lunedì 31 maggio 2010

The last station

Direi che mi è piaciuto.
Abbastanza fedele alla realtà nella trama, che giustamente non individua in Certkov o in Sofja Tolstoja tutto il bene o tutto il male. Forse solo il buon Lev finisce per essere descritto soprattutto per le sue qualità, meno nelle sue contraddizioni e nelle sue intemperanze.
Ma la cosa che non convince del film è il cast totalmente anglosassone. Insomma, dopo averla vista nelle vesti della regina Elisabetta, non si riesce del tutto ad accettare Helen Mirren (fra l'altro stupendamente brava come sempre) nella parte della contessa Tolstoja. Insomma, fra i protagonisti non si vede un volto che sembri lontanamente russo.
Meno male che ci sono i boschi di betulle, altrimenti sembrerebbe di stare nello Yorkshire...
Però ottima la ricostruzione della stazione di Astapovo.

domenica 30 maggio 2010

News for today

L'ometto grande oggi ha fatto i suoi primi metri in bicicletta senza ruotine. Merito soprattutto di sua mamma che in queste settimane ci ha lasciato un polmone a forza di reggerlo per la sella...

Io sto quasi per lasciare quel pezzo di montagna e di mitteleuropa in cui mi sono aggirato in questi ultimi tempi. E intanto per inaugurare le mie riletture in tempo di chiusura della biblioteca, ho riaperto il buon soldato Svejk.

La Wii intanto non ha fatto danni particolari. Per ora la teniamo sotto controllo.

Nella finale di ieri sera dell'Eurofestival ha vinto, dopo diversi anni di digiuno, la Germania, grazie a Lena, con una canzone che in effetti si è un po' staccata dal consueto sfavillio di stangone caucasiche e band nordiche simil Scissor Sister.
E' stato forse il primo anno che sono rimasti fuori dalla finale tutti e tre i paesi baltici (e poi la chiamano "la terra che canta"..)
Per chi volesse, qui sotto c'è il video della canzone che ha vinto l'Eurofestival. Ah, la cantante tedesca si chiama Lena (non Nena, quella dei 99 luftballons...)

The end of the world as we know it

E' arrivata a casa nostra la Wii.
Niente sarà più come prima.

sabato 29 maggio 2010

Vorrei vivere in una conchiglia...

E' dunque andata in scena la "famigerata" recita di fine anno scolastico alla scuola materna dell'ometto grande. Forte era la tensione in famiglia, considerato che l'anno scorso, al primo anno di materna, l'ometto pianse quasi tutto il tempo, piantato davanti al pubblico di genitori e parenti vari, mentre con la sua classe singhiozzavano alcune canzoncine.
Quest'anno c'era una vera e propria piccola recita, con tanto di ballo a coppie, sul tema di Alice canterina. Ed è da diversi giorni che a casa proviamo la fatale battuta assegnata all'ometto: "Vorrei vivere in una conchiglia, ma il babbo e la mamma sono la mia famiglia", una roba che sentirla recitare dal proprio figlio a scuola muoverebbe alle lacrime anche l'ultimo sanguinario Taliban.
Eppure quest'anno abbiamo percepito subito che l'approccio dell'ometto era diverso dallo scorso anno, più tranquillo e disponibile. Tanto che alla recita ha fatto il suo bel figurone, con la frase della conchiglia che è andata benissimo (groppo in gola del padre compreso), e nel ballo a coppie è stato semplicemente perfetto, sorridente e sicuro di sé mentre faceva volteggiare la sua compagna di ballo.
E' stato proprio quel suo sorridere in ogni momento, mentre era in scena, che ci ha riscaldato il cuore.
Ok, un altro gradino l'abbiamo salito.

giovedì 27 maggio 2010

Babooshka babooshka

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"Il Post" (via Guardian) indaga sulle misteriose ragioni per cui Kate Bush ha smesso di fare concerti da 31 anni, dopo l'audacissimo e straordinario "Tour of life".

mercoledì 26 maggio 2010

Il luogotenente Schmidt

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"I campi e la lontananza si stendevano a ellisse."

..."Tutto finì. Scese la notte. Per Kiev
corse l'oscurità, scaraventando un'imposta sull'altra.
E piovve a scrosci. E come al tempo di Batyj,
il giorno passato divenne stranamente antico."

