sabato 31 luglio 2010

Terra nostra

Ieri al Lido, la locanda di cucina tipica lettone, i due ometti coi capelli appena tagliati, sembravano proprio a loro agio, di fronte ad un bel piatto di "pankukas" con marmellata di lampone e mirtilli. Io e mia moglie ci siamo presi uno spiedino di cukgaļas šasliks, carne di maiale marinata e cotta arrosto.
Riga è splendida in queste giornate di fine luglio, dove un sole caldo e generoso a tratti viene rapito da nuvoloni alti portati da un vento veloce e frizzante. Ma è giusto un momento, poi la luce si riflette di nuovo sulla Daugava, sui parchi, sulle viuzze di Vecriga, sulle donne con le vesti svolazzanti e i tacchi alti.
L'ometto grande ha ritrovato il suo tramvajs numero 10, il preferito. Quello piccolo, con la sua zazzerina bionda e gli occhi azzurri, al parco giochi si è mescolato ai piccoli lettoni e russi come una goccia d'acqua nel mare.
A sera poi, quando la luce si acquatta sull'orizzonte e sembra non volersene più andare, mi sono seduto accanto alla finestra e ho stappato una Tervete bionda accompagnandola a piccoli crostini di rupjmaize (pane nero) strofinati d'aglio e abbrustoliti sul tegame.
Siamo tornati ad una terra che è nostra.

martedì 27 luglio 2010

In valigia

Fra un paio di giorni facciamo di nuovo le valigie e ripartiamo per Riga.
Lì intanto c'è il solito fervore per il festival Jaunais Vilnis, che comincia in questi giorni a Jurmala. Una cosa russa, più o meno, un festival internazionale di musica per emergenti, ma che in realtà serve da cornice per le solite esibizioni di vecchie glorie russe, dalla Pugac ëva a Leontiev, da Nikolaev a Kirkorov...
Comunque Abramovič ha fatto ancorare il suo panfilo al largo di Jurmala e si attende pure il suo arrivo.
Molto più modestamente arriveremo pure noi. Non a Jurmala, ché li ci andremo quando la folla del festival sarà passata, per farci qualche bagno se l'estate più calda del nord est europeo continuerà nelle prossime settimane.
Mi porto dietro un po' di libri, fra cui quello della mia amica Jacqueline fresco fresco di Premio speciale della Giuria al Premio Pavese. Ne scriverò prossimamente.
Oltre a Jacqueline e un buon Pavese (d'obbligo), metto in valigia anche un Balzac, un Fontane, un Trollope, e i miei adorati russini. Stavolta il Tolstoj di Resurrezione, e poi Dovlatov e Zoscenko.
Salvo ripensamenti dell'ultim'ora, ché i libri arraffati all'ultimo secondo, mentre stai per chiudere la porta di casa, sono i migliori...

venerdì 23 luglio 2010

I racconti di Šalamov

C'era una luna alta e luminescente ieri sera, mentre di fronte ai miei occhi il poeta moriva, le dita gelate che scavavano nel petto alla ricerca di un ultimo calore.
E nella bocca un'arsura secca, mentre leggevo il racconto del quaderno di un bambino, lasciato a gelare nell'immondizia in un villaggio del Nord, alla Kolyma.
E i disegni del bambino venivano fuori vividi dalle parole di
Šalamov, la palizzata gialla col filo spinato, le garitte coi soldati di guardia. E poi i colori: il verde lucente dell'erba, il blu oltremare del cielo, il vermiglio dei tramonti.
I colori senza mezze misure che usano i bambini.
Come narra la storia della creazione del Nord e della tajga, che Dio fece quando era ancora bambino, usando i colori vividi che utilizzano i bambini e disegnando una natura semplice, non artefatta da particolari ricercati.
Poi Dio crebbe e si stancò di quei disegni così lineari e brillanti, cercò di vincere la noia andando a sud e inventandosi una natura più ricercata e le sfumature dei colori.
Abbandonò così la tajga, coprendola con un manto bianco di neve.
Ecco la Kolyma dai colori purissimi, che fece a meno di Dio.


