domenica 31 gennaio 2010

mercoledì 27 gennaio 2010

Atmosfere


La casa dove abitiamo ha le finestre che danno su uno scorcio di stradine interne. Ieri sera veniva giu' una neve sottile e iridescente, e le stradine si impolveravano piano piano. L'azzurrino cupo del ghiaccio si ammantava a poco a poco di un bianco luccicante. Un gruppo di passerotti infreddoliti faceva freneticamente la spola fra gli arbusti secchi sulle aiuole innevate.
Per la stradina passava una coppia di anziani con un cagnolino al guinzaglio che zoppicava da una zampa anteriore. E' raro vedere una coppiadi anziani passeggiare insieme, in questo paese. Meno ancora vederne una condividere una sera di freddo aspro e bianco come quella.
La mattina l'aria era stata piena di aghi pungenti che si affrettavano a colpire il viso. Il centro di Riga era vuoto come raramente lo avevo visto. Il pave' di Riga vecchia era bianco di sale, mentre la neve rimaneva abbondante sui giardini e sopra le case e le statue.
Il quadrilatero dei parchi cittadini dava uno spettacolo affascinante. Persino il Barclay de Tolly e il poeta Rainis, di fronte alla Cattedrale Ortodossa, tenevano fra le braccia una generosa manciata di neve.
Una sosta nella libreria Valters un Rapa, nel negozio di musica all'angolo di Skārņu iela e un caffe' con una fetta di torta di ricotta e miele mi avevano rifocillato di caldo e zuccheri. Tornavo a casa caldo e soddisfatto con un cd di Ainars Mielavs e uno di Imants Kalninš.
La sera poi, quando e' cominciata a calare la neve lieve sulla coppia di anziani che portava fuori il cagnolino zoppicante, me ne stavo alla finestra, mentre fra le mie mani un giovane Pasternak, avvinto dalla filosofia e dalla poesia, saliva sul treno che lo portava a Marburgo.

Nella foto la Cattedrale Ortodossa in Esplanades Parks

domenica 24 gennaio 2010

Un altro inverno a Riga


Stamani i fumi bianchi dei camini salivano in cielo dritti e sicuri, senza curve di vento. Segno che il tempo restera' immutato nei giorni a venire. L'aria sottile e appuntita del mattino marcava al termometro fuori dalla nostra finestra - 18.
Nelle strade secondarie c'e' un ghiaccio spesso e duro nelle carreggiate, mentre ai lati, nei marciapiedi, nei giardini, nei viali alberati, si ammucchia neve su neve.
I rumori escono fuori ovattati, ed e' un enorme ovatta bianca che si stende su tutto questo paese da fiaba. Cominciava gia' nelle infinite campagne della Polonia e della Lituania, che ieri sorvolavamo in aereo.
Nelle campagne stanotte si sfioreranno i - 30, e nelle stufe a muro, nei caminetti delle case, in ogni luogo abitato crepiteranno fuochi di betulla, di faggio e di frassino.
Oggi pomeriggio eravamo fuori mentre il sole calava oltre la Daugava, scomparendo come in un soffio, un lieve vapore di luce che ansimava sopra l'orizzonte. Sembrava lo accompagnasse il nostro fiato che gelava in nuvole bianche.

giovedì 21 gennaio 2010

Un libro da portare


Una sola settimana, che si preannuncia coperta di ghiaccio e striature rosa di sole in cielo a graffiare quell'azzurro terso. E cristalli di neve alle finestre, sugli alberi da frutti rossi, sulle betulle, nei campi e nelle staccionate dei cortili di Pardaugava.
Una sola settimana di panorami bianchi da riassaporare, di freddo buono e intenso, di pavè scricchiolante nella città vecchia, di Riga d'inverno profondo che torna a riempirci gli occhi.
Una sola settimana, per portarsi dietro pochi libri, forse uno solo, ché il tempo di leggere lo riserverò giusto alle tarde serate, silenziose e lievi, mentre so già che guardando fuori dalla finestra mi lascerò distrarre dai riflessi bianchi della neve che gioca con la luna.
Un solo libro, forse di quelli già letti, un qualche compagno fedele che sappia muoversi a suo agio in quegli orizzonti bianchi e sottili, fra quei boschi di neve e abeti. Chissà, magari il mio solito Cechov, e le poesie di Pasternak.
Sì ecco, Pasternak. Che poi Peredelkino da quei posti non è davvero lontano.

