venerdì 27 agosto 2010

Aveva il viso di pietra scolpita


"Un agile libro che ha il pregio di sottrarre l'interpretazione critica alle pastoie dell'accademia paludata, mostrando come il rigore dell'analisi testuale, la freschezza del pensiero e la fluidità espressiva possano felicemente convivere. Cinque saggi che ci guidano con naturalezza ad una migliore comprensione di Pavese e della sua dilemmatica personalità".
Con questa motivazione domenica mattina Jacqueline Spaccini riceverà il premio Speciale del Premio Pavese, per il suo libro "Aveva il viso di pietra scolpita", cinque saggi sull'opera poetica e di prosa di Cesare Pavese.
La mia amicizia con Jacqueline mi aveva permesso di leggere tempo fa il saggio che apre il libro, un confronto fra "La luna e i falò" di Pavese e "Il quartiere" di Pratolini. Che dire, l'argomento mi entusiasmava: i due autori del novecento italiano fra i miei più amati, Pavese e il mio conterraneo Pratolini. E il saggio di Jacqueline ha saputo davvero guidarmi in quell'intrico denso di sapori e di emozioni che è "La luna e i falò". Da allora letto e riletto.
E forse, come l'autrice afferma nella breve introduzione al suo libro, è stata proprio il suo stesso girovagare per l'Europa, il suo sentirsi spesso in un altrove, a farla affezionare all'idea di fare i conti, un giorno o l'altro con Pavese, a cominciare dal ritorno alla terra d'origine dell'Anguilla della Luna e i falò.
E che dire poi degli altri saggi che compongono il libro, il lento distaccarsi di Calvino da Pavese, l'analisi della Clelia di Tre donne sole, e le prose e le poesie tralasciate.
Che magia quel rovistare di Jacqueline fra le poesie del disamore, che il Pavese maturo liquidò come scarti. C'è un saper rileggere quelle poesie, fra le emozioni che le produssero, fra le ragioni degli imbarazzi successivi, le revisioni e i rifacimenti posteriori, che rende a quei versi una giustizia che consola, per chi leggendoli ha sentito di amarli.
E lo stesso è per i racconti tralasciati, frammenti o incompiuti. Perché cercare Pavese in questi ritagli, mentre è a disposizione tutta la sua opera? Io me lo spiego con quel freddo amore che l'autrice confessa nei confronti dello scrittore torinese. Ed è proprio di un freddo, lucido, terso amore che sono scritte queste pagine. Io che gli sono amico non saprei dare una definizione migliore di quella che hanno scelto i giurati del Premio Pavese, dandole un premio che merita davvero.
Per me, mi basta dire che ne sono felicissimo.

martedì 24 agosto 2010

Quando i Baltici scesero per strada

Successe esattamente 21 anni fa, il 23 agosto del 1989. Circa due milioni di persone, nei tre paesi baltici, Lettonia, Estonia e Lituania, scesero in strada, si presero per mano e formarono una catena umana che attraversò i tre paesi.
Quei paesi allora faceva parte del territorio dell'Unione Sovietica, e i cittadini baltici misero in atto quella grande manifestazione di volontà popolare per attirare l'attenzione del mondo sulla loro lotta per l'indipendenza. Il muro di Berlino sarebbe caduto solo un paio di mesi dopo.
E la lotta per la libertà dei paesi baltici dovette durare ben più a lungo, perché come stati dell'Unione Sovietica, la loro indipendenza comportava implicazioni politiche ben più gravi per il regime sovietico.



Alle ore 19 per una quindicina di minuti le mani di due milioni di cittadini baltici si strinsero, e formarono una catena che unì le città di Vilnius, Ukmergė, Panevėžys, e attraversando l'autostrada chiamata via Baltica raggiunse in Lettonia Bauska, Riga, Ainaži, fino poi a collegare l'Estonia a Parnu e Tallin.
Era la singing revolution dei paesi baltici, che si riprendevano con coraggio e pazienza la libertà a loro negata per cinquant'anni.


