mercoledì 30 giugno 2010

Una notte di Riga

Qui a Riga, in questi giorni, le notti sono fatte di un lunghissimo tramonto. Alle 23 il cielo e' ancora arrossato dal crepuscolo dietro le ultime betulle del mio panorama di Pardaugava, mentre sopra le nostre teste l'altissimo cielo del nord resiste alla notte risplendendo di un azzurro intenso e profondo.
C'e' un contrasto stridente fra il triste motivo che ci ha portati qui, precipitandoci a prendere il primo aereo disponibile, e la bellezza stupefacente di queste sere luminose.
Solo verso la mezzanotte le sagome dei pioppi e delle betulle qui di fronte si tingono di un'ombra scura e il cielo si fa piu' opaco, quasi si accordasse con il nostro dolore.
E' allora che mi prende una voglia di camminarci dentro questa notte ingiusta e bellissima, prendere le strade silenziose di Pardaugava, ascoltare il lento fruscio delle foglie tremule dei pioppi ormai scuri, e raggiungere Arkadijas Parks. Dove ci sara' almeno quella lenta musica delle acque del Mārupite a fare compagnia, e sul laghetto dove di giorno giocano le anatre, un ultimo riflesso di luce di questa notte, da raccogliere fra le mani.

lunedì 28 giugno 2010

Voglia di un niente

Di trattenere ancora un po' fra le dita quel po' di sabbia, il sapore dei gamberoni in guazzetto, le lunghe e tenere chiacchierate di quello piccolino, le corse e i tuffi di quello grande.
E poi srotolare piano i filamenti di questi giorni masticati insieme, morso per morso, sguardo per sguardo, come un'albicocca matura.
E quel vino bianco che dividevamo alla fine delle nostre giornate fatte di corse a perdifiato sulla sabbia, chini a raccogliere i pezzi di tutte le cose che gli ometti si abbandonavano dietro.
Per ritrovarsi, due, almeno un po', sullo sfondo di quei crepuscoli rossi.


mercoledì 23 giugno 2010

Una corsa intorno al fuoco

(Un racconto di San Giovanni)

Nathan sbuffava, scalpitando contro le balle di fieno dentro la stalla. Sembrava sentisse che quella non era una giornata come le altre.
Fin dall'alba Viktors era passato a spazzolarlo e a portargli acqua e mangime. Intanto il piccolo Arturs continuava a corrergli intorno come un matto, con l'eccitazione di un bambino di cinque anni di fronte alla prospettiva di una lunga cavalcata notturna con il padre.
Una fine di giugno che sgocciolava via in giornate di un caldo riposante e quieto. La festa di Jaņi giungeva attesa come sempre, solstizio d'estate che tutta la Lettonia si preparava a celebrare quella notte, infiammando di fuochi scoppiettanti le cataste di legno su cui si faceva cerchio, cantando fino all'alba. Le città si svuotavano e ogni fattoria, casolare, baracca di campagna si riempiva di famiglie riunite per l'occasione, a mangiare formaggio al cumino e bere birra. Le ragazze vestite di fiori, con il capo ornato da corone di piante intrecciate, gli uomini alle prese con i fuochi rituali. Notte magica, il 23 giugno, notte di euforia pagana, notte di un buio breve, di tramonto e alba che si congiungono.

Viktors finalmente portò fuori Nathan, lo attaccò al carro, e montò a cassetta per guidarlo verso l'uscita del recinto. Arturs corse fuori di casa poi, raggiunto il carro, con un balzo saltò sopra, sistemandosi a sedere accanto al padre. Li accompagnava, lungo il sentiero che costeggiava il fiume, un vento tiepido, mentre i raggi del sole sfrigolavano via piano, cedendo il posto ad un alone di luce diffusa e insistente. Passarono accanto al casolare di Valters, quindi oltrepassarono la fattoria delle sorelle Liepina. Arturs fece in tempo a sporsi indietro con la testa, per salutare, orgoglioso, Ilze, con cui spesso giocava in riva al fiume. Presero quindi la strada che conduceva verso le grandi pianure.