martedì 19 gennaio 2010

Incerti movimenti

Ci sono bambini avvolti in una nuvola di fragili, incerti pensieri.
E quelle lievi insicurezze, quelle paure intermittenti, che si affacciano ad ogni banale occasione, li accompagnano nella loro quotidianità.
Disegnano traiettorie degli occhi che si incurvano verso terra, per poi riapparire un secondo dopo, come feriti da una luce abbagliante.
Poi sta a te raccoglierli, tenere fra le braccia quegli sguardi muti, che si rintanano fulminei nei loro nascondigli, celandosi dietro i sorrisi abituali.
Sta a te capire senza parlare, senza chiedere. Sta a te decifrare senza cercare scorciatoie. Che ogni domanda sarebbe inopportuna e destinata a cadere nel vuoto.
Solo abbracci, a riempire quei silenzi.

domenica 17 gennaio 2010

Un'alba pietroburghese

"Gentile fanciulla, posso offrirvi il mio braccio? Per le giovani donne non è senza pericolo andare in giro da sole".
L'adolescente fissò la nera figurina che si era rispettosamente levato il cilindro.
Procedettero in silenzio; ogni cosa sembrava bagnata e vetusta, svanita nei secoli; tutto questo Apollòn Apollònovič lo aveva visto sinora di lontano. Ed ora ecco: portoni, casupole, muri, un'adolescente che si stringeva a lui dalla paura, un'adolescente per cui egli era, non un senatore, ma un buon vecchio.
Giunsero ad una verde casetta dal portone imputridito; il Senatore si levò il cilindro, la sua bocca senile si contorse penosamente; si misero a masticare le sue labbra morte; di lontano echeggiò, come il canto di un archetto, il canto d'un gallo pietroburghese.
Chissà dove di fianco spruzzarono fiamme sul cielo; d'un tratto ogni cosa si fece chiara: entrò tra le fiamme una rosacea increspatura di nuvolette, come una rete di schegge di madreperla. Divenne pesante e marcata la sequela di linee e di muri; risaltarono sporgenze e terrazze; ingressi, cariatidi e cornicioni di balconi di laterizi.
Il merletto notturno si trasformò nella Pietroburgo mattinale: si ergevano case a cinque piani di color sabbia; sfavillò il Palazzo rosso-rossiccio.

"Pietroburgo" di Andrej Belyj, traduzione di A.M. Ripellino.

Non so, ho sempre più l'impressione che il divino Belyj debba essere letto così, perle incastonate su un diadema messo lì giusto per tenerle insieme, quelle perle.
Una descrizione, un moto dell'anima, una folgorante illuminazione del cuore. E che la storia, un canovaccio arcimboldesco, un groviglio di visioni e di raziocinio, sia pure un pretesto, per tale poesia. Tanto basti per l'incanto di queste pagine.

sabato 16 gennaio 2010

Un tu, mana Ieva..

...bet zini, mīļā, tavas mājas manā azotē.

Daudz laimes dzimšanas diena...



Nota per i mie happy few: lo so che non si capisce, ma è un cosa per il compleanno di mia moglie. Portate pazienza.

venerdì 15 gennaio 2010

Sottozero

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In questi giorni in Lettonia ci sono temperature che ondeggiano dai meno 15 di notte ai meno 9 quando vien fuori il sole terso e luccicante del mezzodì, con la neve che crocchia sotto le scarpe, e quel vento del sottozero che colpisce il viso con piccoli spilli, mentre riscopri sulla pelle capillari che sembravano neppure esistere.
E intanto per passare dal quartiere di Pardaugava al centro di Riga Vecchia basta passeggiare sopra la Daugava ghiacciata, come da foto.
Ecco, è cosi in Lettonia in questo periodo. E noi che stiamo per preparare le valigie, e fare le telefonate di rito, perché ci aspettino e mettano a bollire l'acqua per il buon tè di menta, o quello nero forte, col pane imburrato e le aringhe marinate, sogniamo che questo incanto duri fino all'ultima settimana di gennaio. Quando andremo nell'amata terra bianca.

