giovedì 30 settembre 2010

Prime simpatie

"Mi piace Paola".
Ha detto così l'ometto piccolo stamattina nel tragitto per andare all'asilo nido.
Lo dovevamo sospettare: l'altro giorno la sua amichetta del nido lo aveva salutato correndogli incontro e stampandogli un bacio sulla guancia. Ieri lui prima di venir via si è affacciato dentro l'aula dei giochi per darle un ultimo saluto.
I capelli biondi e gli occhi azzurri dell'ometto piccolo cominciano a fare il loro effetto sulle fanciulle sestesi.

"Io voglio bene a quell'uomo"

L'avvocato Ghedini confessa le sue fragilità.

mercoledì 29 settembre 2010

La sauna

Il fruscìo ovattato del contatto elettrico del filobus numero 14 attraversava l'aria umida e nebbiosa del quartiere di Purvciems. Una notte acquosa e dal sapore di piombo.
P
ёtr Vasil'ič Dolkin uscì dal portone del suo palazzo a due piani, che l'orologio della stazione di smistamento dei tramvai segnava le due. Lo prendeva l'insonnia, da oltre dieci anni, da quando aveva creato il suo piccolo impero di immobili. Erano le preoccupazioni, l'angoscia per gli affari, l'avidità che gli attanagliava la gola e lo strozzava già al primo sonno. Tornava dal lavoro a sera inoltrata, mangiava svelto la kaša che gli aveva preparato Sonja, e dopo il notiziario in lingua russa delle dieci si infilava a letto. Poi un senso di soffocamento lo risvegliava di colpo. Si alzava silenziosamente per non svegliare sua moglie Vera, si vestiva di tutto punto e usciva. Ogni notte.
Il cielo di Riga era nero, lucido e compatto. Sembrava avesse smesso di piovere, così quella notte Piotr Vasil'ič strinse l'ombrello sotto il braccio, impugnò deciso il bastone e s'incamminò per il lungo viale che conduceva al canale. Il suo passo era breve e deciso, il bastone lo teneva più per figura. L'unico vezzo che si conoscesse a quell'uomo di mezza età grassoccio e dal colorito paonazzo, che possedeva palazzi in tutto il Baltico e nella regione di Pskov, ma che non aveva rinunciato ad abitare nel quartiere operaio dove viveva quando era un anonimo funzionario di un azienda statale sovietica che produceva materiali elettrici. Un grigio quadro intermedio, e tale era rimasto nel suo tenore di vita anche oggi che deteneva una fortuna.
Giunto nei pressi del canale scese per la piccola scaletta che dava sul camminamento. Apri la porta del locale e sentì il suono metallico dei giochi automatici nella saletta accanto alla sala del caffè. Il vecchio Grigorij gli venne incontro uscendo da dietro il bancone e si affrettò a prendergli cappotto, bastone e cappello.
"Salve Pёtr Vasil'ič, che notte impossibile eh!"
"Eh Griška, sono tutte uguali le notti. Tutte impossibili."
"Volete un bicchierino prima di andare? Ho già preparato tutto."
"No vecchio mio, niente bicchierino, ho lo stomaco in fiamme. Andiamo."
Presero lo stretto corridoio interno che dava direttamente sul canale, da cui saliva una nebbiolina fredda. Il vecchio mužik strascicava il passo rumorosamente sul pavimento di legno e ansimando raggiunse la porta della casetta numero 36. Aprì e si spostò per far entrare il suo illustre cliente. Il caldo soffocante investi in faccia Piotr Vasil'ič che si richiuse la porta alle spalle e restò solo nella minuscola anticamera. Si spogliò, appese i vestiti alla parete ed entrò nella stanza dove in una stufa sfrigolavano sotto una cenere iridescente i resti di alcuni ceppi di faggio. Il termometro della sauna segnava gli ottanta gradi. Dolkin si sedette sulla panca accanto alla stufa, prese dal secchio un mestolo d'acqua e lo versò sui sassi roventi posati sopra la stufa. Una potente nuvola di vapore caldo si alzò dalle pietre e lui ci immerse il volto che arrossì e comiciò a lacrimare. Poi prese un ramo di betulla e cominciò a battersi vigorosamente le spalle e la schiena.
Di ritorno dalla sauna Dolkin si sedette al tavolino dove il vecchio Griska gli aveva versato il tè di tiglio, che fumava attraverso un piccolo spiraglio sotto al piattino che copriva la tazza, e alcuni zakuski ai semi di papavero. Dolkin esausto per la sauna sorseggiò un po' di tè e addento un pasticcino.
Griska gli si accomodò in una sedia accanto.
"Sapete Pёtr Vasil'ič di quel tale - cominciò a raccontare il vecchio facendoglisi vicino - che cercava di vendere il suo pappagallo?"
"Racconta Griška!" fece Dolkin.