Il primo fuoco che incontrarono fu nei dintorni di Auri. Si scorgeva il fumo salire dal fianco di una piccola collinetta. Si inoltrarono dentro un boschetto di betulle, dove Viktors ebbe un bel daffare per tenere Nathan e il carretto sullo stretto sentiero che era tracciato in mezzo ai lisci fusti biancheggianti.
La luce bassa dei raggi filtrava a intermittenza, mantenendo però un alone cangiante al di sopra degli alberi. Infine quei raggi saltellanti si sciolsero in una pozza di languido chiarore appena il carro uscì nella radura che si apriva su un lago. Padre e figlio ne approfittarono per scendere dal carro. Arturs si gettò correndo verso quello specchio immobile. Con l'acqua fino alle caviglie cercava di raccogliere gli arbusti e le canne che emergevano da quello spicchio di lago. "Ci siamo dimenticati delle canne, papà! Ne prendiamo qualcuna qui?" "D'accordo. Ma vedi di non finire dentro qualche buca profonda".

Era impossibile calcolare che ora fosse. Ma quella sera lunghissima e lucente dava il tempo e i rintocchi all'uomo con un battito di secondi tutto suo. Nessun orologio sarebbe stato in grado di calcolare quello scorrere delle ore.
A Viktors pareva che fosse un tempo infinito e immobile. Si appoggiò ad un tronco abbattuto, di fronte alla riva terrosa del lago e aspettò che suo figlio terminasse la sua raccolta. Lo osservava con quello sguardo stupito e fiero, che non riusciva più a togliersi dal viso. Da quando erano rimasti soli. Non era sempre facile fra loro. Custodivano sentimenti segreti, di cui non riuscivano a parlare. Quando c'era sua madre, era lei che sapeva parlargli, con espressioni di una disarmante semplicità. Sembrava tutto facile. Viktors invece finiva col trasformare ogni dialogo con il figlio in una baruffa di giochi e corse che eccitavano il piccolo Arturs, ma poi lasciavano un affannoso respiro corto, privo di parole che spiegassero. Privo di una reale comunicazione. E ora c'era quel grumo fresco di indicibile dolore, che loro non riuscivano a condividere se non in un silenzio gravido di sguardi e sottintesi. Erano ombre di parole che faticavano a farsi strada, e che neppure le corse a perdifiato e le lotte giocose e furibonde sapevano sciogliere in un luce di sincerità.
Tutta Zemgale mandava profumi di gelsomino quella sera. Ciocchi di terra grassa sbollivano umori tiepidi sotto gli zoccoli di Nathan. Sembrava che la natura quel giorno fermentasse tutta, in un bolla di vapore denso di aromi e colori.

Quando raggiunsero la fattoria di Milda e Edmunds li annunciò un concerto festoso di grilli dai fossi ai lati della strada sterrata. Arturs saltò fuori all'imbocco del vialetto e corse incontro alla vecchia balia che li attendeva sull'aia. Edmunds in piedi sulla soglia di casa annuì con un ciondolio lento del capo. "Sei sempre il solito, Viktors! Perchè non ci hai avvertito che arrivavi" lo sgridò Milda. "Scusaci, ma non avevamo una mèta precisa stasera. Abbiamo preso Nathan, attaccato il carretto e siamo partiti così, per fare un giro. Arturs ci teneva così tanto a guidare il calesse".
Edmunds servì kvass al piccolo, e aprì due birre. "Siediti Viktors, e non starla a sentire. Non aspettavamo nessuno, eppure lei ha riempito la dispensa con ogni tipo di formaggio e salame, pollo affumicato, piragi alla pancetta, e torta ai semi di papavero. E ancora teme che non ci sia abbastanza per dar da mangiare a due ospiti." "Qui non viene quasi mai nessuno - proseguì Edmonds. Karlis e Inga non si fanno mai vedere. Non ci siete rimasti che voi, che ogni tanto fate capolino". Arturs si gettò a capofitto sui piragi e sulla torta ai semi di papavero e si scolò in un baleno il bicchiere di kvass.
Edmunds e Vicktors si incamminarono verso la faggeta che delimitava la tenuta della fattoria. Il vecchio si sedette sotto la quercia vecchia e arrotolò una sigaretta.
"Allora, hai deciso cosa fare con tuo figlio? Lo porterai a Riga a studiare? Lo capisco sai, quella fattoria ormai, che ci fate voi due da soli.. Qui non c'è nient'altro che campi, e fatica. E bestie da tirar su."
"Non so dirti Edmunds. C'è questa estate qui davanti, speravo mi segnasse una strada da fare. Eppure stasera ci è presa una voglia impellente di montare il calesse e fare il giro dei falò qui intorno. Arturs è una trottola, non riesce più a fermarsi un attimo, da quel giorno. Mi sembra abbia bisogno di respirare quest'aria libera, questo paesaggio di orizzonti. E' una cosa strana, sai. Ma restare qui, ci dà l'illusione che lei sia ancora vicina a noi. E' una sensazione che ci fa un male assurdo, ma di cui non sappiamo fare a meno. Io lo so che ce ne dovremmo andare, che non dovrei legare Arturs a questo cappio di ricordi. Ma dimmi tu, che ce ne facciamo di una vita qualsiasi a Riga? Diventeremmo altri due alberelli tristi di città, in attesa di scappare ogni giorno di festa per queste campagne. Lei ci chiamerebbe comunque."