mercoledì 13 gennaio 2010

Pancetta

Ecco, però non è che si può scrivere in questo modo, un libro.
Insomma, prendi due giovani aspiranti poeti futuristi, li fai giungere a Pietroburgo nel 1912, e racconti delle storie intrecciate con la vita di Chlebnikov e già a me viene l'acquolina in bocca, una piccola bavetta di soddisfazione, che tu sei poi un esperto di Chlebnikov lo sappiamo, e ci metti sopra il carico di spunti di storie divertentissime, e l'antipatia per Majakovskij, e qualche citazione di Sklovskij, e ogni tanto qua e là qualche accenno a Puskin, e Tolstoj, per poi subito precisare che però nel libro non si parla di Puskin, nè tantomento di Pasternak o dell'Achmatova, perché se uno volesse leggere quelle storie lì dovrebbe lasciare stare questo libro e prenderne altri.
E insomma, un continuo anacoluto, un continuo rincorrersi di frasi, con la punteggiatura che va a farsi un giro, per tornare quando le pare, e semplicemente si può riprendere un discorso con una Maiuscola mica c'è bisogno del punto, figurarsi della virgola
Ecco allora, vien fuori una cosa così, che si chiama "Pancetta", e l'ha scritta Paolo Nori qualche anno fa, a me è capitata fra le mani adesso, comunque un anno vale l'altro, se si parla di Chlebnikov e della Pietroburgo del 1912 mica sono cose che scadono, e poi a me piace farli decantare i libri, insomma Paolo Nori l'ho conosciuto leggendo qualche volta il suo fantastico blog, e siccome scrive di autori russi, e li traduce, e ha questa passione insana per Chlebnikov, come poteva non finirmi fra le mani, prima o poi.
Ecco, Però se mettesse qualche punto in più e la piantasse con tutte quelle subordinate che non ci si capisce più niente, e tutti quegli anacoluti, e i soggetti singolari che reggono verbi plurali ma anche viceversa, insomma con quelle cose lì, che magari fanno anche naif e Hrabal, che fra l'altro io adoro Hrabal ma appunto è Hrabal, ma io che ho due bambini piccoli, che lo sai come succede con due bambini piccoli per casa è un manicomio e gioca a nascondino e poi a rincorrersi e poi il puzzle e poi mangiare e mettersi il pigiamino e lavarsi i denti, e quando arrivo a sera non ce l'ho tutta questa forza per stare dietro ad una frase di più di cinque righe, che cala tutta di sghimbescio, senza che faccia capolino neanche un punto e virgola.
Ecco, una cosa del genere.

martedì 12 gennaio 2010

Un tappeto di luce e ghiaccio

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La prima volta che mi capitò di stare sulla riva di un mare ghiacciato mi prese una sorta di straniamento. Era come se l'orizzonte si fosse scomposto e moltiplicato.
Sentivo il mare scricchiolare sotto i miei piedi.
Creste di ghiaccio come onde, che scavalcavo con il lieve disagio dell'avventura compiuta a buon prezzo.
Il mare che se ne sta fermo lì, sotto di te, docile e silenzioso. Un tappeto di luce e ghiaccio che si rifrange in infiniti orizzonti.

martedì 5 gennaio 2010

Pietroburgo

"Ormai bufere gelate ci venivano addosso dalle nubi di stagno: ma tutti credevano nella primavera: additava la primavera un popolare ministro.
Ormai gli aratori avevano cessato di raspare le loro terre; e abbandonati gli erpici, gli aratri di legno, si radunavano a piccoli gruppi nelle isbe; contendevano e disputavano, per muovere poi d'improvviso in frotta concorde verso la casa a colonne dei signori; nelle lunghe notti brillavano i bagliori sanguigni degli incendi campestri.
Sì! Questo accadeva nei villaggi.
E lo stesso accadeva nelle città. Nelle officine, nelle tipografie, nelle botteghe dei barbieri, nelle latterie, nelle bettole si aggirava un individuo loquace; venendo dai campi insanguinati della Manciuria, col berretto di pelliccia calcato sugli occhi e nella tasca una browning arraffata chissà dove, ficcava tra la mani del popolo un foglietto stampato malamente."

Leggere Belyj è un'avventura affascinante. E' il sottoporsi ad un'altalena di scosse liriche, elettriche e suadenti, divampanti e struggenti, folli e buffe. E' una dolcissima, irresistibile pazzia.

domenica 3 gennaio 2010

La legge del più mite

"No, Dani! Questo l'ho preso prima io!"
"..."
"E va bene, prendilo.."
"..."
"Si però non è giusto, ce l'avevo io. E poi non mi devi dare le botte!"
.
Che a dirla tutta, l'ometto grande ha un bel fisico e volendo se lo potrebbe mangiare in due bocconi quel rompiscatole del fratellino piccolo. E invece...
Poi lo so che là fuori è una giungla, ma a me in fondo per ora piace così.