"Il luogotenente Schmidt" è uno dei primi tentativi di poesia narrativa di Pasternak.
L'idea gli venne da un questionario che Marina Cvetaeva compilò per il progetto di un dizionario bibliografico. Marina era una segreta, poi neppure segreta, passione di Pasternak.
La Cvetaeva nel questionario confessava la sua predilezione per la rivoluzione del 1905 e per un eroe di quel tempo, il luogotenente Schmidt. E il buon Pasternak prese questo suggerimento per farne un poema narrativo.
La Cvetaeva, che in compenso non lesinava maliziose crudeltà, stroncò la prima stesura del manoscritto, che riteneva fosse troppo pedante e troppo noiosamente avviluppata alle vicende giudiziarie della storia. La poesia narrativa ha un suo valore solo se è intrisa di lirismo e rifugge lo schematismo della storia che racconta. E quanto aveva ragione secondo me!
Fatto è che Pasternak corresse la sua prima stesura e la rese più lirica.
Per non mancare alla sua natura romantica e alla sua passione per Marina, pubblicò la sua opera, che uscì in frammenti nel 1926 sulla rivista Novyj Mir, facendola aprire da una poesia su un cervo in fuga. Era il pretesto per costruire un'acronimo della sua amata: C V E T A E V A si leggeva, mettendo in fila le iniziali di ogni verso della poesia.
Ebbe guai per questo Pasternak. Ma come, far introdurre un poema rivoluzionario, da un inno segreto composto per una poetessa in fuga dalla rivoluzione sovietica?

Schmidt è un eroe poco convenzionale, è per sua indole un mite. Non ha il fisico, né la fede del rivoluzionario di professione. Ma nelle insurrezioni del 1905 si trova quasi naturalmente dalla parte degli offesi, degli emarginati, dei miserevoli. Pasternak ne fa un eroe intellettuale quasi cechoviano, suscitando il malumore della Cvetaeva che non sopportava Cechov. E la lunga, talvolta oscura, talvolta pedissequa, poesia narravita che ne racconta le gesta, non diventa mai poesia epica. Pasternak resta, vorrei dire miracolosamente, aggrappato al suo lirismo, che gli consente di tenersi lontano dalla retorica più trivia, per confinarsi in un destino di isolata voce poetica, per mantenere quel suo profilo di distacco, di disincanto, di struggente dubbiosità.

"Quando cessò il torpore della mia sconvenienza,
mi accorsi di non sapere chi foste.
Il seguito è noto. E' difficile intendersi,
per incontrarsi in maniera così favolosa di nuovo.

Avete almeno meditato quanta ampiezza
ci sia qui per la fede? - Crucciarsi di uno sguardo,
sparire tra la folla, capitare di notte in un treno,
raggiustare l'ombrello e ritrovarsi accanto!"

(Il luogotentente Schmidt - Boris Pasternak, trad A.M.Ripellino - Einaudi)

Plaukstas lieluma pavasaris!

Giusto per l'effetto primaverile, e per consolarsi un po' della debacle lettone all'Eurofestival, oggi metto questi Prāta Vētra dal concerto del Mezaparks di un paio d'anni fa.




* La primavera a portata di mano

martedì 25 maggio 2010

Troix, deux, un...


E dunque anche quest'anno è giunto l'appuntamento con l'Eurofestival, stasera con la prima semifinale, giovedi la seconda, per finire sabato con la finale. Ricordate, quella cosa che un anno vinsero gli Abba con Waterloo?
Quest'anno si svolge a Oslo.
L'Italia non vi partecipa da tempo. Io da qualche anno, da quando ho un po' preso la nazionalità lettone, seguo l'Eurofestival con quella specie di curioso interesse che contagia soprattutto l'est e il nord Europa, le zone in cui l'Eurofestival è rimasto importante e seguito.
Ormai è un carrozzone di luci e pallettes, di canzoni quasi tutte fatte di un pop leggero e ammiccante alla peggior musica occidentale. Ragazze ampiamente svestite, quasi tutte aspiranti cloni di Britney Spears o Cristina Aguilera, le solite coreografie sgambettanti, i cambi d'abito come requisito essenziale. Mi immagino solo i loro manager, con collane d'oro sul petto villoso e cellulari chiassosissimi.
Ma insieme a questa fauna c'è un'atmosfera nell'Eurofestival talmente ingenua, gioiosa, scalpitante, appassionata, l'ultima cosa che ancora ha il sapore di un "Giochi senza Frontiere". Certe volte prima dell'inizio di una canzone uno si aspetta quasi di vedere Guido Pancaldi e Gennaro Olivieri far capolino con il fischietto in bocca.
E poi alla fine il giochino di vedere per quale canzone hanno votato i serbi, o chi hanno preferito i russi, a chi hanno dato il voto gli ungheresi, è elettrizzante.
Comunque anche il panorama delle canzoni in gara a volte regala qualche perla. Uno degli scorsi anni mi ricordo un gruppo di bosniaci completamente pazzi ma divertentissimi. E' un peccato che per inseguire il modello del peggior pop anglosassone, moltissime delle nazioni in gara abbiano ormai rinuciato a presentare canzoni in linea con il loro folk e i loro suoni tradizionali.
Quest'anno la Lettonia porta in gara Aisha. Una biondina carina carina, con una canzone che a sentirla nelle prove non dice proprio niente. Ma più o meno in linea con il livello generale dell'Eurofestival.
Comunque io stasera mi sintonizzo su RTR Planeta, la tv russa, o su quella rumena, o su quella polacca, e me lo guardo l'Eurofestival. Vedi mai che spuntasse davvero Guido Pancaldi col fischietto.

