martedì 27 aprile 2010

Oh, questa poi...

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Si chiama Ernests Gulbis. E' giovane, bello, ricchissimo e gioca a tennis.
Promette bene il ragazzo.
Oggi agli Internazionali di Roma ha battuto Federer. Alla fine non ci credeva neanche lui.
Ah, è lèttone. E per quanto ne so ha schiere di ammiratrici anche in Italia.

Domande da non farsi


"Babbo, ma lo sai che il papà di SamSam è molto forte?"
"Eh, si Fabio, effettivamente è molto forte".
Ed è qui che ad ogni padre sorge quella domanda, pur spontanea e generosa, ma anche assolutamente idiota e inappropriata.
"E il tuo babbo, Fabio, è forte?"
Ed è lì che lo vedi tentennare, girare appena lo sguardo per non sostenere il tuo e darsi un qualche contegno, mentre alla fine ti risponde: "Mhmmmm.... un pochino sì, ma non tanto!".
Ecco.

domenica 25 aprile 2010

Come una noce che si schianta

C'era un profumo di acacie in fiore nei vialetti del giardino dentro un boschetto di ulivi vicino a casa, mentre gli ometti provavano i loro movimenti ciclistici, quello grande sperimentando la bici senza ruotine, quello piccolo con il triciclo.
E due bombi svolazzavano grandi e neri, facendo la lotta fra nuvole bianche di acacie spenzolanti dai rami.
Io intanto con una storia che mi ronza in testa e che sa di Mitteleuropa e malinconia. Ma poi ad un tratto gli ometti che mi sfidano a pallone, e la loro madre che si lancia nella zuffa.
Nelle pause, fra respiri caldi e profumi di acacie, di fronte a un fico che mette i primi frutti, in mano una margherita sfogliata, le dico "è venuto non m'ama".
"Ha torto", mi fa lei, con una risposta asciutta e calma, come una noce che si schianta.
Noi così, senza ansie d'amore.
Gli ometti si rincorrono e riprendono le bici.
A casa poi mi viene incontro una poesia di Jacqueline, che mi inchioda ad una emozione. Altra noce che si schianta.
Può farsi sera. Ora.

venerdì 23 aprile 2010

Le foto di Prokudin-Gorsky

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Taglialegna di Sivr (1909)

Fra le chicche che Il Post ha tirato fuori (via Personal Report) in questi suoi primi giorni di attività ci sono le foto di Sergej Prokudin-Gorsky, fotografo e chimico russo che all'inizio del '900 ha documentato l'Impero Russo attraverso foto a colori, usando tecniche all'epoca sperimentali.
Ci sono foto affascinanti, sia per la tecnica che per i soggetti (Prokudin-Gorsky ebbe dallo zar Nicola II il permesso di ritrarre anche luoghi ad accesso riservato).
Ecco, quando penso ad un sito che aggreghi notizie e faccia informazione online di qualità, vorrei trovarci anche cose di questo tipo, non solo Fini e Berlusconi (c'è anche quello non preoccupatevi). E speravo che Il Post fosse una risposta. Per ora sembra che lo sia.