La commemorazione dell'anniversario della Baltijas ceļš a Riga lunedi scorso, di fronte al monumento della Libertà (foto da Diena.lv)

domenica 22 agosto 2010

Zoščenko, un umorista ai tempi di Stalin

"Dal punto di vista di un partito politico, io sono una persona apartitica. E' così. Posso dire questo di me: non sono un comunista, non sono un social rivoluzionario, non sono un monarchico.
Sono semplicemente un russo. E per di più, politicamente immorale."

E' difficile comprendere come sia potuto accadere che Michail Michailovič Zoščenko abbia concluso la sua vita morendo di una morte naturale nel suo appartamento sul canale Griboedov a Leningrado, anziché in un campo della Kolyma. Forse è uno dei tanti assurdi e inspiegabili casi dell'epoca staliniana.
I racconti di Zoščenko sono forse fra le cose più stridenti, ironiche e irriverenti scritte sulla vita sotto il regime sovietico negli anni staliniani. Sono racconti brevi, fulminanti, divertentissimi, ambientati fra la povera gente, fra i semplici, fra quelli che si affaccendavano per sopravvivere.
Sono scritti in uno stile semplicissimo, limpido, che fa largo uso dello skaz, il metodo narrativo del dialogo in prima persona, usato in questo caso da Zoščenko non nella forma della riflessione e della profondità, ma semmai per avvicinare il lettore alla storia, per tendergli la mano e costruirgli intorno un'atmosfera scanzonata e familiare.
Ci sono perle di umorismo e di aspro realismo dentro le Novelle Moscovite di Zoščenko. C'è il mondo dei semplici, raccontato per la prima volta senza alcun sofisma, senza alcuna volontà di piegarsi all'ideologia, per uno che si professava con orgoglio senza ideologia, se non quella di non odiare nessuno.
Nel 1946 con il rapporto Ždanov approvato dal Comitato Centrale Zoščenko e Anna Achmatova vennero messi al bando, espulsi dall'Unione degli Scrittori.
Ždanov accusa Zoščenko di aver scelto, come un volgare piccolo borghese, come tema della sua attività letteraria la ricerca dei lati più abbietti e meschini dell'esistenza, mettendo a nudo la sua volgare e bassa animuccia, per mostrare a tutti quale mascalzone egli sia.
Zoščenko dopo quella messa al bando sopravvisse facendo traduzioni, e quanto appare straordinario anche questo "privilegio" se pensiamo che al destino girovago e senza lavoro di altri come Mandel'stam. Dopo la morte di Stalin Zoščenko fu riammesso all'Unione degli Scrittori, e potè lavorare in alcuni giornali.
Disse di sé: "Scrittore. Questa sembra l'ultima professione della mia vita. E mi dispiace di essermi fermato su questo mestiere. E' davvero un cattivo mestiere, il diavolo se lo porti! Il peggiore della dozzina che ho fatto."

Il manifesto di una serata di lettura dei racconti di Zoščenko a Riga
(foto tratta dal sito della libreria Janis Roze)