Fecero anche loro un fuoco, infine. Arturs mise le stoppie e le fascine ed Edmunds gli fece accendere la grande pila. Milda si mise a cantare sottovoce una canzone di Ligo. Si sentiva un sottofondo frusciante di sterpi che bruciavano, e quella lenta melodia incantata. Arturs correva intorno al fuoco, allargando le braccia come un airone in volo. Infine si posò a terra, esausto. Viktors lo prese in collo, se lo adagiò sopra le gambe, e lo osservò mentre si addormentava. Questo non finiva di esser bello.

martedì 22 giugno 2010

Una breve vacanza

Domani ci portiamo dietro gli schiamazzi e le euforie dei nostri ometti.
Ci portiamo dietro le voglie di sabbia e castelli da schiacciare, sotto il piede umido di terra marina.
Domani ci imbarchiamo in un piccolo cerchio di spazio e tempo tutto per noi quattro.
Ci prenderemo le canzoncine dell'asilo di quello piccolo come colonna sonora, i cappellini rossi che ama l'ometto grande, una palla dai mille colori e un po' di creme profumate.
E poi i racconti di Cechov che il padre degli ometti porta sempre con sé ad ogni viaggio.
Andiamo a cercare qualche conchiglia, il rumore delle onde la sera, e i favolosi spaghetti allo scoglio del cuoco della nostra pensioncina nella costa degli etruschi.

lunedì 21 giugno 2010

La mia Pardagauva

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La vecchia Pardaugava è la più genuina, la più contadina, la più lenta, in una parola la più lettone delle zone di Riga. Iniziò a svilupparsi solo negli ultimi duecento anni, quando furono messi in sicurezza gli argini della riva sinistra della Daugava. Oggi ha l'estensione di un terzo di tutta Riga, una enorme distesa sulla riva sud della Daugava fatta di abitazioni, boschi, fabbriche, casette di legno di fine ottocento e palazzi e centri commerciali di nuova edificazione.
Pardaugava è il quartiere in cui spunta un bosco di betulle ad ogni angolo dove finisce un isolato. E' il quartiere in cui puoi incontrare, ai margini di qualche strada che costeggia un boschetto, una babushka che porta al guinzaglio la capretta a brucare l'erba in un prato selvatico.
Ad ogni passo per le stradine della Pardaugava vecchia puoi incontrare un cespuglio di lillà, qualche tiglio, gli alberi di meli e susini che si affacciano da sopra i recinti di legno delle casette con l'orto, come ad offrire i loro frutti ai passanti. Ogni tanto si può persino sentire lo stridìo di qualche pompa a mano che tira su l'acqua dai pozzi.
E' il quartiere dove gli artisti lettoni trovavano un luogo tranquillo dove poter vivere a più diretto contatto con la natura.
E' il posto dove il bosco si mangia le vecchie fabbriche dismesse. E' il quartiere del vecchio deposito dei tram, con i lunghi, vecchi hangar dalle porte di legno e i binari che disegnano labirinti sul selciato di pietre.


