
Me ne sto in terrazza, in una sera che finalmente si rabbuia e rinfresca appena, e rileggo una ennesima volta "Una storia noiosa" di Cechov, mentre uno spicchio di luna si colora di un arancione morbido e lentamente scivola via dietro le colline nere della val d'Elsa, lontane.
C'è questa enorme distesa di luci delle città intorno a Firenze, che si accendono davanti alla mia terrazza ogni sera. E ogni tanto un aereo lampeggia mentre si prepara ad atterrare a Peretola.
E stanotte, una volta ancora, il vecchio luminare, l'illustre professor Nikolaj Stepanovic parla con Katja, sua figlioccia adottiva, e cerca di dirle che sta morendo. E lei che non ascolta, che non capisce, e che vorrebbe da lui un'ultima parola, sapere che fare della propria, inconcludente vita. Mentre l'unica cosa che il vecchio professore riesce ad offrirle è invitarla a fare colazione insieme. Non c'è nient'altro che lui possa fare, che chiunque altro possa fare. Non proprio una cosa da niente, accompagnare la desolazione altrui con la propria.
C'è questa enorme distesa di luci delle città intorno a Firenze, che si accendono davanti alla mia terrazza ogni sera. E ogni tanto un aereo lampeggia mentre si prepara ad atterrare a Peretola.
E stanotte, una volta ancora, il vecchio luminare, l'illustre professor Nikolaj Stepanovic parla con Katja, sua figlioccia adottiva, e cerca di dirle che sta morendo. E lei che non ascolta, che non capisce, e che vorrebbe da lui un'ultima parola, sapere che fare della propria, inconcludente vita. Mentre l'unica cosa che il vecchio professore riesce ad offrirle è invitarla a fare colazione insieme. Non c'è nient'altro che lui possa fare, che chiunque altro possa fare. Non proprio una cosa da niente, accompagnare la desolazione altrui con la propria.
Quando i critici letterari si occupano di "Una storia noiosa" salta sempe fuori l'accostamento con "La morte di Ivan Il'ic" di Tolstoj, due uomini illustri e famosi, per quanto diversi fra loro, che affrontano gli ultimi mesi di vita. Quello di Tolstoj è un capolavoro, una miniatura perfetta, un'icona dorata. C'è lo smarrimento, l'angoscia, la solitudine, ma infine anche la soluzione salvifica, il ravvedimento, la speranza.
La penna algida di Cechov, invece, non consente perdono. Ognuno è solo con il proprio destino, ognuno deve fare i conti con il proprio fallimento, con quella intraducibile pošlost’ di cui parla Nabokov, la mediocrità, un'esistenza intrisa di false illusioni e grettezza. Solo l'infinita ironia, la leggerezza, il disincanto, leniscono l'amarezza dei personaggi cechoviani. E li rendono insuperabili.
Cechov è così, non offre consolazioni, né facili vie d'uscita. Racconta vite come luci che lampeggiano notte dopo notte, con sforzi che paiono assurdi. E notte dopo notte, impietosamente si spengono al sopraggiungere di una nuova, estranea alba. Inutili e miserevoli nella loro strenue debolezza.
Però che incanto quel suo saperle raccontare per come sono, quelle esistenze. Una fredda, impalpabile poesia.