mercoledì 18 agosto 2010

Una casa nella foresta


La costa Baltica, in mare aperto, ha un fascino particolare. Ci sono chilometri di spiaggia completamente deserta anche in un giorno di sole in pieno agosto. Ci siamo venuti con una coppia di amici che ha una casetta da queste parti, non troppo lontana da Ventspils e da Užavas, il luogo dove si produce la miglior birra della Lettonia.
Le dune, così caratteristiche del mare del nord, si allungavano a pochi metri dalla riva sabbiosa. Danzava al vento l'avena fatua che ci cresce sopra.
Il mare era pulitissimo, anche se popolato di meduse.
Abbiamo poi pernottato nella casetta dei nostri amici. Una piccola fattoria costruita intorno agli anni '30 dal nonno del nostro amico, che lavorava come forestale. E infatti la casa si trova in piena foresta, isolata da tutto, senza centri abitati per chilometri, e circondata solo da boschi e poche radure. Ci si arriva dopo un paio di chilometri da percorrere in piena foresta, dove i sentieri fra i pini silvestri e le betulle lasciano a mala pena lo spazio per far passare una macchina.
La sera, mentre eravamo fuori a mangiare, intorno a noi, si alzava un fitta nebbia dai campi e dai boschi intorno. Era l'umidità della sera che con il primo fresco la terra partoriva in una coperta bianca e densa che si stendeva dappertutto.
La tipica casa di campagna, con la cucina a legna, le stufe a muro agli angoli delle stanze, le grezze assi di legno per pavimento, la piccola veranda che si affaccia sulla porta, come bagno una baracca fuori nell'orto con il bugliolo. E appena oltre il melo e i rovi di ribes di fronte a casa, la grande stalla che un tempo serviva per mucche e cavalli.


La vecchia stalla

Passare un paio di giorni qui è un buon test per chiunque voglia mettersi alla prova con la vera vita nella campagna lettone, che più o meno rimane la stessa di quella che vivevano i contadini e i forestali prima della guerra mondiale.
La moglie del nostro amico di mattina presto è andata per il bosco a riempire un cesto enorme di funghi, e dopo la sudata per la foresta, ha fatto una doccia nell'orto con l'acqua fredda del pozzo che suo marito gli versava addosso.
I miei ometti se la sono cavata egregiamente, a piedi nudi per tutto l'orto e la casa, a mangiare cetrioli e mele di campo, i ribes rossi dai rovi, e ad arrampicarsi dovunque. E' nei loro geni, di sua madre nata e cresciuta in un luogo molto simile a questo, nella campagna fuori Riga. E anche per me quella casa di Riga in campagna, dove vissi nei miei primi anni lettoni, è servita per darmi un'educazione lettone a questo tipo di vita.


Il ribes mangiato appena colto dalla pianta ha tutto un altro gusto...

La storia della casa è molto interessante e simbolica per la storia di questo paese. Il nonno del nostro amico negli anni '30, durante il primo periodo di indipendenza lèttone, potè costruire questa casa dentro il bosco che doveva custodire. Lo Stato gli dette il materiale per la costruzione e un paio di mastri operai per tirar su la casa. La casa poteva essere abitata da lui fino alla fine della sua vita, ma poi sarebbe rimasta a disposizione dello Stato, che l'avrebbe potuta dare in uso ad un altro forestale. Nel frattempo dopo la guerra la Lettonia venne annessa all'Unione Sovietica, e questo luogo, sulla costa baltica occidentale, venne qualificata come zona di confine. Vi poteva risiedere solo personale militare. Sulla costa qui vicino è possibile ancora vedere gli scheletri dei bunker posti a difesa della riva.
Questo fino alla fine del potere sovietico. Dopo la nuova indipendenza il nostro amico potè rientrare in possesso della casa di famiglia, dove era nata sua madre, solo perché anch'egli lavora in ambito forestale.


Un tratto di mar Baltico, una giornata di sole in pieno agosto,
chilometri di costa liberi e magicamente deserti