mercoledì 21 aprile 2010

Il disgelo

Il'ja Ehrenburg comincia a scrivere "Il disgelo" all'indomani della morte di Stalin.
E' un sopravvissuto ("Ha imparato l'arte di sopravvivere" dirà di lui Evtushenko). Ed è sopravvissuto con molti mezzi, spesso dissimulando, camminando a volte a fianco dell'ortodossia del regime, altre volte opponendosi con prudenza. Ogni tanto facendo persino cose stupide e meravigliosamente coraggiose, come andare a trovare Anna Achmatova quando la poetessa era in piena disgrazia, o rifiutarsi di firmare un tributo a Ždanov in occasione del suo decesso. Dirà di sè nelle sue memorie: "Se nella vita di un uomo capita infinite volte di cambiare pelle, almeno tante volte quante si cambia un vestito, egli non per questo cambia il suo cuore. Ne ha solo uno."
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Morto Stalin, scrive una cosa che resterà nella storia più per il titolo che per il libro in sè. Hruscev userà "il disgelo" come formula per l'inizio della destalinizzazione.
Ma a me interessava l'opera. E ho cercato di leggere "Il disgelo" con quei brividi che ho immaginato punteggiassero la pelle di coloro che leggevano il libro nell'Urss del '54.
Non succede molto nel romanzo. C'è una fabbrica, un comitato di gestione, degli ingegneri, operai, un direttore che finisce in disgrazia, un altro che lo sostituisce. Ci sono storie d'amore appena accennate, con quel pudore ancora tutto sovietico, quel senso di colpa del vivere un privato che distoglie dal senso pubblico della vita.
E ci sono delle primavere, due, tre, nel corso degli anni della storia narrata, che si affacciano fra le pagine e che sorreggono le vicende dei personaggi. Che non si producono in azioni eclatanti, vivono fra le pieghe dei primi cambiamenti. Parlano, e spesso neanche quello. Pensano, soprattutto.
Danno vita a lunghi monologhi interiori, si confessano, si animano, stropicciano dubbi come fazzoletti umidi di sudore e lacrime, aprono le finestre, osservano i primi ghiacci che si imperlano di rugiada, i primi crac che incrinano la bianca gabbia di gelo che era la loro vita.
Ci sono paesaggi di anime, meravigliate di aver ritrovato una vita inattesa, uno scorcio di terra dove attendere una fioritura, dove distinguere dei colori. Ci sono personaggi che riscoprono se stessi a poco a poco, e altri che erano già persi dentro un quadro realista, di quelli che raffigurano lo stakanovista in maniche di camicia e la contadinella che guardano verso un cielo di metallo blu. E ci sono personaggi che portano in sè il coraggio della prima ora, il senso di una dignità mai sconfitta, e che finalmente torna ad avere una voce. Una voce che si apre un varco fra i frammenti di ghiaccio che si spaccano nelle strade, fra i salici che fioriscono della prima lanugine verde, fra il frastuono dei bambini nei parchi.
C'è soprattutto un'atmosfera nel libro. Una fragile, inebriante atmosfera. E' lì il suo fascino.
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Ci furono critiche feroci all'apparizione del libro. Il '54 era ancora il tempo di Malenkov, Kaganovic, Molotov. Hruscev non aveva ancora sbaragliato il campo. E il solito Simonov attaccò "Il disgelo" dalle pagine della Literaturnaya Gazeta. Šokolov criticò Simonov perché era stato persino troppo morbido.
Ma il disgelo continuò, portò con sé una tenue primavera dove i salici fiorirono, i bambini con i gelati tornarono ad affollare i parchi. Il bravo ingegnere Korotjejev (una sorta di alter ego di Ehrenburg) e Lena, la maestra intrepida, vivranno un tardo, semplice amore. L'ingegnere dissidente Sokolovskij vedrà alla fine approvato il suo progetto per una nuova linea di produzione in fabbrica. Il pittore Saburov continuerà a cercare di riprodurre, nei suoi paesaggi poetici e poco ortodossi, quel tono di argilla rossastra che aveva scorto in un autunno di Kaluga. E Sonja tornerà infine da Penza per aprire il suo cuore al giovane Savcenko.
Non immagino che vissero poi del tutto felici e contenti. Ma semmai con quel tenue, tiepido soffio nell'anima che accompagna un disgelo inatteso, dietro la brina che imperla le finestre.

martedì 20 aprile 2010

Ilpost.it

Oggi nasce Ilpost.it, una nuova creatura di informazione online. L'ha pensata Luca Sofri, che da un po' di anni parlava dell'esigenza di creare anche in Italia una sorta di aggregatore di notizie via web e editore di blog.
Un giornale online, fatto meglio dei giornali tradizionali nella loro versione web. Una sorta di Wittgenstein più panciuto e redazionale. Il modello credo che sia l'Huffington Post americano.
Ci saranno anche un po' di firme famose, secondo il modello "terzista", non allineate dunque ad un unica voce.
Insomma, esperimento originale in Italia e da seguire con interesse. Anche se poi io resto affezionato al mio buon Wittgenstein.

lunedì 19 aprile 2010

La buona educazione

Taooo ilaffa!
.......
Taooo eefante!
.......
Taooo laua*!
.......
Taooo ruksis**!
.......
Taooo mucca!