"Vedete, oggi i tempi sono diversi, si mangia in abbondanza, c'è lusso dovunque, i giovani soprattutto non ci fanno più neanche caso. Ma i giorni successivi alla rivoluzione, quelli erano terribili, sul serio. Le città non avevano di che mangiare, e si vendevano tutto alle campagne. Se uno andava in giro per le case dei contadini, ci poteva trovare ogni ben di Dio, cassapanche come nuove, specchi che sembravano appena usciti dalla vetreria, orologi a cucù, attaccapanni di bronzo. I cittadini si vendevano qualsiasi cosa per avere un sacco di farina, qualche uova, un po' di patate. Un tizio che viveva in città aveva una moglie a cui era venuta l'uggiola di pane con il lardo."
"Ih, pane col lardo - sogghignò Dolkin. Anche a quei tempi le mogli ne avevano di voglie..."
"E questa, Pёtr Vasil'ič, doveva essere una di quelle che non ne lasciavan persa una. E così spinse suo marito a prendere il suo pappagallo e a portarlo in campagna, per venderlo a qualche contadino. Sapete come va con certe donne, non le sposti da un'impuntatura neanche con sei cavalli da tiro."
"Lo so, vecchio mio, eccome se lo so! Va' avanti."
"Dunque quel tizio ci andò in campagna. Il pappagallo era proprio bello, rosso e verde, come nelle stampe. Ma non si comportava come quei pappagalli allevati da qualche comune cittadino russo, che imparano a dire solo "stupido". No, quello veniva dalla collezione di animali esotici di una contessa che era deportata e doveva vendere i suoi beni per strada prima che la portassero via. E quel pappagallo non faceva che ripetere "charmant". Insomma, fu un bell'affare per quel tipo, che lo acquistò per pochi copechi ed era sicuro che avrebbe fatto un grande effetto fra i contadini nelle campagne."
"Già, voglio proprio vedere il contadino che a quei tempi si comprava un pappagallo" commentò Dolkin.
"Beh uno lo trovò proprio all'inizio del suo viaggio - continuò Griška - ma per il pappagallo offriva solo un sacchetto di grano, e lui rifiutò. Come faceva a tornare dalla moglie con un sacchetto di grano se lei pretendeva pane e lardo."
"Dio ci scampi!" fece Dolkin.
"Del resto quel tizio era sicuro di vendere il pappagallo per molto di più. E in effetti nei villaggi dove si recava tutti si interessavano al pappagallo. I bambini, vi potete immaginare in quegli anni dei bambini di campagna alla vista di un pappagallo, impazzivano, lo stuzzicavano con i bastoncini, gli scompigliavano le piume. Ad un certo punto, in un villaggio oltre il Volga, una vecchia contadina stava per comprarlo per un bel po' di farina, ma un soldato si volle mettere in mezzo e la sconsigliò. Gli disse che un pappagallo che non diceva "stupido", ma solo una incomprensibile parola francese, era di certo un pappagallo falso. Così l'affare andò a monte."
Dolkin seguiva il racconto compiaciuto, mentre mangiucchiava i pasticcini.
"Il tizio - prosegui il vecchio Griška - continuò a portare in giro il pappagallo, che però era stravolto, tutto arruffato, e aveva persino smesso di mangiare. Quando alla fine trovò un contadino interessato a comprarlo e sollevò il panno con cui teneva coperta la gabbia per mostrarglielo, si accorse che il pappagallo giaceva sul fondo con le zampe per aria. Si può immaginare il suo sconforto! Allora il contadino mosso a compassione si offrì di comprargli almeno la gabbia, che a prezzo di mercato a quei tempi valeva sei uova. E fu davvero un peccato perché quel contadino era un appassionato di pappagalli, e sarebbe stato disposto a comprarglielo per quattro sacchi di farina, malgrado lo "charmant". Sapete a quei tempi quanto di quel lardo ci si poteva comprare con quattro sacchi di farina?"
"Eh, così va la vita - fece Dolkin. A volte è una questione di tempo e di fortuna. Ma ora forza, lasciami indovinare: Babel’?"
"No" rispose Grigorij.
"Allora Pil'njak!"
"No, nemmeno Pil'njak".
"Allora dunque, dimmelo tu - disse Dolkin. Hai vinto una mancia supplementare anche stanotte."
Il vecchio Griska accennò una sorriso: "Zoščenko."
"Certo, lo dovevo immaginare! Solo Zoščenko poteva scrivere una storia così! Però, vecchio mio, se ti fossi messo a narrare un racconto di Zoščenko, in quegli anni là, avresti fatto una brutta fine. Tieni e fatti una bevuta" gli disse infine Dolkin allungandogli un biglietto da dieci lats, cinque per la storia, e altri cinque per non aver indovinato l'autore.
Uscì dal locale che stava quasi albeggiando. Il cielo scuro di Purvciems mandava brevi bagliori d'aurora fra le nuvole plumbee.
Il vecchio Grigorij osservava dalla piccola finestra accanto al bancone del bar il suo benefattore allontanarsi. Era già da cinque anni che immancabilmente Dolkin passava tutte le notti alla sauna e lasciava una buona mancia al vecchio per le storie che ogni volta, dopo la sauna, Grigorij gli raccontava.
Gli piaceva che durante le sue notti insonni, il vecchio lo conducesse attraverso le storie di Puškin, di Bunin, di Afanas'ev, di Babel' o delle vecchie byline.