Nella foto Aisha, in gara per la Lettonia all'Eurofestival.

lunedì 24 maggio 2010

Padri e figli

Io e Francesco ci conosciamo dai tempi di scuola.
Abbiamo condiviso per cinque anni lo stesso banco al Liceo Classico. Cinque anni, sempre lo stesso banco, il terzo della fila sinistra, accanto alla finestra. Ci piaceva ogni tanto buttare lo sguardo sui pini di piazza della Vittoria. Lui sapeva tradurre dal greco da Dio, ed era in generale uno dei migliori in quasi tutte le materie.
Ci piacevano gli stessi sport, quasi sempre la stessa musica, le stesse battute, il medesimo senso dell'umorismo. Bastava uno sguardo per capirsi al volo. Un'amicizia che dura una vita, fatta di parole dette nella quantità appena bastante. Ma è così per noi.
Siamo stati al primo concerto di Bruce Springsteen nell'85 a San Siro, ci siamo visti insieme non so quante volte i concerti di Guccini, Vecchioni, De Gregori, Fossati, e compagnia.
Soprattutto abbiamo passato pomeriggi meravigliosi a casa sua, in una zona periferica e allora quasi di campagna, che aveva un cortile e un grande orto. C'era un canestro da basket, di quelli veri, ed era fantastico sfidarci uno contro uno tipo playground americano. E poi le partite a ping pong, e quelle a tennis, in quel campo disegnato su una strada d'asfalto che rimase chiusa per anni e anni. Sembrava messa lì giusto per le nostre partite.
L'altro giorno sono tornato in quella casa dei suoi genitori, ed era ancora tutto come allora, a parte la ragnatela di strade e fabbriche che ci hanno costruito intorno, e a parte il canestro da basket che non c'è più.
E l'altro giorno ci ha riempito di tenerezza vedere i nostri figli, il mio ometto grande e il suo, giocare a calcio, inseguirsi con le biciclette, fare le prove di una amicizia da giochi di cortile, proprio in quel cortile in cui la nostra amicizia si è ritagliata i ricordi più intensi e vivi.
Due bambini timidi e introversi che quando stanno insieme sembra, come per magia, non abbiano muri da superare. Davvero a somiglianza dei padri.

domenica 23 maggio 2010

Quello con il numero 68

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Negli anni in cui la Repubblica Ceca era un po' la mia seconda casa e patria, Jaromir Jagr era già uno dei giocatori di hockey più famosi del mondo. Si era nel cuore degli anni novanta e Jaromir Jagr era la stella dei Pittsburgh Penguins, dove avrebbe vinto due Stanley Cup, e per cinque volte il titolo di capocannoniere della NHL. Fu il primo giocatore cecoslovacco (prima scelta nel draft del 1990) a poter lasciare il paese per giocare nella NHL americana.
A Praga, come nel più piccolo paese della Moravia o della Boemia, ogni bambino portava l'immagine di Jagr, o quella di Hasek, l'altra grande stella dell'hockey ceco di quegli anni, sulle cartelle, sui diari di scuola, sulle figurine attaccate al frigo di casa. O se non la faccia di Jagr, almeno il numero 68.
Jagr porta da sempre il numero 68, in ricordo della rivoluzione di Praga di quell'anno, in cui morirono i suoi nonni. E' stato il leader della squadra nazionale ceca che nel 2001 vinse una Olimpiade.
Insomma, un eroe nell'immaginario nazionale ceco pari a Havel.
Tutto questo per dire che averlo rivisto, ieri sera a 38 anni suonati, giocare una finale dei campionati del mondo di hockey contro la Russia di Ovechkin (quello che nella NHL ha ora preso il suo posto come stella assoluta), mi ha fatto venire un bel po' di brividi. E un mare di nostalgia.
Ah per la cronaca, ieri sera la Repubblica Ceca ha vinto 2-1 laureandosi campione del mondo, e Jagr è stato l'autore dell'assist per la prima rete ceca.
Me la sarei goduta un mondo ieri sera poter festeggiare con un boccale di Staropramen in Vaclavske Namestì.



venerdì 21 maggio 2010

Ziedēšanas laiks


Nel giardino botanico accanto all'Istituto Forestale di Salaspils, alle porte di Riga, dove un tempo lavorava la bibliotecaria del mio cuore, è tempo di fioriture.
Sono sbocciati i tulipani, i rododendri, i fiori di pulsatilla, i lillà, vari alberi da frutto, in un giardino botanico che presenta migliaia di specie diverse di piante.
Il giardino dell'Istituto Forestale è aperto ai visitatori ogni giorno. Si raggiunge con un treno che da Riga giunge alla piccola stazioncina di Salaspils. In mezzo ai boschi di betulle e di pini, attraverso un dedalo di stradine costellate da casettine con gli orti coi meli e i susini, ad un certo punto appare questa stazioncina, e subito oltre la strada, il grande parco dell'Istituto Forestale.
Uno dei miei primi ricordi in terra lèttone, quelle strade che un giorno facemmo, mangiando un gelato e respirando quell'aria umida e bollente di umori dopo un temporale agostano.