L'ometto piccolo che ieri allo zoo salutava ogni animale appena arrivava davanti alla loro gabbia.

* lauva (leone in lèttone)
** ruksis (maialino in lèttone)

sabato 17 aprile 2010

Sotto un cielo di cenere

Ci sono queste tavolozze gialle di fiori di colza che si distendono nei campi di fronte a casa nostra. E un vento strano, duro e incostante.
Uno alza lo sguardo e si aspetta di vedere un cielo cinereo e polveroso. E difatti queste nuvole basse e dense biancheggiano appena, dietro un grigio opaco e incerto. Le colline della Val d'Elsa sull'orizzonte assomigliano a carbonaie fumanti.
Eppure il sole a tratti sbatte sui terreni e sui tetti, rimbalza sui grigi e i bianchi della nuvolaglia bassa, e poi si immerge nel giallo quasi di cedro dei campi di colza.
Ho finito "Il disgelo" di Ehrenburg e adesso metto in ordine i pensieri prima di scriverne. Nel frattempo sono partito per la valle del Don, dove la "Giovane guardia" di Fadeev muove i suoi primi passi. E quanto diverso il senso, l'atmosfera, il simbolismo. Eppure in certi scorci delle pianure ucraine, fuori dalle parole d'ordine del tempo staliniano, in certi ingenui sguardi d'amore, riecheggiano pagine più grandi di quanto ebbero la sorte di venir giudicate. E presto dimenticate.

mercoledì 14 aprile 2010

La mia madeleine

Nelle stradine del centro di Sesto, a pochi passi da casa mia, c'è la bottega di una coppia di anziani barbieri. Io ci passo davanti praticamente ogni giorno da dieci anni, ma solo qualche tempo fa mi decisi di provare a entrare. Uno dei due barbieri mi accolse con un largo sorriso, come per dire "dopo tutti questi anni che passi di qui, un giorno dovevi pur entrare...". Ovviamente conosceva già perfettamente ogni abitudine della mia famiglia, ha visto crescere gli ometti mentre ogni giorno gli passano davanti, vede mia moglie correre al lavoro la mattina, vede me con le buste della spesa.
Ma voi dovreste vederla, cos'è questa bottega. Si varca la soglia ed è come fare un viaggio a ritroso di quarant'anni. Tutto sembra rimasto agli anni settanta.
Ci sono i mobili in formica simil legno, il cavalluccio per far sedere i bambini, il pentolino di stagno per mescolare lo shampo con l'acqua calda, l'acqua di colonia Wally, e l'omino dell'Endoten Control che sorride da un poster appeso al muro.
In una mensola in alto c'è persino un piccolo televisore 14 pollici Brionvega, di color aragosta come andavano a quei tempi, che si adattavano benissimo alle carte da parati fantasia. E il profumo inconfondibile, di talco e lozioni Proraso, che sono certo si sentivano anche nella bottega da barbiere di mio nonno, nella lontana Umbria del dopoguerra. E ancora, insieme, le chiacchiere consuete del gruppetto di anziani, che popola sempre queste botteghe, sulla vita del paese.
E' il luogo che mi riporta di colpo alla mia infanzia. Una specie di madeleine proustiana.
Esco fuori, con i capelli corti che profumano di talco Felce Azzurra, e mi avvio verso casa, con la luce che degrada dietro la Calvana. Stasera in tv, scommetto, c'è Rischiatutto.

martedì 13 aprile 2010

C'è una festa?

