che in un sottile disprezzo gli preferiscono i boccali della loro birra.
Ma anche in Francia Irena era coccolata e vezzeggiata finché la sua immagine era quella dell'esule, della ragazza cecoslovacca fuggita dalla dittatura comunista. Quando poi il muro crolla, le amiche francesi non capiscono perché Irena non si precipiti di nuovo a Praga, la vedrebbero volentieri sulle barricate, che d'altronde solo loro immaginano esserci in quei giorni. Ma Irena non si conforma alle aspettative degli altri, le delude. Così non è più l'esule coraggiosa, agli occhi dei francesi diventa la pigra cittadina di un paese straniero, che preferisce le comodità di una vita ormai acquisita all'estero piuttosto che rimboccarsi le maniche nella ricostruzione della propria patria.
Esule due volte, quindi.
Eppure lo sguardo di Kundera non smette di essere commosso, in questo straniamento dei protagonisti del romanzo. Li conosce, sa perfettamente le lacerazioni, la fragilità dei ricordi, l'ansia di una nostalgia mai sopita. E sa bene cosa vuol dire appartenere ad un piccolo paese, battersi per esso quando se ne ha la forza. Trovare delle ragioni per farlo.
"I cechi amavano la patria non perché era gloriosa, ma perché era ignota; non perché era grande, ma perché era piccola e continuamente in pericolo. Il loro patriottismo consisteva in un'immensa compassione per il proprio paese."
Ecco, le piccole patrie smuovono sentimenti del genere. Non si finisce mai di stupirsi di come riescano a sopravvivere, e di quanto orgoglio e disincanto occorra per difenderle. E soprattutto quell'immensa compassione che ti muove ad amarle.

8 commenti:

elena petulia ha detto...

E le parole della nostalgia? Un incanto.

Bartleboom ha detto...

Sì Elena, un incanto. Ecco.

gabrilu ha detto...

Anch'io ho letto tutto Kundera tanto tempo fa.

O meglio: l'ho letto in quel "tempo reale" del man mano in cui i suoi libri venivano tradotti e pubblicati in Italia.
Considero Kundera uno dei miei Maestri.
So che oggi Kundera non è "di moda", e che c'è chi a solo sentirne il nome sbuffa di impazienza. Ma a me che importa? Per me è uno dei grandi scrittori del Novecento e amen.

Anch'io, come te, ho letto questo "L'ignoranza" soltanto da poco (credo un anno fa).

La faccio breve: le pagine in cui parla, spezzetta, analizza, giocherella, sospira e respira e strizza l'occhio e si illanguidisce sul concetto di PATRIA sono semplicemente splendide.

Giusy ha detto...

Libro molto amato, da sempre. E a proposito di un Nobel mancato. A me fa male che non glielo abbiano mai conferito. Commento meraviglioso Bartleboom:)

Giusi Meister

Bartleboom ha detto...

Effettivamente Kundera sembra un po' fuori moda, forse perché è stato troppo di moda in passato.. Però mi sembra che sia ancora avvolto in un alone di grandezza, e spero che magari un giorno gli valga pure il Nobel, chissà. Anche se ormai mi sembra che la strada sia quella di dare il Nobel a scrittori meno popolari (non dico sia una scelta sbagliata, anzi, un po' come scrivevo nel commento al tuo post Gabrilu).
Però davvero, che bello "L'ignoranza", e che piacere ogni volta leggere e rileggere Kundera.

Bartleboom ha detto...

Giusy, vedrai che una volta o l'altra lo daranno anche a Kundera il Nobel. E di certo anche al nostro amato Amos... :-)

gabrilu ha detto...

Bart, lo so che è di pessimissimissimo gusto citare un proprio post sul blog di un altro.
Lo so, e mi cospargo il capo di cenere.
Però sono certa mi perdonerai se ti segnalo che sul mio post su Herta Muller è comparso un commento di Stephi, che ti invito a leggere perchè sono certo lo apprezzerai almeno quanto l'ho apprezzato io.
Ci dà tante informazioni...
Quante cose che non sappiamo, caro Bart...
Ciao

Bartleboom ha detto...

Ma per niente di pessimo gusto, Gabrilu! :-))
Ho letto il commento di Stephi sul tuo blog, davvero interessante. Mentre lo leggevo, mi veniva da pensare che il tuo blog è davvero un posto dove si affacciano persone che hanno un sacco di cose interessanti da dire. Ma il merito principale è della tenutaria di quel blog che sa scovare argomenti davvero notevoli, detto fra noi...