Pardaugava è il lungo viale di Vienibas gatve, col pavè e i palazzi tardo ottocento, e il grande ospedale dei bambini, è la via di comunicazione che da Jelgava conduceva direttamente a Pietroburgo, quella che usavano gli zar nei loro viaggi verso occidente.
E' il quartiere dei desolati giardinetti dei palazzoni Krushovska (edificati ai tempi di Krhushev), che dentro a piccoli boschetti di betulle, ospitano gli alcolizzati che ciondolano fra gli isolati.
Oggi Pardaugava è anche la zona dei grandi centri commerciali, delle macchine che sfrecciano sui lungoviali che costeggiano la Daugava, dei vecchi edifici in rovina e dei cottage ristrutturati dei nuovi ricchi.
Pardaugava è il luogo in cui vivo ogni volta che mi trovo a Riga. E' il primo posto di Riga che ho conosciuto. Dove ho imparato il sapore dei mirtilli cresciuti sulle terre sabbiose vicine al fiume, il canto dei pettirossi mentre si sgranocchia un cetriolo nell'orto, lo sferragliare dei tram che tornano al deposito accanto a Vienibas Gatve, l'acqua del Marupite che scorre nel mezzo dei boschetti di Arkadijas Parks, le vie col pavè che portano alla stazioncina di Tornakalns.
E' qui che ho imparato come si fa ad amare questo paese.


Nelle foto uno scorcio di Arkadijas Parks e un autunnale tramvajs numero 10

venerdì 18 giugno 2010

Aspettando Jāņi

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Le previsioni dicono che non pioverà in Lettonia la notte del 23 giugno, giorno in cui si celebra la tradizionale festa di Jāņi, per il solstizio d'estate.
Nelle fattorie stanno preparando i classici formaggi al cumino. Le casse di birra sono già in fresco. Le donne hanno comincianto ad intrecciare le corone di fiori da mettersi sul capo.
In campagna si iniza ad accatastare legna per accendere le pire la notte di Jāņi.
Le canzoni tradizionali di Ligo, da cantare per l'occasione davanti ai fuochi, quelle sono nella testa e nella memoria di ognuno, anziani, adulti, bambini.
Insomma, è tutto pronto per la notte dei grandi fuochi e delle infinite danze.

giovedì 17 giugno 2010

Dentro le borse delle donne

Era un omino con gli occhiali sul naso e l'autunno nell'anima Isaak Babel'.
Specie gli occhiali sul naso gli davano un complesso di inferiorità nei confronti della vita a Odessa. Non si sentiva abbastanza gradasso e sfrontato per stare alla pari con gli urlatori del mercato, con i briganti della Moldovanka, con gli operai del porto.
All'inizio della sua attività di scrittore un giorno andò a visitare Gorkij, il nume tutelare degli scrittori russi in quegli anni. Gorkij gli disse che aveva talento, ma doveva mettersi per strada e conoscere la vita.
Questo Babel' lo fece, coi suoi occhiali sul naso e l'autunno nell'anima. Però lo fece.
Frequentò le bettole di Odessa, il giro delle prostitute, la malavita ebraica della Moldovanka, e poi si fece arruolare nell'Armata a cavallo di Budenny, come corrispondente di guerra. Da lì nacquero i racconti della Konarmija, che tanto fecero infuriare Budenny e resero famoso Babel'.
Che poi non smise mai di essere curioso del mondo e delle storie infinite che vi scovava.
Non amava parlare di letteratura, Isaak Babel'. Chi voleva parlare con lui gli doveva portare in dote lo spunto di una storia, qualcosa che sapesse di vita e di un qualche sapore.
Ogni volta che incontrava una donna le chiedeva, con tutta la cortesia e la timidezza dei suoi occhiali sul naso, se poteva curiosare dentro la sua borsa. Tirava fuori tutto il contenuto della borsa e osservava attento. Diceva che non si trova un posto che contenga così tante storie come la borsa di una donna.
E poi se ne tornava a scrivere i suoi racconti, con gli occhiali sul naso e l'autunno nell'anima.