A fine serata gli ometti giocavano tranquilli sul tappeto nella loro cameretta. Così io e la mia bibliotecaria di fiducia ne abbiamo approfittato per tirar fuori dal frigorifero, furtivamente, il resto del profiterol di ieri.
Fate bene caso alla scena: due cucchiaini, un vassoio di profiterol, una coppia innamorata. Insomma sembrava il trailer di una romantic comedy hollywodiana.
Durato lo spazio di un batter d'ali, visto che dopo un paio di minuti l'ometto grande, come attirato da un campo di cioccolatomagnetismo, è entrato in cucina e osservato il corpo del reato sulla tavola ha esclamato: "Ma questa è una festa meravigliosa!"
Come potevamo pensare di farla franca?

sabato 10 aprile 2010

Inclinazioni primaverili

Ogni tanto, in questi ultimi giorni, sento mia moglie e mia suocera che si scambiano qualche parola in russo. Mia suocera poi ha una pronuncia russa che a me sembra perfetta.
Ora, non credo sia per nascondermi il significato della conversazione, perché il mio lèttone non è così avanzato da capire proprio tutto. E poi a orecchio per il mio passato cèco quasi comprendo meglio i vocaboli russi che quelli lèttoni.
Dunque dev'essere una inclinazione primaverile. Come i germogli di biancospino che spuntano biancheggianti nei giardini intorno casa.
Intanto per restare in tema "primaverile" ho cominciato a leggere "Il disgelo" di Ilja Ehrenburg e ne sono ipnotizzato.
Stasera comunque si mangia roba nostrana. Alla fiera di Sesto abbiamo comprato salamini di Norcia, un pecorino sardo di media stagionatura, e una birra artigianale ambrata di Baladin.
Na zdorovje.

venerdì 9 aprile 2010

Un genio di nome Petulia

Il fatto è che una delle prime cose che faccio la mattina, aprendo internet, è andare a leggere il suo blog. Da oltre due anni.
E da due anni leggo questi suoi post fulminanti, divertentissimi, amari, profondi, intimi ma costruiti con mattoncini leggerissimi di parole.
Schegge di frasi che poi mi rimangono in testa durante il giorno.
Lei coi suoi fagotti, io con i miei ometti.
Ci siamo anche detti un sacco di volte che prima o poi ci incontreremo, e teniamo questa cosa in un cassetto, perché poi un giorno lo faremo. Intanto ci scambiamo qualche sms, e gli auguri per le feste comandate.

Ieri per esempio nel suo blog ha scritto una cosa così:
Stamattina tutti al bar per la colazione, non avendo caffè (Titti non chiedere) e porto Olmo a scuola.
Dico: ma com'è che non incontriamo nessuno? Non è che è tardi?
Poi guardo il mio orologio, scapigliato anche lui a furia di dar retta al mio battito, e segna le otto e mezza.
Olmo voliamo, è tardissimo, il portone è già chiuso.
E mentre spingiamo accaniti il portone si ferma una macchina: signora, la scuola è chiusa fino al 12.
Eccoci. Una mamma con i tacchi, un bimbo e una cartella.

Dato che la leggo da oltre due anni, e pure gratis, mi sembrava il minimo scrivere un post per dirle grazie. Adorabile Elena.

giovedì 8 aprile 2010

Un delitto

Quando leggo Bernanos, non so com'è ma mi sfugge sempre qualcosa.
Eppure io mi applico, davvero! Ci sono quelle belle atmosfere cupe, quei muri freddi e umidi delle canoniche di campagna. E tutti questi preti enigmatici, ché io dopo aver letto D'arzo sono affascinato da ogni storia dove c'è un prete. Una cosa attraentissima, insomma.
Eppure poi mi manca sempre qualcosa, come se ogni tanto saltasse via qualche frase, qualche pagina, qualche intreccio. E tendo a non capirci più niente. Tranne quelle belle atmosfere cupe, e tutti quei preti..

martedì 6 aprile 2010

Quel mascalzone di Mihaileanu

Radu Mihaileanu è il solito guascone, sempre un passo oltre il paradosso e il buffonesco. Ma adorabile e spassoso comunque.
E poi tutta l'ultima, infinita sequenza del concerto per violino di Cajkovskij strappa le budella, ti si mangia il cuore e te lo restituisce che è una poltiglia lacrimante.
Giusto per dire che alla fine ce l'abbiamo fatta, ad andare al cinema a vedere "Il concerto".