*Tempo di fioriture

mercoledì 19 maggio 2010

Nella veranda di Jasnaja Poljana

"Nel 1877, la primavera si annunciò all'inizio di maggio, quando sopra una pozza che stava per seccarsi apparvero delle piccole farfalle appena dischiuse - blu e mauve. Allora il tempo diventò chiaro, l'acqua bruna, la cicuta si coprì di piccoli fiori bianchi, tutta la bassa boscaglia della vecchia foresta diventò di un verde troppo intenso, suscitando uno strano senso di mistero e di apprensione."

Lo so che così è facile. Prendi Tolstoj, te lo fai raccontare da Citati, e ti siedi sulla panca nella veranda di Jasnaja Poljana, mentre il samovar bolle, nella sala da pranzo Lev e zia Pelageja sono alle prese con un solitario, e di fronte a te ribolle la natura russa in tutte le sue forme.

"L'assenzio germogliava. Il tussilago si gonfiava in bottoni. Il noce fioriva. Il salice era tutto odoroso.
Alle quattro di mattina, sul prato oscurato dalla rugiada, l'acetosa selvaggia luceva di uno splendore cupo. Alle sette, sotto i raggi obliqui del sole, delle gocce brillavano all'estremità delle erbe. Il sentiero nel sottobosco, nero a forza di essere calpestato, era coperto dai petali del marasco a grappoli, che sembravano neve."

Citati addenta subito la polpa. Tanto che nella sua biografia fa esordire Tolstoj già adolescente, alle prese con le prime vanità del suo smisurato ego. E penetra nella vita di Tolstoj addentrandosi dentro le sue opere, ripercorrendo l'una attraverso le altre, scomponendo e rimettendo insieme i pezzi di Guerra e Pace, Anna Karenina, La sonata a Kreutzer, La morte di Ivan Il'ic, e tutto il resto per farci intendere il processo creativo di Tolstoj, la sua originalità, la forza delle sue contraddizioni, l'imprevedibilità delle sue costruzioni, i suoi personaggi senza forma e con i tratti psicologici creati su piccoli accenni, improvvise fulminazioni, il suo calarsi in tutti i suoi personaggi perché capace di non esserne davvero nessuno. E tutto intorno lei, la sua vera dea russa, la campagna, i contadini, i campi di grano saraceno che ribollono di vita. Davvero come Nataša che danza al braccio di un mužik.

"Alle due Tolstoj camminava nella prateria alta e grassa. C'era silenzio, e un odore dolce e avvolgente - senape dei campi, trifoglio bianco - regnava e stordiva. Il grano saraceno si diffondeva come latte: dovunque delle onde lanuginose, le file bagnate si stendevano confusamente e, accanto al saraceno bianco e scarlatto, apparvero delle farfalle bianche."

Io da qui non mi muovo, si capisce.

La memoria contesa

E' il 29 febbraio del 1944. Nel villaggio di Mazie Bati, in Lettonia, i contadini danno rifugio a dodici partigiani russi. Li nascondono dentro un granaio. Il villaggio è sulla linea del fronte, e la guerra infuria in tutta la regione.
C'è una delazione. Probabilmente provenie da qualcuno che risiede nel villaggio. I tedeschi entrano nel villaggio e danno fuoco al granaio. I dodici sovietici muoiono fra le fiamme, nel gruppo dei partigiani c'è anche un bambino di sette mesi, e sua madre, moglie del capo di quei partigiani.

E' il 27 maggio del 1944. Un pomeriggio soleggiato e stancamente silenzioso, nel villaggio di Mazie Bati. Una pattuglia di soldati sovietici, del primo battaglione partigiano lettone, al comando di Vasilij Kononov, entra nel villaggio. Sono stati paracadutati pochi giorni prima oltre le linee nemiche, in territorio occupato dai tedeschi. Hanno rubato le divise delle SS e con questo travestimento entrano indisturbati nel villaggio.
Sanno cosa cercare. Prendono nove persone, fra cui una donna incinta, scaricano addosso ad ognuna di loro una raffica di mitragliate. Erano accusati di aver tradito i partigiani russi caduti in febbraio.