martedì 20 luglio 2010

lunedì 19 luglio 2010

I gatti mézzi

I gatti mézzi, che non vuol dire gatti a metà, ma gatti bagnati, fradici (mézzi in toscano, si pronuncia con la e chiusa e le zz di pazzo), sono una band pisana (ma io dico che a sentirsi chiamare band quelli si arrabbiano).
Fanno musica swing, jazz, un po' cabaret.
Li cita qui Il Post, come esempio di nuovo prodotto da esportazione pisano. Però loro, a giudicare dalle date del nuovo tour, preferiscono frequentare le piazze dei dintorni, spingendosi al massimo nel pistoiese e nel valdarno aretino. Comunque promettono bene: basta leggere la strofa della canzone qui sotto.
Il loro primo album si chiamava "Anco alla puce ni viene la tosse" e ha vinto in una sezione del premio Tenco del 2007. Non so se mi spiego.

nessuno che gioca più a nascondino per la strada e nelle case c’è tristezza,
troppe seghe mentali, troppi aggeggi tecnologici,
troppa televisione stupida, troppa distanza dalle cose vere,
troppi gamberetti con la rucola e poche seppie con le bietole.
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venerdì 16 luglio 2010

La dolce malìa delle steppe baškire


E' un Principe di Salina russo, pur senza gradi nobiliari, Stepan Michajlovič Bagrov.
La sua Donnafugata si trova nelle steppe profonde della Baškiria, nel villaggio che prese il suo nome, Bagrovo.
Non ci sono profumi di arance nelle steppe baškire, ma campi di terre nere, che in primavera si colorano del bianco dei ciliegi in fiore e dei peschi selvatici, e poi diventano rosse di fragole campestri nell'estate inoltrata, mentre le api si industriano negli alveari a fabbricare odoroso miele di tiglio, e nelle acque del Buguruslan saltano vivaci le grosse trote. Oppure nel Kinel con le sue acque diafane e calme, le sardole che nuotano fra i giunchi mossi dalla lenta corrente, i richiami dei re di quaglie, le tane delle marmotte. E sempre quel vento che senza un ostacolo spazza le steppe erbose.

Scorre lento e placido, questo fiume di cronaca familiare che Sergej Aksakov scrisse in vecchiaia. Ti mette addosso una febbre calda, un mal di Baškiria, come dopo aver bevuto una tazza di kumys fermentato. Quella stessa febbre che colpì anche Tolstoj.
Aksakov scrisse la sua saga familiare da vecchio, quando già un po' assomigliava al suo avo Stepan Michailovič. Quel Gattopardo russo, il terribile padrone, il saggio pater familias, l'irascibile eppure generoso e buono Stepan Michailovič, che un giorno, a metà del Settecento, decise di lasciare il governatorato di Simbirsk dove viveva per trasferirsi in Baškiria con la sua famiglia e i suoi servi contadini, per cercarvi spazio, pace, terra da coltivare, grano da macinare.
Un secolo dopo Aksakov fece lo stesso percorso di vita di suo nonno. Da funzionario statale con simpatie liberali a Mosca, quando ebbe l'eredità paterna, si ritirò in pensione e decise di comprare la tenuta di Abramcevo, tre piccoli villaggi, una bella casa padronale, un grande stagno, boschi rigogliosi. Lì da vecchio si dedicò alla stesura dei ricordi di famiglia, completandola dopo che un primo frammento di quella Cronaca era già stato pubblicato nel 1840.
Vi si dedicò ma quasi di controvoglia, istigato da Gogol' e Turgenev. E il successo enorme che ebbe la "Cronaca di famiglia" dopo la sua pubblicazione meravigliò moltissimo il suo stesso autore, che quasi non sembrava capacitarsene.
Una sorta di racconto orale, un memoriale che si inserisce nella ricca produzione memorialistica di quegli anni, da Turgenev a Herzen, al Tolstoj di Infanzia e Adolescenza.
Ma in Aksakov sembra di non avvertire alcuno sforzo verso una costruzione letteraria, verso un particolare artificio della prosa.
E' memoria e nostalgia per una terra promessa. Per un tempo che se ne stava fuggendo.


mercoledì 14 luglio 2010

Ancora un momento

Ancora un momento. Mi veniva voglia di dire.
Così, giusto per finire il bicchiere di birra. E chiudere gli occhi su questo profumo di sera, e le voci dalla strada.
Con questa luce che plana a terra lenta, appena un sussurro.
E tu che ora dormi un sonno stanco e fragile.