giovedì 12 agosto 2010

Il mercato centrale di Riga


Probabilmente in ogni grande città il mercato centrale rappresenta uno dei luoghi più affascinanti e pittoreschi. A questa regola non fa eccezione Riga, il cui mercato centrale, Centrāltirgus, è uno dei più originali e caratteristici in Europa.
Il mercato centrale di Riga ha una storia antichissima. Dal 1570 fu creato in una zona della città vecchia, fra il canale che attraversa la Riga vecchia e il fiume Daugava. Prese il nome di Daugavmalas Tirgus, il mercato sulla riva della Daugava. Era una zona centrale ma divisa dalla parte residenziale e ricca della città dal Canale. Questo permetteva una certa protezione dalla sporcizia e dalle malsanità che il mercato ospitava. I topi la sera la facevano da padroni e imperversavano fra le banchine coi rimasugli di merce per terra e la Daugava dove c'era acqua da bere in quantità.
Il mercato alla fine dell'800 si era talmente sviluppato, e con lui anche le pessime condizioni igieniche, che l'amministrazione di Riga cominciò a pensare alla costruzione di un nuovo mercato. La prima guerra mondiale fermò qualsiasi progetto, che però riprese subito dopo, negli anni d'oro della Lettonia indipendente sotto il governo di Ulmanis.
La fortuna volle che appena accanto al vecchio mercato fossero stati costruiti i padiglioni per la costruzione degli aerostati. Il comune di Riga comprò dai proprietari tedeschi questi padiglioni, che diventarono così il nuovo mercato di Riga, inaugurato nel 1930.
Per tutti questi anni, ancora oggi, il Centraltirgus è il luogo della spesa per eccellenza per ogni cittadino di Riga che si rispetti. Ci si può trovare davvero di tutto, se uno segue i bisbigli di venditori che si aggirano fra la gente anche cose illegali e di contrabbando. Gli ex hangar degli aerostati ora sono stati trasformati nel padiglione del pesce, in quello della carne, in quello dei prodotti caseari e del latte, mentre nella piazza esterna all'aperto sono ospitati i banchi della frutta, della verdura e dei fiori. In un settore accanto ci sono i banchi della merce d'abbigliamento.
Non mancano ovviamente agli angoli del mercato le babušky che vendono la loro piccola merce, dalle calze, ai fiori, ai poveri frutti del loro orto, patate, bacche, carote, cetrioli. Vi si possono trovare merci anche dall'Ucraina, dal Caucaso, il pesce dal Mar Nero, gli uzbechi che offrono la loro frutta, i meloni da Astrakhan.
Entrare dentro uno di quei padiglioni offre una sensazione del tutto particolare ed eccitante. Questo spiega il motivo per cui ancora oggi molti cittadini di Riga preferiscano l'atmosfera piena di profumi, di colori, di animazione del Centrāltirgus ai supermercati e ai centri commerciali. Pure mia suocera non rinuncerebbe mai alla sua visita quotidiana al Centraltirgus.



In questa foto, tratta da Russkje.lv, il Centraltirgus in una vecchia foto
Nella foto sopra, mia, il primo padiglione del Centraltirgus visto dalla Daugava.

mercoledì 11 agosto 2010

La famiglia proletaria felice


Un rappresentazione murale dei tempi sovietici rimasta su un palazzo in Pardaugava.

martedì 10 agosto 2010

Il circolo scacchistico


Ogni pomeriggio si riunisce in Vermanis Parks, fra le panchine dell'auditorium in mezzo al parco, il circolo scacchistico. I vecchi appassionati di scacchi di Riga si danno convegno in questo luogo per sfidarsi in lunghe partite a scacchi.
Ogni tanto fermarsi ad osservarli e' bello, specie in questa cornice di uno dei piu' bei giardini di Riga.

lunedì 9 agosto 2010

Piccoli lèttoni crescono

Oggi l'ometto piu' piccolo ha bevuto il suo primo sorso di kvas.
Il kvas e' una bevanda fermentata, generalmente di grano o di segale. E' la tipica bevanda analcolica dell'est europeo e in particolare della Russia. Quando in occidente imperversava la coca cola, da queste parti il kvas poteva vantare gia' quasi mille anni di vita e una popolarita' che neanche la caduta del muro ha cancellato.
Ora, il fatto che anche il mio figlio piu' piccolo abbia cominciato a sorseggiare la bevanda che bevevano i contadini raccontati da Tolstoj e Aksakov mi riempie di paterna soddisfazione e orgoglio, come si puo' facilmente immaginare.