Nel 1998 Vasilij Kononov, che nel frattempo era diventato un funzionario di polizia sovietico in attività a Riga, viene arrestato e successivamente condannato per crimini di guerra. La Russia si oppone fortemente a questa sentenza, concede la cittadinanza russa a Kononov (in precedenza era un cittadino lèttone), lo difende in ogni aula di tribunale. Fino a portare la questione di fronte alla Corte Europea dei diritti dell'uomo.
La Corte ha emesso l'altro ieri la sua sentenza definitiva. E' stata riconosciuta la lettiggimità del tribunale lèttone di condannarlo per crimini di guerra.
Vari giuristi sostengono che questa sentenza segna una importante innovazione nella giursisprudenza sui crimini di guerra. Anche i vincitori di una guerra possono essere sottoposti a tale giurisdizione nel caso abbiano commesso dei crimini. Anche qualora combattessero contro il nazismo.
Non starò a elencare tutte le vicissitudini di quel processo. I contadini di quel villaggio si sono sempre discolpati, dicono che i tedeschi hanno bruciato il granaio senza sapere che ci fosse qualcuno dentro. E che nessuno fece delazioni alla SS. Ma sarebbe difficile ormai distinguere persino le ombre di questa storia.
Può sembrare una cosa banale, ma in Lettonia quando si parla di memoria storica niente è semplice. E' tutto estremamente complesso e spesso intriso di sangue.
..

lunedì 17 maggio 2010

Passatempi serali

E' una sera di tiepidi passatempi e piccoli vizi.
Gli ometti dopo cena se ne stanno accoccolati uno accanto all'altro sul divano, a sgranocchiare cioco-pops mentre guardano Garfield.
Noi dopo un roast beef annaffiato da un Morellino ci distraiamo leggendo notizie dalla Lettonia sui quotidiani online.
Napo intanto è acciambellato sulla pelliccia di agnello del divanetto in un angolo del soggiorno.
La nonna lèttone sabato è tornata a casa a Riga. E Daniele ricomincia a guardare gli aerei che si levano in volo di fronte alla nostra terrazza chiamandola con fiduciosa, infantile certezza: "Oma, oma!".
Se avesse sufficienti parole, saprebbe dirle che ci manca.

domenica 16 maggio 2010

Nel bosco

Boris Pasternak (trad. A.M. Ripellino)

I prati sentivano nausea dell'afa gridellina,
nel bosco saliva a nuvoli un buio di cattedrale
che restava nel mondo per quei due da baciare?
Esso era tutto di loro come una molle cera fra le dita.

Esiste un sonno siffatto: non dormi ma sogni soltanto,
che hai sete di sonno; che sonnecchia un uomo,
cui attraverso il sonno bruciano le ciglia
due neri soli battendo di sotto le palpebre.

Fluivano raggi, fluivano scarabei cangianti,
il vetro delle libellule andava su e giù per le guance.
Il bosco era pieno di un lucciolìo minuzioso,
come sotto le pinzette di un orologiaio.

Pareva che si fosse addormentato al tic tac d'un quadrante
mentre di sopra, nell'ambra acerba
secondo l'afa spostavano le sfere
di un più preciso orologio nell'etere.

Lo regolavano, scuotendo gli aghi,
e seminavano l'ombra, fiaccando e forando
il buio che si era levato come un'alberatura
nel languore del giorno, sul quadrante turchino.

Pareva che una vetusta felicità si sfrondasse.
Il bosco pareva in balia d'un tramonto di sogni.
I felici non osservano orologi,
ma quei due pareva che solo dormissero.

mercoledì 12 maggio 2010

Conversazioni sulle cose essenziali

"Le ho mandato le poesie perché nella vita c'è sempre una promessa non mantenuta, un'azione non compiuta, un'intenzione non realizzata e la paura di pentirsi di non aver portato a compimento quella promessa, azione, intenzione."

E' il luglio del 1952.
Varlam Šalamov ha 45 anni, e ne ha già passati quindici deportato nei campi della Kolyma. Non è più prigioniero, ma ancora confinato. Scrive a Pasternak, che non lo conosce e allega alla lettera due libretti di poesie da lui scritte nel Gulag. Gli scrive per la sconfinata stima e amore del poeta dei cui versi è vissuto per vent'anni.

"Conosco persone che sono vissute, sopravvissute grazie ai suoi versi, grazie alla percezione del mondo che i suoi versi comunicavano - proprio quelli che adesso sono destinati alle fiamme. Ha mai pensato a questo? Agli esseri umani che sono rimasti esseri umani soltanto perché con sé avevano le sue parole, i suoi disegni e pensieri?"

