lunedì 30 novembre 2009

Avvento

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Intanto a Riga hanno già messo su l'albero, in Doma Laukums.

giovedì 26 novembre 2009

Teti

Teti. Daniele mi chiama così da un po' di giorni, alternando alla parola babbo. Ma più spesso dice "Teti", in lèttone, quando mi vuole, quando mi cerca.
E a me piace sentirmi chiamare così da questo scricciolino che comincia solo ora a mettere insieme le prime parole. Lui al contrario di suo fratello non fa discriminazioni fra le due lingue, le usa indifferentemente nelle poche parole che pronuncia. Anzi, per il momento con una qualche preferenza per la lingua della mamma. Magari quando questo inverno saremo a Riga avrà un vocabolario sufficiente per parlare con la nonna lèttone.
Intanto c'è questo Teti, una cosa dolce, che spunta fuori da una testolina bionda e da uno sguardo impertinente. Un mix micidiale.

martedì 24 novembre 2009

Fratellanze

Poi è successo che nelle danze sulla panca intorno alla tavola di cucina, all'ora di colazione, quello piccolo abbia rovesciato la tazza del latte, che si è schiantata per terra in mille pezzi.
Al che il babbo, mentre il piccolino continuava imperterrito danza e canti guerrieri sul pavimento intorno ai cocci, è esploso in un urlaccio: "VIA DI QUI, ANDATE IN SALOTTO!!!!".
L'ometto ha preso per mano quello piccolo e gli ha sussurrato. "Daniele ora basta, vieni andiamo di là. Ti insegno a giocare a carte, va bene?"
Mentre raccoglievo i cocci mi era preso un ridere sottovoce che quasi lacrimavo.

giovedì 19 novembre 2009

Discanto islandese

C'è un commissario di polizia in Islanda che si chiama Erlendur. Un tipo solitario e triste. Gli affidano casi strani, omicidi avvenuti anni indietro e scoperti per caso, in genere per il ritrovamento di qualche scheletro sepolto nella brughiera islandese.
Erlendur è molto attratto dalle indagini sulle persone scomparse da anni. Quando era bambino perse suo fratello, scomparso in una escursione durante una tormenta di neve. Si porta dietro questo peso da tutta la vita, aver perso la mano di suo fratello mentre infuriava la neve e il vento. Averlo perso per sempre.
E' divorziato, e la sua ex moglie lo odia profondamente perché ha lasciato casa quando i suoi figli erano piccoli. Il figlio maschio pure lo ignora, chiuso nella sua indifferenza per i genitori. L'unica che sembra tenere a lui è la figlia, Eva Lind. Si sono ritrovati quando lei era già grande, e già tossicomane. Quando esce dagli effetti della droga riescono ad avere quasi un dialogo, ma in genere dura poco. Poi lei fugge di nuovo nei bassifondi di Reykjavìk.
Indridason cuce intorno al commissario Erlendur storie opache e dure. Gli assassini in Islanda sono pochi. Per la maggior parte frutto di alcolismo e risse improvvise. Gli omicidi su cui indaga Erlendur fanno parte di storie del passato, crimini commessi da gente comune, anzi spesso è il "buono" ad uccidere per restituire un torto, per sfuggire ad un aguzzino. E gli islandesi, come dice Erlendur, in realtà non sanno commettere dei crimini. Non sono buoni, lasciano indizi su indizi.
Nei libri di Indridason non è importante scoprire chi è l'assassino. Spesso lo si capisce già a metà. Quasi sempre prima di capire chi è la vittima. Sono le storie che ci girano intorno che sono importanti, che poi seguono percorsi lunghissimi, di tempo e di spazio, disseminati di contrappunti, canti e discanti fra il presente e il passato. E c'è un Islanda per niente incantata nelle sue pagine, come invece nei libri di Vilhjalmsson. Ma Vilhjalmsson in fondo è un poeta, e il più grande da quelle parti.
Indridason però scrive dei gran libri. C'è tutta la lentezza, il disincanto, la solitudine, i silenzi di un nord profondo e freddo. E poi c'è Erlendur che continua ad aggrapparsi all'unica cosa che lo rende vivo. Il passato.