martedì 15 giugno 2010

Il vagone di legno a Tornakalns

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Il 14 giugno del 1940 c'erano treni che partivano dalla stazione di Tornakalns, nel quartiere di Pardaugava a Riga.
Erano vagoni di legno scuro, con una finestrella stretta stretta sotto il tetto del vagone.
Circa 14.000 lettoni furno stipati in quei giorni, su quei vagoni. Viaggiarono per giorni e giorni, deportati nei gulag siberiani. Sandra Kalniete, oggi eurodeputata lèttone, ci ha scritto un libro, sulla vita di quelle famiglie deportare, lei figlia di deportati e nata proprio a Togur, in Siberia.
Alla stazione di Tornakalns hanno lasciato un vagone, perché la memoria di quei giorni resti impressa con qualcosa di tangibile.
Mi capita di andarci spesso in quella stazione. Accanto c'è un parco, con il laghetto, le anatre, e tutto intorno un bosco di aceri, tigli e betulle.
Dalla stazione d'estate partono i treni che portano a Jurmala i ragazzi di Riga che hanno voglia di mare.
E poi quando arriva l'inverno e tutto s'imbianca, e il laghetto diventa ghiacciato, con le papere che scivolano via alla rincorsa di qualche briciola di pane, il vagone di legno è sempre lì, a ricordare quel 14 giugno, e tutti i giorni a seguire, per le migliaia di lèttoni che ci salirono sopra.

domenica 13 giugno 2010

Uomini veri

A Ramkalni, in Lettonia, si è svolta la terza edizione della corsa con le mogli in spalla.
Non sto a dire quanto mi dispiaccia averla saltata anche quest'anno...

sabato 12 giugno 2010

Questi baltici prepotenti..

La cosa in fondo fa sorridere. Ma quando si parla di lingua russa nelle repubbliche baltiche, di diritti di cittadinanza, di discriminazione delle popolazioni russofone, sembra di entrare in una commedia grottesca.
Ricapitoliamo un po' di storia: negli anni '30 dello scorso secolo i baltici stavano benissimo per conto loro, avevano da poco conquistato la loro libertà e la loro indipendenza, facendo male a nessuno. Piccoli e teneri con le loro usanze folkloristiche e pagane, i fuochi rituali per San Giovanni, il formaggio al cumino, le canzoni tradizionali, i tessuti con i caratteristici disegni geometrici, tanto legno per le case, tanta birra, le corone di fiori sul capo delle donne i giorni di festa.
Insomma, gente così, come non volergli bene?
Poi in scoppia la guerra. Vengono invasi prima dai russi, poi dai tedeschi, poi di nuovo dai russi. Che alla fine decidono che sì, ci si sta proprio bene nel Baltico, tanto da farsi venir la voglia di annettersi nell'Urss quei tre nanetti di Estonia, Lettonia e Lituania. Così per cinquantacinque anni i paesi baltici diventano territorio d'occupazione sovietica. Attenzione, niente stupidaggini del tipo "c'era una volontà popolare, in fondo lo volevano anche loro..." Lo volevano un corno.
Ne sono stati arrestati, deportati in Siberia, uccisi a migliaia e migliaia di cittadini baltici dai compagni sovietici russi in nome del Sol dell'avvenire.
Durante l'occupazione dalla Russia arriva un'immigrazione spaventosa, in particolare negli anni cinquanta e sessanta. Forza lavoro russa per i piani di produzione industriale sovietica. Le proporzioni della popolazione baltica rispetto a quella russa diventano drammatiche per l'identità nazionale e linguistica. In Lettonia quasi il 50% della popolazione alla fine dell'occupazione sovietica, nel 1991, è di nazionalità e di lingua russa. Ovviamente è il russo la lingua ufficiale ai tempi sovietici, per tutti, lèttoni compresi.
Oggi, riacquisita la libertà, ricostruita un'identità nazionale e linguistica, i paesi Baltici hanno la strabiliante pretesa che nei loro Stati si parli principalmente la loro lingua. Dunque concedono la nazionalità solo a chi dimostra di saper parlare la lingua nazionale. E i russofoni, con Putin e compagnia a supportarli, gridano alla discriminazione, allo scandalo, all'oppressione delle minoranze.
A Riga ancora oggi quasi metà della popolazione parla russo. Senti parlare russo quando sali in autobus, quando entri in un negozio la commessa anche se tu parli in lettone ti risponde in russo, persino quando andammo a fare il passaporto per l'ometto, in un ufficio pubblico, allo sportello c'era una ragazza che ci parlava in russo.
Vi immaginate, entrare in un ufficio postale a Roma e sentirsi rispondere dobryj den' anziché buongiorno?
In Estonia, è notizia di questi giorni, stanno effettuando verifiche e sottoponendo a esami di estone professori russofoni che insegnano nelle scuole pubbliche estoni. Vorrebbero che questi professori parlassero un po' più e un po' meglio in estone, dato che guarda caso ci vivono in Estonia. E anche qui, attacca la sinfonia putiniana della discriminazione, dei baltici prevaricatori e oppressori. Da che pulpito verrebbe da dire.
E lo dice uno che, pure in questo blog, professa uno sconfinato amore per la lingua russa e per tutta la sua letteratura e la sua cultura. Ma il fatto è che quando sono a Riga ed entro in un negozio a comprare qualcosa, preferirei sentirmi dire paldies piuttosto che spasibo.