Pasternak risponde. Nel dicembre di quello stesso anno un telegramma avvisa Šalamov che una lettera lo attende all'ufficio di posta, lontano dal suo villaggio centinaia di chilometri. Šalamov li percorre in diversi giorni, al gelo, su slitte trainate da cani, da renne, su camion, a piedi. Va a prendersi la lettera che lo restituisce alla vita e all'arte.
Di questo parleranno negli anni successivi Šalamov e Pasternak, in un lungo epistolario e in incontri diretti, dopo il ritorno di Šalamov dal confino. Conversazioni sulle cose essenziali le chiama Šalamov, più essenziali dell'Estremo nord. Cosa c'è di più essenziale del gulag, dell'Estremo nord, della Kolyma? L'arte.
Parleranno dell'arte, della poesia, dell'importanza della rima nella creazione poetica, dell'influenza di Annenskij, di Blok, e poi di Zivago, che Pasternak compone negli anni dell'epistolario con Šalamov, e di cui Šalamov è uno dei primi recensori.
Poche volte mi è capitato di sentirmi ad un passo, un passo soltanto, da quella porta dietro la quale c'è il significato, il senso ultimo e profondo della poesia, e dello scrivere, come dopo aver letto il carteggio fra Šalamov e Pasternak. Dietro quelle parole salvate dalla fiamme quasi mi pareva di aver capito cos'è la poesia.

"Ho capito che ciò che fa uno scrittore è la pressione poetica a sentire profondamente un'impressione, come se le parole volessero salvarsi da un incendio scoppiato da qualche parte nell'intimo per un motivo casuale, e si sprigionassero, si precipitassero fuori sulla carta."


martedì 11 maggio 2010

Quando la biblioteca trasloca

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La biblioteca del mio paese ha chiuso per trasloco. Da adesso e per diversi mesi sono sospesi i prestiti.
Non che la cosa mi abbia colto di sorpresa: la mia bibliotecaria di fiducia mi aveva avvertito per tempo. Anzi già da vari mesi mi mette in allarme per il fatto che la nuova sede della Biblioteca sarà fuori dal centro di Sesto: la spostano alla Villa di Doccia, quasi a ridosso delle pendici di Monte Morello, nell'area che ospitava le Manifatture della Richard Ginori, la fabbrica di ceramiche sestese. Lì il Comune di Sesto ha deciso di creare il polo culturale del paese.
Tutto bello, tranne il fatto che il luogo di lavoro della mia bibliotecaria si allontana da casa nostra. E tranne il fatto che una Biblioteca comunale, di norma, dovrebbe stare nel centro di un paese.
E poi ci sono questi mesi in cui il prestito è sospeso, e io mi sento un po' come se mi avessero tolto la macchina, o il cellulare. Direi peggio anzi.
Così, come uno scoiattolo che raccoglie noci, ghiande e castagne per fare provvigioni in vista dell'inverno, anche io in questi ultimi mesi ho comprato, piano piano, fra internet e alcune visite all'unica libreria che ormai riesco a frequentare, vari libri che ho accatastato in un ripiano della mia libreria. Ci sono, manco a dirlo, diversi russi, da Gorkij a Bunin, Saltikov Ščedrin e Il'if e Petrov, fino a Pil'njak e soprattutto la Kolyma di Šalamov che mi attende da tempo ormai. E poi la biografia di Tolstoj di Citati.
Di contorno ai russi ho accumulato un po' di classici francesi, fra Balzac e Maupassant, e poi un altro pezzo del ciclo del Barset di Trollope.
Insomma, roba per lo più classica, perché ormai, da bibliotecariofilo che gioca d'azzardo, almeno quando compro cerco di andare sul sicuro.
E soprattutto, in questi mesi, mi dedicherò alle riletture. E' tornato il momento per risfogliare i racconti di Cechov e Nabokov, il buon Svejk di Hasek, le novelle yiddish di Singer, e poi Vasilj Grossmann. Il sacco con le nocciole e le castagne è pronto per essere aperto.
:
Nella foto, Villa La Corte a Doccia, dove si trasferirà la biblioteca di Sesto Fiorentino (da http://www.docciaservice.it/)

lunedì 10 maggio 2010

Le bandiere rosse in Uzvaras Parks.