E sulle guance cadenti e ispide di rada barba bianca di Grigorij si allungò un amaro sorriso, al pensiero dei suoi anni siberiani, quando nel lager si guadagnava un giorno di vita per volta raccontando ai criminali comuni i romanzi dell'ottocento. Lo tenevano al caldo, gli davano da mangiare, lo proteggevano solo per le storie che sapeva raccontare.
E pure adesso che era vecchio doveva un pezzo del suo pane a quelle storie. Questo gli pareva perfino più strano.

lunedì 27 settembre 2010

I russi nella UE, passando da Riga

Il Post stamani pubblica un articolo firmato dal titolare di questo blog, sulle prossime elezioni in Lettonia.

C’è un Paese membro della Unione Europea che potrebbe ritrovarsi nei prossimi giorni guidato da un governo che parla russo.
In Lettonia sabato 2 ottobre si svolgeranno le elezioni per il rinnovo del Parlamento e il partito russofilo SC è in testa ai sondaggi. Si chiama “Centro dell’Armonia” (Saskanas Centrs) e sta sconvolgendo gli equilibri del sistema politico lettone: attira il voto dei giovani, con prevalenza della popolazione russa che vive in Lettonia. SC è nato nel 2005 dalla fusione di alcuni piccoli partiti, di orientamento socialdemocratico, con qualche presenza di alcuni esponenti del passato regime sovietico. È un partito di tendenza russofila, anche se meno radicale del PCTVL, il partito dei tradizionalisti e radicali russi, nelle cui fila alle ultime europee si candidò anche l’italiano Giulietto Chiesa.
La Lettonia è un paese del tutto particolare nel panorama europeo. La componente russa della popolazione raggiunge il 30%, ma è addirittura quasi la maggioranza nella capitale Riga, dove Saskanas Centrs lo scorso anno ha ottenuto un travolgente successo nell’elezione del Consiglio Comunale: Nils Ušakovs è diventato il primo sindaco russofilo di Riga dal crollo dell’Urss.
La grande immigrazione russa della Lettonia avvenuta negli anni ‘50 e ‘60 con l’obiettivo di realizzare i piani industriali che l’Urss assegnava allo stato baltico ha lasciato in eredità un paese spezzato in due, con una maggioranza di popolazione russofona nella capitale Riga e nella regione del Latgale, al confine con la Russia.
Oggi la convivenza fra russi e lèttoni è piuttosto complessa, soprattutto per via della lingua. A Riga si sente parlare russo ovunque: i russi non hanno una gran voglia di imparare il lèttone e sono così tanti che spesso non ne hanno bisogno: anche perchè i lèttoni il russo lo parlano bene, specie quelli non troppo giovani, che lo dovevano imparare per forza a scuola. Per salvaguardare la propria lingua la Lettonia oggi concede la cittadinanza solo a coloro che siano in grado di superare un esame di storia e di lingua lèttone, ma questo è sentito dai russi come una discriminazione (una questione simile, ribaltata, riguarda l’Estonia).
Ed è proprio l’uso della lingua uno dei temi più sensibili anche in questa campagna elettorale: nel paese ci sono giornali in lingua russa, le televisioni private per larga parte della giornata trasmettono programmi in lingua russa, nei negozi, negli uffici della capitale è frequente incontrare personale che si esprime in lingua russa.