giovedì 10 giugno 2010

Una manciata di gioia

Mentre tornavamo da una cena fuori per festeggiare il compleanno dell'ometto grande, c'era quello che Pil'njak avrebbe chiamato un crepuscolo giallo, con il profumo caldo e dolciastro dei tigli in fiore dalle nostre parti.
E' stata una bellissima giornata, mi dice l'ometto, con quel sorriso timido, gli occhi che diventano due ellissi sorridenti.
Con i regali, il calcino così sospirato da tempo, e la candelina da soffiare, e la mattina la canzoncina degli auguri cantata dai compagni dell'asilo.
C'è una sorta di riservato, timido approccio che questo bambino ha nei confronti delle grandi gioie, di quelle che lo vedono protagonista. Di quelle che si attendono tutto l'anno.
Come se poi abbassare lo sguardo, mentre gli occhi degli altri gli stanno addosso, e il suo sorriso si fa imbarazzato, lo aiutasse a trattenere quella manciata di gioia tutta per sé, stretta nel pugno.

martedì 8 giugno 2010

Kaprinsky

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Un omino scuro scuro, con un cappello a bombetta e un piccolo ombrello verde. Lo vedevo scendere piano per il sentiero che dai boschi ombrosi di carpini costeggiava un piccolo lago alpino e conduceva fino alla pensione.
Sullo specchio d'acqua batteva una finissima pioggia, fresca. Il vecchio non sembrava disturbarsene.
Dalla finestra di camera mia la figura dell'omino sotto la pioggia sapeva di ridicolo e triste, vi assicuro. Era senz'altro vecchio, piccolo e incurvato su un bastone nodoso, storto quanto lui. L'ombrello gli si parava sopra, ondeggiando alla volontà del vento, come un peso enorme per il braccio tremante che lo teneva. Infine scomparve sotto il pergolato della pensione.

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lunedì 7 giugno 2010

Cose che ci mancano

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E' per cose come questa che certe volte penso che vorrei che i miei figli crescessero in Lettonia.
Se poi avessi avuto una figlia, solo per la voglia di vederla con la corona di fiori sul capo, danzare con i vestiti tradizionali, le canzoni popolari con cui anche i miei ometti sono cresciuti.

sabato 5 giugno 2010

Nei cieli del Tagikistan

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Bruno è un nostro amico francese. Brunò in effetti si dovrebbe dire. Di professione fa il pilota.
Ieri chiacchieravamo con lui via Skype, noi nella nostra casa di Sesto, lui dalla sua base in Tagikistan.
Ci sono due cose che lo rendono l'uomo più felice del mondo. Una è volare, l'altra è una ragazza lèttone di nome Renate, che presto sposerà. Un po' ci sentiamo persino responsabili di questa unione, perché la prima vacanza che loro hanno fatto insieme è stata proprio a Firenze, a casa nostra. Renate è una nostra carissima amica da molti anni, e siamo stati i primi a cui ha presentato Bruno.
E' tanto che loro ci invitano in Provenza, e noi con i nostri ometti e i tanti impegni non siamo ancora riusciti ad andarci.
Ieri insieme a un po' di chiacchiere, via Skype, Bruno ci ha mandato anche questa foto, che lui ha scattato dal suo aereo nel cielo al confine fra Tagikistan e Afghanistan. Mi piaceva metterla nel blog. Come mi piace pensare che il sorriso malinconico e quieto di Renate degli anni passati si sia adesso sciolto in un sorriso pieno e forte, dentro gli occhi del suo pilota.