In Lettonia le cose non sono mai semplici e chiare.
In un paese spaccato a metà fra lèttoni di lingua madre e russofoni, con un passato e una storia ancora non condivisi, ogni evento, ogni celebrazione, ogni anniversario diventa il campo di battaglia per ulteriori contrasti e polemiche.
Il 9 maggio, la festa russa che celebra la vittoria dell'Armata Rossa contro il nazismo, è uno di quei momenti in cui la Lettonia si spacca. Troppo grandi le ferite ancora, troppo profondo l'odio e il rancore. Perché se il 9 maggio significa la sconfitta del nazismo, per il lèttoni è anche l'inizio dell'occupazione russa, è la data di nascita della dittatura sovietica sul paese.
Dietro la lente della storia diventano labili e sfumati i contorni dei veterani di guerra: i veterani di guerra russi che scacciavano dal suolo lèttone le truppe tedesche, i legionari lèttoni che combattevano nelle fila delle SS in ritirata con l'obbiettivo di salvare il paese dall'occupazione sovietica. E poi le deportazioni nei campi siberiani di migliaia di lèttoni, e le fosse comuni di Rumbula, dove le SS trucidarono migliaia di ebrei prima di abbandonare la Lettonia. I liberatori che diventano aguzzini, gli occupanti che lasciano devastazioni e morti. E nel mezzo un piccolo paese soffocato e annientato da forze tanto più grandi e terribili.
Riaprire le pagine della storia, ogni volta che cade un anniversario, qui non è ancora l'occasione per un sentire condiviso, per una celebrazione che rincuori gli animi. E così anche la partecipazione di uno dei cantautori lèttoni più amati, Ainars Mielavs, alle celebrazioni a Riga, nel Parco della Vittoria in Pardaugava, diventa terreno di scontro etnico. Perché Mielavs decide di cantare anche canzoni in lingua russa. Una specie di oltraggio per molti lèttoni. La sua giustificazione? "Ci sono stati venti milioni di russi morti nella seconda guerra mondiale. E poi io ho vissuto per anni con dei vicini russi, che mi sembravano gente perbene. Come ce n'è da ogni parte".
Sembra una cosa banale. Ma in realtà tutto diventa sempre molto complicato, in questo piccolo scorcio di baltico. Rivedere bandiere rosse issate al vento da queste parti è una cosa che fa ancora tremare le vene.


Nella foto le celebrazioni del 9 maggio a Riga, in Uzvaras Parks (da Diena.lv)

domenica 9 maggio 2010

Un pomeriggio con Bruno lo zozzo


Ecco il padre che sarebbe bello essere!
Pensavo così oggi pomeriggio mentre eravamo con gli ometti ad assistere ad uno degli eventi sestesi di Maggio Libri. Nella saletta c'erano tanti bambini che guardavano con occhi rapiti Simone Frasca, un bravissimo illustratore e scrittore di libri per bambini, che per l'occasione disegnava e raccontava le storie di Bruno lo zozzo, intrattenendo i bambini con grande maestria e dolcezza. La fortuna è che l'autore in questione è anche il padre di Giulio, uno dei compagni di classe di scuola materna dell'ometto grande, e dunque varie sono state già le occasioni di incontro a feste varie o semplicemente all'uscita della scuola.
Alla fine dei racconti i bambini potevano chiedere un disegno con tema a loro scelta. Un po' tutti l'hanno fatto, tranne ovviamente l'ometto grande, già perso nelle sue timidezze e nelle sue distrazioni... Meno male che la mamma di Giulio salutandoci gli ha detto: vabbè dai Fabio, il disegno per te lo portiamo domani all'asilo.
Però, ancora pensavo, che bello poter essere quel padre lì.


venerdì 7 maggio 2010

Gatavi!*

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Oggi in Germania inizia il Campionato del Mondo di Hockey su ghiacchio.
E in Lettonia la tensione comincia a salire. A casa nostra pure.

* pronti!

giovedì 6 maggio 2010

Gli autobus della vittoria

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Il 9 maggio si celebra in Russia la vittoria sul nazismo. A San Pietroburgo per l'occasione hanno messo l'immagine di Stalin sugli autobus. Cioè del comandante in capo che nel giugno del 1941, unico fra i suoi generali, non capì che la Germania si preparava ad invadere la Russia, e che nelle settimane successive fu preso dal panico e lascio il paese in balia delle truppe tedesche. E che infine, negli anni successivi, fece fuori la gran parte degli ufficiali dello stato maggiore che avevano sconfitto l'esercito nazista, perché quegli eroi gli facevano ombra.
Nostalgia canaglia.

mercoledì 5 maggio 2010

Milena, l'amica di Kafka

"L'uomo giusto non è mai venuto... Tutto sommato c'erano sempre troppe chiacchiere, troppa nevrastenia e troppa astrazione dalla realtà... Tanti di loro avevano paura di vivere, e io alla fin fine dovevo sempre rincuorarli.
Le cose in realtà sarebbero dovute andare diversamente. Ho spesso desiderato avere molti figli, mungere le mucche, poter badare alle anatre e avere un marito che di tanto in tanto mi picchiasse di santa ragione. Nel profondo del cuore io sono una contadina ceca. La cosiddetta componente intellettuale è in me soltanto uno sventurato accidente".
Mužsky – to nejsou lidí! (Uomini sono, non gente normale)

Milena Jesenska

martedì 4 maggio 2010

Independence Day

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Neatkaribas gadadiena. Il 4 maggio 1990, venti anni fa, i lèttoni decidevano che era il momento di ritornare indipendenti. Il Parlamento lèttone si riuniva per emettere un decreto di indipendenza. L'Urss ancora esisteva, e non era per niente d'accordo.
Poi nel 1991 ci vollero le barricate. Ma intanto si mettevano in chiaro le cose.
Insomma oggi è stato un giorno di festa. E a sera tutti a cantare tautas dziesmas*, ché per i lèttoni ogni occasione è buona.