Ci sarebbe voluta quella terra sabbiosa sotto i piedi nudi, in una notte così.
E la riva frondosa della Daugava.
L'erba umida e dolce che ci riaccompagna alla panchina dietro i cespugli dei mirtilli.
E poi cantarci sopra una buona canzone, di quelle senza età.

Sonja, Sonja, Sonja ljubit tol'ko Petju
Petja, Petja, Petja, lučše vsech na svete



martedì 13 luglio 2010

Gli ultimi anni al suo fianco


Antonina Nikolaevna Pirožkova è stata la moglie di Isaak Babel' negli ultimi anni di vita dello scrittore russo, che nel 1939 all'età di 47 anni fu arrestato e poi fucilato due anni dopo dalla NKDV nei sotterranei della Butyrka.
Isaak e Antonina vissero insieme per 7 anni. Dopo l'arresto di Babel' Antonina ogni anno andava a chiedere sue notizie. Le dissero che era condannato a dieci anni senza diritto di corrispondenza. Era la formula che si usava per sottintendere che l'arrestato era in realtà stato condannato a morte.
Finita la guerra Antonina tornò a chiedere notizie di suo marito. Una volta, nel 1948, le dissero che stava bene e sarebbe stato liberato presto. Poi le dissero che nuove accuse erano emerse e Babel' sarebbe rimasto in detenzione.
Vennero a casa di Antonina anche alcuni fantomatici personaggi, a millantare di aver conosciuto Babel' detenuto alla Kolima. Altri dissero che era morto in una panchina di un campo di dentenzione per un infarto, mentre scriveva. Non volevano che si sapesse che Babel' era stato fucilato.
Nel 1954 Babel' fu riabilitato, ma solo negli anni '80 venne fuori la verità sulla sua morte per fucilazione.
Nel frattempo la Pirožkova aveva compiuto grandi sforzi per riportare alla luce le opere di Babel'. Una delle cose che fece fu chiedere agli amici, ai colleghi, a chiunque avesse conosciuto Babel' di scrivere qualcosa su di lui. Lo fece lei stessa. E ne è venuta fuori una serie di appunti che poi si sono trasformati in un libro, "Al suo fianco. Gli ultimi anni di Isaak Babel'", che è un dolcissimo, asciutto, profondissimo tributo all'uomo Isaak Babel' ancora prima che allo scrittore.
Isaak Babel' era un uomo profondamente buono. Chiunque l'abbia conosciuto mette questo aggettivo all'inizio di ogni ricordo di lui. Così fa anche Antonina, che della bontà di Babel' ha nutrito anni della sua vita.
Il ritratto che la Pirožkova fa di Babel' è in alcune parti quello conosciuto, di uno scrittore che non ama parlare di sé, che trova noiosissimo parlare di letteratura e di processi creativi, che odia qualsiasi forma di violenza e di sopraffazione.
Ma poi viene fuori il Babel' quotidiano, il grande umorista, quello che sapeva cavar fuori una battuta su qualsiasi cosa. Poi l'uomo generoso, che regalava mobilia e soldi agli amici in difficoltà, per poi rimanere senza niente, dovendosi affannare dietro qualche sceneggiatura per racimolare altro denaro. Poi l'uomo curiosissimo, l'indagatore scrupoloso e attendo di ogni persona che gli passava accanto, dai venditori ambulanti della Moldavanka, ai potenti che frequentavano la casa di Ežov. Il suo errore fatale probabilmente, la frequentazione di casa Ežov.
Ma dice Antonina, lui era fatto così. Per capire l'animo umano, anche nelle sue espressioni più terribili, sarebbe andato fino all'inferno. Dove si può star certi avrebbe riso anche del diavolo.

lunedì 12 luglio 2010

X Latvijas skolu jaunatnes dziesmu un deju svetki

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video

Un piccolo volo sopra il Festival dei cori giovanili folkloristici lettoni, che si è svolto sabato scorso al Mezaparks a Riga.