giovedì 3 giugno 2010

Švejk l'idiota di prim'ordine


Blbec.
E' una parola che suona bene in ceco, per il senso che vuol dare.
Significa "idiota", ma in senso buono, di grullo, scimunito. E Švejk è un blbec patentato, come si definisce lui, un'idiota di prim'ordine, "blbec prvního řádu". Ne fa una sorta di patente, di lasciapassare per attraversare il periodo di decandenza e dissoluzione dell'impero austro-ungarico all'inizio del novecento.
Rileggere le vicissitudini del bravo soldato Švejk durante la guerra mondiale è un esercizio che ogni tanto mi concedo per riassaporare quel gusto delle locande praghesi, quell'odore a di luppolo e tabacco, quel rumore ciottoloso delle stradine di Mala Strana.
Si chiamano "pabitely", come ricorda Ripellino, quegli assordanti chiaccheroni nullafacenti che si appoggiano coi gomiti ai tavolini delle osterie lungo la Nerudova, fra le bettole del quartiere di Žižkov, nelle locande di Brevnov, e fra una birra e un grog mettono in fila storie infinite, chiacchiere rutilanti, disavventure meravigliose.
E poi il candore di Švejk, quella scanzonata intelligenza, perché di idiozia intellingente in realtà si tratta, quella cantilena affabulatoria, quelle storie piene di umorismo e di drammi narrati con incredibile soavità. E c'è quel particolare mondo, quelle atmosfere dell'ambiente soldatesco della storia ceca, fatto di grandi eroismi e di strampalati stratagemmi per sopravvivere all'idiozia, quella vera, della guerra.
Davvero lo spirito cèco incarnato in un personaggio fantastico, che si accompagna nell'immaginario collettivo ceco all'altro, l'opposto, il signor K. di Kafka. E come nel sogno raccontato da Ripellino, non si può fare a meno di immaginarli mentre si incrociano per la Nerudova, Švejk che viene accompagnato dai due buffi soldati, lo spilungone e il grassoccio, nella via che dal Castello, attraversando il ponte Carlo, porta alla residenza del cappellano militare, mentre il signor K. viene scortato dai due neri gendarmi, per la strada che dalla piazza di Mala Strana conduce fino a Strahov.
Si sa per certo, chi dei due, incrociandosi, avrebbe iniziato la conversazione.
"Faccio umilmente notare - avrebbe esordito come sempre il buon Švejk - come lei signore, ed io per la mia modesta parte, siamo fratelli di un'unica gente, che si arrangia con un'ingenua, affabulatoria poesia a scardinare le tenaglie di piombo che ci tengono legati. Se ne ricordì lassù a Strahov, mentre le fanno la pelle. Non è poi una così brutta fine. Pensi che conoscevo una volta un tornitore che frequentava un'osteria a Brevnov che..."


mercoledì 2 giugno 2010

martedì 1 giugno 2010

Lavorare stanca

C'è sangue. C'è terra.
E tabacco intinto di grappa.
Ci sono pomeriggi dove in cielo le nuvole sparse han polpe mature.
E al buio, da solo, un corpo tranquillo che si sente padrone.
Ci sono terre cattive, eppure vie fresche di mezza mattina, piene di portici.
E ragazze che aspettan la sera e si sporcan nell'erba, come fanno le capre, a strappare le foglie più verdi.
Ci sono bisce che scendono i muri e cadono come una pietra. E nel pomeriggio vivo di sole, un momento che il caldo fa impazzire persino le bestie.
E c'è il ragazzo che sa che deve affogarsi nel sole e abituarsi agli sguardi del cielo per crescere uomo.
E c'è Torino, dove si arriva di sera, e si vedon subito per la strada le donne.
E campagne dove val la pena tornare, magari diversi.

Le poesie di Pavese non si finisce di leggerle. Solo stringere fra le mani la terra di cui sono fatte. E strofinarsele addosso.

"A quest'ora ciascuno dovrebbe fermarsi
per la strada e guardare come tutto maturi.
C'è persino una brezza, che non smuove le nubi,
ma che basta a dirigere il fumo azzurrino
senza romperlo: è un nuovo sapore che passa.
E il tabacco va intinto di grappa.
E' così che le donne
non saranno le sole a godere il mattino."

(Grappa a settembre)
Cesare Pavese