Alcune settimane fa è scoppiata una furibonda polemica televisiva, quando il ministro lettone dei trasporti Kaspars Gerhards si è rifiutato di parlare in russo in una trasmissione di TV5 con un target indirizzato ad un pubblico russo, in cui il giornalista gli poneva domande in russo. Si comprende l’idiosincrasia della pubblica opinione lettone sull’argomento. Più che una questione di nazionalismo assume i contorni di una lotta per la sopravvivenza.
I due maggiori partiti lèttoni attualmente al governo – definibile in qualche modo di centro moderato-conservatore – sono PS (Pilsoniska Savieniba – Unione dei Cittadini) e JL (Jaunais Laiks – Nuova Era) e si sono uniti per formare Vienotiba (Unità) ricandidando premier l’attuale primo ministro Valdis Dombrovskis.Un’altra nuova formazione politica è quella del PLL (Par Labu Latviju – Per una buona Lettonia), costituita da esponenti del mondo imprenditoriale lettone ma che a Riga sostiene il sindaco russofilo e che nel nuovo Parlamento potrebbe replicare tale accordo, anche se il canditato premier di PLL Ainārs Šlesers ha escluso in un recente intervista di poter votare un governo guidato dal leader di SC Jānis Urbanovičs.
In Lettonia funziona un sistema proporzionale, e il numero di partiti (che poi ad ogni tornata elettorale cambiano nomi e alleanze) e gli accordi possibili possono essere talmente tanti da far impallidire la nostra Prima Repubblica. Il trasformismo parlamentare poi è un evento naturale come la neve.Nei sondaggi Saskanas Centrs è dato al primo posto, con Vienotiba al secondo, al terzo ZZL, una formazione assimilabile ai verdi con una forte componente contadina, appoggiata anche del potente sindaco di Ventspils Aivars Lembergs, e Par Labu Latviju al quarto. Con lo sbarramento al 5% altre formazioni, come i nazionalisti di TB (Tevzemei un Brivibai – Per la patria e la libertà) e il PCTVL, il partito dei tradizionalisti russi, rischiano di non entrare nel nuovo Parlamento.Il candidato premier di Saskanas Centrs, Jānis Urbanovičs potrebbe dunque diventare il primo capo di governo russofono dalla fine dell’Urss, anche se poi i giochi in parlamento potrebbero essere complessi.
Fino a che non si sapranno i risultati delle elezioni di sabato prossimo, ogni congettura sul futuro governo della Lettonia è possibile. Ago della bilancia fra i due contendenti maggiori, Saskanas Centrs e Vienotiba, potrebbe essere il partito dei verdi e dei contadini, ma al momento non è neppure da escludere la grande coalizione, con lèttoni e russofili che potrebbero gestire un governo di larga maggioranza che possa permettersi quelle riforme impopolari necessarie per tirar fuori la Lettonia dalla crisi economica fra le peggiori di tutti i paesi dell’Eu.
La mano di Putin, già fortemente presente negli investimenti e negli interessi commerciali della Lettonia, una minoranza russa così numerosa e coesa, ed una crisi economica profonda, possono essere fattori destabilizzanti per il futuro della Lettonia e le sue prospettive nell’Unione Europea, specie se nel prossimo Consiglio dei Ministri si dovesse parlare più russo che lèttone.

sabato 25 settembre 2010

Quando la Repubblica si occupa della Lettonia..