domenica 11 luglio 2010

Dio, salva gli esploratori polari

In quel mondo sotterrano e prezioso dell'underground musicale sovietico, Boris Grebenshikov era una delle punte più splendenti. Con la sua band, gli Aquarium, ha segnato la storia musicale del suo Paese, producendo un'infinità di album che segretamente passavano di casa per casa, di mano per mano, come una lunga catena di note.
E ancora oggi, che si fa chiamare Boris "Purushottama" Grebenshikov, dopo i suoi viaggi spirituali in India, è uno dei maggiori esponenti del folk rock russo.
C'è in rete un video (non incorporabile nei blog) di uno dei suoi primi successi, una delle canzoni che io amo di più, "Dio salva gli esploratori polari". Un video molto eizensteiano ma suggestivo. E soprattutto belle le parole, che provo a tradurre qui.

Dio abbi misericordia degli esploratori polari e del loro giorno senza fine,
col portaritratto del partito che scalda la loro casa,
con il loro colore arancione e il loro piano quinquennale,
con il loro biglietto per il paradiso in una nave che va sotto i ghiacci.

Dio salva gli esploratori polari, quelli che ancora resistono e sono vivi,
quando il guardiacosta, annoiato, dà un occhiata all'orizzonte.
Nessuno sa davvero perché sono lì, nessuno ricorda i loro visi.
Eppure è nel loro nome che donne e bambini prostrati dalla fatica fondono l'acciaio.

Come sarà il loro sonno, oh Signore, quando finalmente esaudirai i loro desideri?
Con il presentimento della fame e la paura della guerra civile,
con il loro spirito da tecnici e le loro domande sul paradiso,
a cui Tu rispondi senza neanche sapere Tu stesso.

Salvali come affamati che tengono tesa la sacca del grano,
salvali come amanti che sono impauriti dalla luce della luna,
ed una volta che li hai salvati e restituito loro l'amore e l'onore,
dagli una doppia razione di spirito e lasciali essere quello che sono.

Questa è invece la versione, molto fedele all'originale, che Ainars Mielavs ha fatto quest'anno, dove l'audio è decisamente migliore.



sabato 10 luglio 2010

Il Paese che canta

Stasera c'è il grande concerto del Festival delle scuole di coro giovanili della Lettonia.
Detta così sembra pure semplice, ma vi assicuro che è una cosa grande. Gli ci vuole il Mežaparks per contenere tutti i partecipanti.
Poi domani tocca alle scuole di danza.
Qui c'è un video con le prove generali dei cori che si sono svolte ieri. Giusto per dare un'idea di cosa sarà oggi, al Mežaparks a Riga. 12.500 bambini e ragazzi che cantano, 700 ragazzi dalle scuole di danze popolari, 900 ragazzi suonatori di banda.
La Lettonia, quel posto che chiamano il Paese che canta.


giovedì 8 luglio 2010

Un ritorno provvisorio

Abbiamo lasciato dietro di noi un sacco di cose.
Persone che amiamo. E strade battute da temporali violenti nel luglio più caldo che ricordano lì.
Il festival dei canti e dei balli delle scuole di coro e danza giovanili.
Renars Kaupers che canta nel cortile dell'Ospedale pediatrico di Riga.
I tigli ancora in fiore.
Un buon boccale di birra con i quadratini di rupjmaize arrostiti nell'aglio, da berci ai tavolini in Kalķu iela.
I giardini accoglienti di Pardaugava.
I tramvaj numero 10 che l'ometto adorava prendere.
I giochi sulla sabbia dentro Esplanade fra i piccoli lèttoni, i piccoli russi, qualche piccolo turista tedesco e americano, con l'ometto che si ostina a parlare italiano con tutti.
Le canzoni di Ainars Mielavs ancora da comprare.
I lunghissimi tramonti sulla Daugava, nell'aria fresca della prima notte.
Tutte cose che andremo a riprenderci presto, fra poche settimane, stringendole forte nel pugno.

Il corvo

Da qualche giorno un corvo semina il panico in Dzirciema iela, nel centro di Riga.
Attacca i passanti, becca sulla testa la gente, emette suoni terribili.
Hanno deciso di non fargli niente, perché sembra che questi comportamenti siano dettati dall'esigenza di proteggere il piccolo, che dovrebbe stare in un nido sopra all'edificio dell'Università in quella strada.
Dice che poi fra un paio di settimane gli passa.