In questa foto degli anni sessanta in una strada di Riga (presa da Wikipedia) si puo' vedere il tipico carretto con il contenitore di Kvas che si vendeva per strada ai tempi dell'Unione Sovietica. Ce n'e' ancora qualche esemplare in giro ma solo come ornamento: uno di questi si puo' trovare nel lungomare di Jurmala.

giovedì 5 agosto 2010

Gli odori del bosco dopo la pioggia

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Dopo una mattina di pioggia, Pardaugava restituisce, dalla terra e dalle foreste che circondano le piccole case di legno, spuntando da ogni recinto, da ogni vialetto, profumi di sottobosco e di torba umida. Il verde delle betulle si smorza e impallidisce quasi, mentre sopra un cielo bianco e altissimo riflette una luce opaca.
Allora, terminata la pioggia, si mette il capo fuori, si passeggia per le lunghe vie acciottolate, per le strade segnate qua e là da percorsi terrosi, e si annusa la natura in questo suo strano connubio con la città. Bastano i nomi delle strade per avere un'idea degli orti, dei boschi, della natura che entra fin dentro le case, nei giardini, dietro ad ogni staccionata: via delle cipolle, via degli uccellini, via delle patate.
In Kartupeļu iela, appunto via delle patate, una vecchissima babuška, seduta tutta curva su una sedia appena al di qua della staccionata della sua povera casetta, osservava la sua capra, legata con una lunga corda ad un lampione, brucare l'erba fra il piccolo fossato e il marciapiede della strada.
Scene di vita quotidiana in Pardaugava, in un pomeriggio odoroso di pioggia e di bosco.

mercoledì 4 agosto 2010

Dzelzceļa Tilts

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Il Dzelzceļa Tilts, il ponte ferroviario che attraversa la Daugava e conduce i treni che provengono da Pardaugava in pieno centro, accanto al Mercato centrale, è uno degli elementi più caratteristici del panorama di Riga. E' suggestivo il suo ricongiungersi nella riva destra della Daugava con i vecchi padiglioni dove venivano costruiti gli aerostati, e che oggi ospitano il Mercato centrale di Riga. Sembra come se i treni che passano volessero infilarsi nei padiglioni degli aerostati e tramutarsi in mongolfiere.
Il progetto del ponte è dei primissimi anni del '900, quando sempre più impellente si sentiva la necessità di collegare la Riga vecchia ai suburbi e agli insediamenti che si sviluppavano sulla riva sud della Daugava. I lavori cominciarono nel 1909 e l'8 aprile del 1914 il ponte fu inaugurato. Sulla riva destra del fiume un meccanismo a motore permetteva di alzare il ponte per consentire il passaggio delle navi.
L'anno successivo, durante la I guerra mondiale, l'esercito russo in ritirata da Riga tentò di far saltare il ponte, riuscendo a distruggere solo due piloni, ricostruiti dai tedeschi che nel frattempo avevano occupato Riga.


L'inaugurazione del ponte l'8 aprile 1914

Nella II guerra mondiale, durante la ritirata del 1944 fu la volta dell'esercito tedesco di far saltare il ponte, distruggendolo completamente. Il ponte fu rimpiazzato provvisoriamente da uno di legno, fino alla ricostruzione conclusasi nel 1951 in epoca sovietica.
Dal 2007 il Dzelzceļa Tilts è stato provvisto di una illuminazione particolare. Tutta blu durante i giorni feriali, blu e bianca nei giorni di festa.


Il ponte illuminato di notte (da Citariga.lv)

martedì 3 agosto 2010

"Un gelato al limon.."