Dunque, nell'edizione di ieri della Repubblica c'era una pagina dedicata alla Lettonia, "Riga, la grande fuga dalla tigre ferita" di Nicola Lombardozzi. Il cuore dell'articolo trattava con argomentazioni condivisibili della crisi economica del paese, certamente uno dei paesi dell'Unione Europea che ha sofferto e sta soffrendo di più la crisi di questi ultimi anni.
Ne ho parlato anche io spesso, in questo blog. Ed è vero che molti giovani lèttoni cercano nuove prospettive di lavoro e di sopravvivenza emigrando all'estero, specie in Gran Bretagna, in particolare nell'Irlanda, e in Germania, mentre in Lettonia la produzione industriale cala sensibilmente ogni anno che passa, smantellata a partire dalla fine degli anni '90.
Ma nell'articolo di Repubblica si trovano qua e là un po' di stereotipi, alcuni inevitabili quando si parla di un Paese in cui si sbarca per qualche giorno giusto per confezionare un articolo e poi ripartire con il vasetto di miele e la collanina d'ambra in valigia, altri francamente poco sopportabili.
Immagino che l'inviato di Repubblica, che è del resto il corrispondente da Mosca del quotidiano, abbia raccolto le sue informazioni soprattutto dalla minoranza russa (minoranza si fa per dire, il 30% della popolazione della Lettonia, e quasi la maggioranza nella città di Riga) dato che l'articolo era infarcito di varie affermazioni quantomeno audaci sulla storia della Lettonia e sullo stato della convivenza fra lèttoni e russi.
Ad esempio quando scrive della "sfrenata campagna di emarginazione della popolazione russa" che a dire del giornalista ha abbassato fra l'altro il livello della scuola e dell'università lèttone, oppure quando si lancia nella curiosa affermazione secondo cui i russi durante i decenni passati erano "l'anima della vita culturale del paese", i cervelli, i ricercatori, i professori russofoni.
No, i russi non hanno occupato la Lettonia alla fine della seconda guerra mondiale per portarvi cultura, progresso e benessere. I russi negli scorsi decenni sono stati gli aguzzini del popolo lèttone, certo assistiti anche da fiancheggiatori autoctoni senza scrupoli.
I russi erano gli invasori, i conquistatori, quelli che per oltre quaranta anni hanno posto sotto una dittatura sanguinosa e tragica uno Stato libero e indipendente, dotato di una propria storia e di una propria raffinata cultura, assassinandone i figli migliori, spedendone in Siberia moltissimi, impedendo ogni libera espressione, soggiogando le intelligenze, mortificandone le tradizioni, lasciando macerie, lutti, rabbia, recriminazioni.
I figli di quei russi ancora oggi vivono quei luoghi, e lo fanno garantiti da una costituzione e da leggi che gli consentono la libera espressione, fino a poter eleggere un sindaco russofono a Riga. Se questa è "sfrenata emarginazione del popolo russo", ha un ben strano modo di manifestarsi. La cittadinanza è vero, i russi se la devono conquistare, imparando a parlare lèttone, perché un paese in cui il 30% della popolazione parla russo non può far altro che cercare di proteggere la propria lingua nazionale. Molti russi ritengono questa una discriminazione, addirittura una violazione dei diritti umani, vorrebbero vivere in una Lettonia russofona, perché ancora si sentono padroni di quelle terre stuprate dai loro padri, dai loro fratelli. Perché ancora oggi non capiscono che le ferite sono aperte e sanguinose.
Il buon Lombardozzi poi definisce Riga "un finto paese delle fate" circondato "dal vuoto di un ex repubblica sovietica senza strutture industriali, capannoni deserti e bunker militari".
Ci sarebbe da sorridere, fargli conoscere davvero Riga e poi portarlo un po' fra le pianure infinite e verdeggianti dello Zemgale, lungo le coste ventose e brulicanti di dune di Kurzeme, fra le foreste sconfinate di betulle e pini di Vidzeme, fra i mille laghi del Latgale.
O forse no, meglio che abbia preso il suo bottino d'ambra e luoghi comuni, e se ne sia tornato alla sua redazione. Che io figurarsi, a Riga preferisco di gran lunga incontrare russi piuttosto che italiani. Giornalisti sbruffoncelli poi...