*canzoni popolari

domenica 2 maggio 2010

L'importanza di chiamarsi Orlando


La storia è buffissima e nello stesso tempo sconfortante. In Italia ne hanno scritto Repubblica e La Stampa, ma ha fatto il giro del mondo, specie nei circoli letterari.
Orlando Figes è un celebre scrittore e storico russo, nonché professore di Storia Russa al Birkbeck College, Università di Londra. Ho amato molto alcuni suoi libri sulla Russia, come "La tragedia di un popolo" e "Sospetto e silenzio", e trovo "La danza di Nataša" un capolavoro, un meraviglioso lavoro sulla cultura e la storia russa dell'ottocento.
Figes è dunque un autore molto conosciuto e rispettato. Non abbastanza, però, secondo le sue ambizioni. Dunque un bel giorno ha iniziato a scrivere sotto falso nome commenti denigratori su Amazon su libri e saggi di storia russa scritti da suoi colleghi. Denigrava quei libri e nello stesso tempo tesseva lodi delle opere scritte da Orlando Figes. E sapete con quale pseudonimo si firmava in calce ai commenti? Historian Orlando Birkbeck. Non John Taylor, physician, oppure Vasilj Barishnikov, stakhanovist. No, proprio Orlando Birkbeck (il nome del college dove insegna), storico.
Ora, essendo Figes un esteta, e amando moltissimo il suo nome proprio, non è riuscito a farne a meno neppure nell'inventarsi uno pseudonimo. Hanno detto che era un modo per discolparsi da eventuali accuse, del tipo "se fossi stato io a scrivere quei commenti, vi pare sarei stato così stupido da inventarmi quello pseudonimo?"
Sì, è stato proprio così stupido. E la cosa mi getta ancora più nello sconforto, perché amare i libri di uno scrittore poco di buono si può accettare (quanti ce ne saranno stati..), ma amare i libri di uno scrittore stupido deprime un po'.
Ancora più meschino il fatto che appena i sospetti si sono indirizzati su Figes (e non ci voleva Sherlock Holmes), il buon Orlando ha fatto scrivere al proprio avvocato un comunicato in cui si confessava che in effetti i commenti erano stati scritti dal suo computer, ma era stata la moglie, ad insaputa dello stesso Figes. Un folle gesto d'amore, assoluto e cieco, alla Anna Karenina insomma.
Ma si può reggere il peso di una vergogna simile? No, anche l'Orlando senza scrupoli dopo qualche giorno ha ceduto e ha confessato il crimine, scusandosi con i colleghi da lui denigrati, con la moglie e i propri lettori. Sembra che questo gli costerà la cattedra all'Università e il contratto con il proprio editore. E tutto per aver scritto qualche commento meschino su Amazon. Se penso a quello che succede in Italia per il Premio Strega, o gli scandali del Grinzane... D'accordo, meglio non pensarci.
La storia mette in rilievo comunque l'importanza dei commenti dei lettori sui siti di vendita o di discussione di libri, e quanto questo cominci a pesare anche nella considerazione degli stessi autori. In Italia penso ad IBS ad esempio, e poi ovviamente ad Anobii.
Ormai i lettori abituati a selezionare le proprie scelte anche attraverso internet tendono a dare più peso ai commenti di altri lettori attenti, appassionati e che si immagina non abbiano secondi fini se non il piacere della lettura e i propri gusti personali, piuttosto che tener conto delle recensioni di giornali o critici letterari. Io ad esempio mi fido molto di più di una recensione di Gabrilu sul suo blog, del laboratorio di Jacqueline, o di quello che leggo nei commenti di Giusi, Fiamma o Elena in Anobii, piuttosto che della fascetta sul libro che reclamizza recensioni strepitose del Messaggero o del Corriere.
Certo, ci vuole un po' di avvedutezza. Se vi capitasse di leggere su Anobii un commento a "Il nome della Rosa" di tale Umberto Rimbombo, semiologo, siete avvertiti...

sabato 1 maggio 2010

Come se parlassero le foglie

Non me ne vorrà, spero, Camilla se prendo in prestito una bellissima cosa che mi ha scritto l'altro giorno sulla lingua lèttone, una testimonianza d'amore per questo paese e per la sua lingua che non avevo mai sentito da un non lèttone.
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Mi piace tanto. è una lingua romantica, naturale. a volte quando sento le fronde degli alberi che stormiscono mi sembra che qualcuno parli lettone, con tutte le "s", e mi ricordo di quel ragazzo che vedemmo uscire da un cespuglio (così, senza apparente motivo), lungo il ciglio della strada, presso Āraiši....
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E mi fa sorridere sentire l'ometto piccolo, nelle sue prime uscite in lingua lèttone, con quella fessurina fra gli incisivi centrali, pronunciare la sua "s" lettone come un sshh sussurrante e dolcissimo. Karssshht, shilts, bumbierissh, shlapsh...
Altre tenere foglie che ballano al vento.