Io seguo una regola quando vivo in Lettonia: non frequentare ristoranti italiani. Per la verità è una mia regola ogni volta che sono all'estero, ma in particolare a Riga. Questo solo per un evidente mancanza di originalità, l'italiano che entra in un ristorante italiano mentre viaggia all'estero mi ha sempre procurato una spiacevolissima sensazione di provincialismo.
Oggi però ho infranto la regola. Mi trovavo in una zona adiacente al centro di Riga, ma piuttosto lontana dai consueti percorsi dei turisti. Ad un certo punto ho visto l'insegna di un ristorante italiano. Ho pensato che il luogo in cui era stato aperto era un segno che non cercava di attirare in particolare i turisti italiani, ma più in particolare la clientela indigena. Già il nome me lo faceva apprezzare, non riecheggiando i banali nomi dei ristoranti nostrani. Si chiama "Un momento", e la spiegazione si trova poi nella poesia che sta scritta nell'ultima pagina del menu. Il titolare dietro il banco aveva la fisionomia di un vero italiano, e così era sul serio (nella maggior parte dei ristoranti italiani, di italiano c'è solo il nome). Una persona davvero simpatica, non il solito italiano sbruffone e sacccente, ma uno con cui è stato naturale avviare una piacevole chiacchierata sulla Lettonia e sulle abitudini di qui. Il fatto è che trovo piacevoli all'estero solo quegli italiani che hanno avuto la capacità di integrarsi nell'ambiente, riuscendo a cavare da tutti gli aspetti, il clima, le abitudini, gli orari, anche le differenze negli stili di vita, elementi da apprezzare e da vivere nella giusta profondità. Ecco, vedere un italiano aggirarsi nel proprio ristorante e parlare in lettone coi clienti lettoni, in russo con quelli russi (nonostante mentre era al telefono con un russo abbia fatto esercizio di modestia nel dire che non sapeva parlar bene russo), e infine italiano con gli italiani che ogni tanto gli càpitano lì.
Insomma, l'infrazione della mia regola sulla non frequentazione dei ristoranti italiani, mi ha consentito questa volta di imbatttermi in un italiano trapiantato a Riga con cui era particolarmente piacevole conversare su questo paese dal punto di vista di chi lo ama sul serio.
Ah, mangiare poi si mangia bene, i prezzi sono decisamente alla portata delle tasche anche dei lèttoni, e in sottofondo la musica era quella davvero italiana, non i soliti Ricchi e Poveri, Albano e Eros Ramazzotti che si sentono qui, ma Lucio Dalla, Paolo Conte....
Ecco, sentire in un locale di Riga "Un gelato al limòn" è stata una vera emozione.

lunedì 2 agosto 2010

Il Teatro Russo di Riga

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Finalmente dopo due anni di lavori hanno tolto le impalcature dalla centralissima Kalķu iela ed e' tornato alla luce il Teatro Russo di Riga.
Il Teatro Russo di Riga e' il piu' vecchio teatro professionale di Riga ed il piu' antico e famoso teatro Russo fuori dai confini della Russia. E' stato fondato nel 1883 ed e' intitolato a Mikhail Čechov, nipote di Anton, e uno dei migliori allievi di Stanislavskij.


(Il manifesto della prima rappresentazione del 2 ottobre 1883)


(La compagnia teatrale del 1903)

Ebbe subito un grande successo. La prima rappresentazione ando' in scena il 2 ottobre del 1883, "La moglie del sindaco" di Špazinskij. Ma gli anni d'oro furono nel primo novecento, sotto la direzione di Nezlobin, che riusci' a mettere insieme compagnie composte dai migliori attori in circolazione. "La ragazza della neve" di Ostrovskij, "Tre sorelle" e "Zio Vanja" di Čechov, "L'idiota" di Dostoevskij, "Un mese in campagna" di Turgenev, erano rappresentati con enorme successo di pubblico e di critica.



Ma anche negli anni dell'Urss il livello qualitativo del teatro continuo' ad essere elevato, e nel periodo del disgelo e successivamente con l'indipendenza della Lettonia prosegui' il lavoro di ricerca e di sperimentazione che consente ancora oggi al teatro di essere un punto di riferimento importante nella produzione teatrale in lingua russa nel mondo.
Oggi si aggiunge poi il restauro del palazzo che ospita il teatro, che restituisce a Kalķu iela, la via dei caffe' e dei bistrot di Riga, il suo palazzo di maggior pregio.

Le foto del palazzo restaurato sono mie, le altre provengono da www.russkije.lv