Nella foto un manifesto per la festa del I° maggio durante l'occupazione sovietica della Lettonia (dal sito della Biblioteca Nazionale lettone)

martedì 21 settembre 2010

venerdì 17 settembre 2010

Rudnevs

E' lèttone quello che ieri sera ne ha fatti tre alla Juventus.
"Par šo spēli varēšu stāstīt saviem bērniem" (Una partita così la potrò raccontare ai miei figli), ha detto lui alla fine della gara.
Anch'io, se è per quello.

giovedì 16 settembre 2010

Indolenze

In queste giornate appassite di settembre mi è presa un'indolenza che a malapena mi ripara dal turbinio delle riaperture dell'anno scolastico, le feste di compleanno degli amichetti dell'ometto grande, lo scooter da riparare, il discorso di Mirabello e il documento dei veltroniani.
Mi stravacco sulle recensioni dei film di Ozpetek del buon Bordone, ho ripreso in mano la copia adorata di "Vita e Destino", e consegno le mie serate al mercante in fiera con l'ometto grande, mentre quello piccolo tira su le carte e si ingegna a ripetere una qualche pronuncia di parole magiche come "l'astronomo", "lo spazzacamino", "il gioielliere".
Stamattina al risveglio, mentre la riapertura della scuola materna gettava l'ometto grande in uno sconforto totale e lacrimevole, quello piccolo si impegnava a consolarlo. No piansere, no piansere, gli diceva quel batuffolo biondo, carezzando sulla testa il fratellino grande. Se i suoi pensieri avessero potuto contare su una frase compiuta per esprimersi, gli avrebbe di certo detto: "guarda, il mio asilo nido è già cominciato da due settimane, e non mi sono mica abbattuto così."
Poi è bastato il bicchiere di Ben Ten da portare a scuola, e l'orologio ben in vista sul polso per contare il tempo fino alle 12 che il primo giorno di scuola finisse, e l'ometto mi ha preso la mano e ci siamo avviati a scuola. Con passo indolente, entrambi.

giovedì 9 settembre 2010

Desideri

Dunque, oggi faccio questa cosa di andare a Roma. Mi piace andare in giro per i dintorni di Piazza Navona, ed è proprio una fortuna che la presentazione del libro di Jacqueline Spaccini oggi pomeriggio abbia luogo da quelle parti, alla Biblioteca Vallicelliana in piazza della Chiesa Nuova.
Nel frattempo, accasati dai nonni i bambini, fatto in fretta e furia un zainetto di cose necessarie, Bartleboom e moglie si avviano per Roma.
Insomma, il libro di Jacqueline, le poesie di Pavese, Roma, la sera un ristorantino in piazza Navona. Se poi il cielo si sgombrasse di nuvole e lasciasse uscire le stelle, sarebbe perfetto.
Lo so, è chiedere troppo.

lunedì 6 settembre 2010

Con permesso

Dani, giochiamo a nascondino?
Sì!
Tu conti, d'accordo?
Sì!
E io mi posso nascondere là sotto, va bene?
Sì!

L'ometto grande ha bisogno dell'approvazione del fratellino piccolo anche nella scelta del posto in cui nascondersi.
Se penso al mondo fuori che lo attende, comincio ad essere preoccupato.

mercoledì 1 settembre 2010

1° settembre


Una cosa che trovo affascinante, per l'apertura delle scuole in Lettonia, ogni anno il 1° Settembre, è questo loro modo di inaugurare l'anno scolastico, con i bambini vestiti in modo inappuntabile, o in divisa a seconda della scuola, e con il consueto mazzo di fiori da portare alle insegnanti.
Una delle cose che ci farebbe desiderare crescere i nostri ometti là.

Di gia?


La prima neve in Polonia e Repubblica Ceca (via Delfi.lv)