mercoledì 18 novembre 2009

Independence day

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Oggi in i lèttoni, anche quelli sparsi per il mondo, e pure quelli sparsi nella mia famiglia, festeggiano il giorno dell'indipendenza.
Il 18 novembre del 1918, all'indomani della fine della I guerra mondiale, la Lettonia proclamava per la prima volta nella sua stora la propria indipendenza. Era un paese libero ed una nazione, ed è un sentimento, quello dell'aspirazione alla libertà e all'indipendenza che ogni lèttone custodisce come il più prezioso, proprio perché nella loro storia ne hanno molto spesso sofferto la mancanza.
L'anno scorso l'ambasciata lèttone a Roma organizzò una splendida festa con concerto al Palazzo della Cancelleria a Roma, dove andammo anche noi. Peccato che quest'anno non abbiano fatto niente, ma probabilmente la crisi che attanaglia il Paese ha consigliato di risparmiare.
Il primo ministro lèttone ha chiesto ai suoi connazionali di accendere una candela stasera, ovunque si trovino, in patria o all'estero.
Noi accenderemo la nostra.

martedì 17 novembre 2009

Preferenze

L'ometto: "Mi piace l'8, il 18 e l'arancione!"
Soprattutto l'arancione. Abbiamo cercato di mettercene il più possibile nella cameretta degli ometti che stiamo aspettando. Senza esagerare però.

lunedì 16 novembre 2009

Una questione di personalità

“Senti Daniele, facciamo merenda. Ti va il pane con il miele?”
“Jaaaa!”
Ecco, suo fratello grande si vergogna ogni volta che gli scappa di dire una parola in lèttone. Questo ranocchietto invece, dopo “mamma” che è universale, la prima parola che ha imparato ad usare è “Ja”, o quando deve dire di no “Ne”.
Insomma, per distinguersi, lui comincia a parlare lèttone prima che italiano.

mercoledì 11 novembre 2009

Il giorno di San Martino (frammento)

Mi piace tornare dai miei in questo giorno dell'anno. Scendo dalla corriera di proposito qualche fermata prima e faccio a piedi una decina di chilometri fino alla nostra fattoria.
Mi mancano queste lunghe passeggiate da quando vivo a Riga. E poi mi piace l'odore umido e penetrante della terra di novembre. Costeggio i campi di segale e di grano, con le stoppie ormai appassite e i solchi fumiganti di terra ghiacciata, attraverso il bosco di Tervete, accarezzo i pallidi fusti delle betulle, annuso l'odore aspro del sottobosco acquoso. Ripercorro i sentieri della mie scorribande giovanili in cerca di funghi e mirtilli.
Quando esco dal bosco mi si para di fronte, in una lontananza azzurrognola, il fumo del camino della fattoria. Mia madre sta già cuocendo l'oca. Attraverso il pascolo, ascolto i rumori soffocati della stalla, certamente ormai piena di fieno per tutto l'inverno. Mio fratello mi vede, lascia le assi con cui sta rinforzando il tetto del granaio e salta giù per venirmi incontro. I suoi lunghi passi, decisi e forti, mi accompagnano a casa. Il suo abbraccio, breve e duro, mi racconta dei giorni passati senza vederci.
Dentro casa la luce di una lampadina fioca e gli sprazzi del fuoco che arde riverberano sulle pareti di legno un colore ambrato scuro che sa di buono e di caldo. Come di cose che non ci sono più.
Mia madre alza il capo dal fuoco e mi fa cenno di sedere a tavola. Mi sorride piano, senza una parola. Su un vassoio di legno riposano delle focaccine al miele e un tortino di carote.
Mi tolgo il cappotto e distendo le gambe sotto il tavolo. Me ne sto in silenzio. Succede sempre così, i primi minuti delle mie scarse visite a casa. Mi concedono il tempo del ritorno, mi riconsegnano i suoni e gli odori dell'infanzia. Nudi e senza gli orpelli di una conversazione.
Ed è così che io ritorno fra loro.
Poi il silenzio si rompe dalla porta d'ingresso. Mio padre entra come un tuono, con la selvaggina in mano e il fucile appoggiato alla spalla. Mio fratello versa due dita di vodka nei bicchieri. Ci sarà da bere e da mangiare fino a tarda sera. Mi chiederanno di Indra, lo so, e del perché non è venuta. E se sono davvero felice. Ed io resterò in attesa della notte, perché tornino quei rumori incerti e lontani dal bosco, e la penombra dei tizzoni accesi mi restituisca le stagioni passate, la mia infanzia, quei colori scuri alle pareti dove danzavano le ombre dei mie sogni.