Ecco, se uno passasse di qui e vuole farsi ridurre il cuore in poltiglia, faccia pure:

prima parte



seconda parte

lunedì 5 aprile 2010

Šostakovič e Stalin

Aleksandr Fadeev scrisse "La giovane guardia" che rivelava il suo talento e poi decise di diventare uno scagnozzo di Stalin.
Babel' negli anni che si avvicinavano al grande terrore ridusse il suo enorme talento al silenzio, di cui si definiva un maestro.
Zoščenko e Achmatova attraversarono l'epoca staliniana con grandi sofferenze fino al rapporto di Zdanov del 1948 che metteva al bando tutta la loro opera.
Pasternak a Peredelkino si dibatteva alla ricerca di quell'opera in prosa che riassumesse il suo pensiero sull'arte e sulla vita.
Šostakovič scriveva opere. Faceva musica, riempiendola di sottotesti, allusioni, richiami. Veniva criticato, ridotto al silenzio, accusato di formalismo (il grande peccato nell'Urss staliniana) in riunioni pubbliche, in articoli sferzanti sulla Pravda, dai suoi stessi colleghi. E lui ricominciava a scrivere, a produrre musica, a riempirla di nuovo di sottotesti, di allusioni, di tutto ciò che la sua arte richiedeva.
Solomon Volkov nel suo libro "Šostakovič e Stalin" rievoca il periodo del terrore staliniano, il rapporto fra l'arte e il regime, le moltissime e differenti storie degli artisti, dei letterati, dei musicisti che si trovarono a vivere, o meglio a cercare di sopravvivere, nell'era staliniana.
La vita di Šostakovič e il suo rapporto con il tiranno sono semplicemente il filo conduttore che serve a Volkov per narrare quel periodo. E lui lo fa con la maestria del musicologo, diretto allievo di Šostakovič, e dello storico. Centrando il paragone fra Šostakovič e Stalin nella comparazione del rapporto fra Puškin e Nicola I. O ancora meglio nel rapporto descritto nel "Boris Godunov" fra lo zar e lo jurodivyj, il folle santo. Talmente folle e santo da potersi permettere, lui solo in fondo, di dire ciò che vuole in faccia allo zar.
Forse per questo Šostakovič sopravvisse al piccolo padre.

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domenica 4 aprile 2010

Lieldienas

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I lèttoni chiamano la pasqua così, Lieldienas, cioè il giorno grande. A me sembra un bel modo di nominare una festa.
A casa nostra, con il frigo pieno di cose buone da mangiare portate appena appena da oma arrivata da Riga, abbiamo seguito la tradizione, di una famiglia ormai internazionale. Per la parte della tradizione lèttone gli ometti hanno colorato le uova, immerse in un infuso d'acqua e bucce di cipolla rossa e decorate rivestendole di fiorellini.
Poi oma e mamma degli ometti hanno preparato i piragi ripieni di pancetta. Sulla tavola poi non poteva mancare ad ornamento un vaso con i Pūpoli, le infiorescenze dei pioppi tremuli che crescono nei boschi baltici.
Intanto a casa dei nonni italiani, la nonna umbra aveva sfornato una magnifica torta di pasqua al formaggio.
Priecigas Lieldienas!
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giovedì 1 aprile 2010

Come fu che alla fine Miss Staveley sposò Felix Graham

Quando si chiude l'ultima pagina delle oltre 800 di cui si compone Orley Farm, si ha la sensazione di lasciare un carissimo amico.
C'è tutta l'Inghilterra che si sogna in un romanzo dell'Ottocento: l'amore, la giustizia, il faticoso lavorìo interiore delle coscienze, gli intrecci di vite della piccola nobiltà e borghesia, con le loro vette di purezza e le meschinerie, i bicchieri di brandy e acqua, tutti i verdi dello Yorkshire.
Un Trollope ai suoi massimi livelli. Una meraviglia.

Ho come un cerchio alla testa

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A parte il mal di testa che mi affligge...
Questa è una delle "sculture" di paglia realizzate nel giardino botanico di Salalspils, una cittadina alle porte di Riga in cui risiede l'Istituto Forestale lèttone, dove un tempo lavorava la donna che nel cuor mi sta..