lunedì 9 novembre 2009

I fiori del disgelo

A pensarci bene, anche gli ometti sono figli di quel muro che cadeva venti anni fa.
Di quei calcinacci, dei pezzi di graffiti, della polvere sparsa per terra. Di quell'orizzonte incantevole e velato che si squarciava ad oriente.
La loro madre aveva sedici anni allora. Già abbastanza grande per stare sulle strade di Riga il giorno del Baltijas ceļš (la Via baltica), nell'agosto di quel 1989, quando i popoli baltici si presero per mano e formarono una catena umana che attraversava i tre Paesi e rivendicarono il diritto all'indipendenza.
E chissà cosa pensava quando vide il muro cadere, questo stesso giorno venti anni fa. Non era ancora tempo per loro, i lèttoni sarebbero rimasti cittadini sovietici fino al 1991. La loro libertà se la conquistarono con maggior sudore e difficoltà degli altri popoli orientali, e con qualche morto nelle strade di Riga sotto il fuoco dei cecchini russi.
Però quel muro a pezzi due anni prima significava il primo vero squarcio di luce. Tutto in fondo cominciava da quel momento.
Uno spiraglio dentro il quale si sono infilate tante storie. Pure quella mia e di mia moglie, anni dopo. E di questi due ometti, che sembrano spuntati per meraviglia dalle pieghe infinite della Storia. Da quello squarcio nel muro, senza che noi a quel tempo neppure lo immaginassimo.

mercoledì 4 novembre 2009

Emmaus

Oggi esce il nuovo libro di Baricco. Ho già letto qualche recensione positiva. Ne parla bene anche Luca Sofri, e di lui di norma mi fido. Io in genere non compro quasi mai libri appena usciti, specie se si tratta di narrativa. Anche perché mi sono accorto che io leggo quasi esclusivamente cose che siano state scritte almeno da qualche decennio.
Finora l'unica eccezione è stata per quelli di Baricco, ma giusto perché in fondo lo considero uno di famiglia. A volte un po' ingombrante e logorroico, ma gli voglio bene, che volete.
Poi Jacqueline mi ha un po' aperto gli occhi, ma si sa che ai sentimenti...
Insomma, ancora non lo so se "Emmaus" lo compro subito. Oppure aspetto che invecchi quella decina d'anni. A volte persino migliorano..

domenica 1 novembre 2009

Friends

Noi lo sapevamo già allora, quando ci incontrammo tutti in fondo per caso.
Che avremmo avuto sorrisi e dolori, e lacrime da nascondere. E infinite storie da raccontarci.
Che avremmo trascorso anni incostanti, percorrendo traiettorie confuse e larghissime, fino ad incontrarsi regolarmente in un punto qualunque. Comunque nostro.
Noi lo sapevamo già allora, che ci sarebbero poi state serate come queste. Dove pezzi di vita si incastrano quasi a meraviglia. Dove si mischia il caldo e l'amaro, giù a bocconi strozzati in gola per il ridere. Qualche volta il piangere.
Dove non c'è niente che si butti, dove tutto ha un suo posto a tavola, l'amicizia e l'amore, i vuoti e il dolore. Dove uno sguardo o una mezza battuta dicono tutto. E sembrano niente.
Sembrano niente.