venerdì 30 settembre 2011

Vagabondo di destini e amori

Mi è presa una di quelle nostalgie boeme, che come febbri malariche mi assalgono ad intervalli regolari. E io mi ci distendo sopra inerme, come sempre, lasciando che mi porti via con sé. La strada la conosce da sé, son sedici anni ormai.

E sedici anni fa, questa fu la prima canzone con cui il buon Jarek mi si presentò davanti. Ancora mi trovo a vagabondargli intorno.

Můj Darmoděj
vagabund osudů a lásek
jenž prochází všemi sny
ale dnům vyhýbá se
můj Darmoděj krásné zlo
jed má pod jazykem
když prodává po domech
jehly se slovníkem

Mio Darmoděj
vagabondo di destini e amori
che attraversa ogni sogno
ma si lascia dietro i giorni
mio Darmoděj, un bel male,
col veleno sotto la lingua,
quando vende per le case
aghi col dizionario



giovedì 29 settembre 2011

I giorni della poesia

In Lettonia li chiamano dzejas dienas, i giorni della poesia. Sono giorni in cui le persone si mettono a recitare poesie nei luoghi di lavoro, nei posti dove ci si ritrova la sera, nelle case, nelle scuole. Nei parchi. Nei boschi. Anche questo blog vuole partecipare alle dzejas dienas. E comincia oggi con i versi di Māra Zālīte, forse la poetessa contemporanea più celebre in Lettonia.

Lingua
Lingua, tu sei un fiume quieto,
dove nuda e calda mi immergo,
serbando compassione di quell'attimo
e senza comprenderne l’eternità.
Lingua, sei sangue e carne,
per i miei liquidi pensieri vagabondi.
Amo te e ognuno,
che per tuo tramite
raggiunge le mie orecchie,
quieto fiume.
Solo in te io sento l’eternità,
mentre guado in quello stesso punto, dove sempre,
dove sempre tutti, tutti e sempre.
Bagnami i piedi di parole,
parla la voce del sangue, sussurra e
riempi le volte celesti.
Quieto fiume.
Ecco, io sono.
Tu solo puoi
essermi testimone.

Māra Zālīte (trad. Paolo Pantaleo)


Valoda, tu esi mirguļojoša upe,
kurā kailu un siltu es gremdēju sevi,
žēlojot mirkli
un mūžību neizprotot.
Valoda, tu esi asins un miesa
manām nezinnokurienes plūstošām domām.
Es mīlu tevi un katru,
kas pieskaras manai dzirdei
caur tevi,
mirguļojošā upe.
Tikai tevī es izjūtu mūžību,
iebrienot tajā pat vietā, kur vienmēr,
kur visi vienmēr, visi un vienmēr.
Skalojas man ap kājām vārdi,
asinsbalss runā, čukst un
piepilda velves.
Mirguļojoša upe.
Lūk, es esmu.
Vienīgi tu to vari
apliecināt.

mercoledì 28 settembre 2011

La piccola Arcadia

La piccola Arcadia resterà verde. Dovevano costruirci non so quali parcheggi e uffici, e forse anche abitazioni. Invece in Pardaugava resterà quel gioiello verde di Arkādijas Parks insieme alla piccola Arkādija.
E adesso ci tocca pure ringraziare quel russo del sindaco di Riga...

venerdì 23 settembre 2011

giovedì 22 settembre 2011

Andra

Un lamento, un sussurro, una preghiera, appena sottovoce, che riecheggia lontano.
Inutile, senza senso, certo. A che serve? Andrīša non c’è più. Forse lui è una piccola stella.
Un angioletto, si dice così quando muore un bambino. Lui è una stella nella sera gelida e nel tepore mattutino. Lo si può vedere nella notte scura della Lettonia, e ugualmente nella sera siberiana.
Non è lontano. Solo che non è più in vita. Una piccola, breve fiammella d’infanzia, tutto qui.
E' rimasto il suo nome. Che prosegue con noi. Lidija ha amato un uomo che si chiamava come il suo fratellino e anche a sua figlia ha dato quel nome.
Così io sono Andra.

“Zemnīcas bērni” Andra Manfelde

giovedì 15 settembre 2011

Le mani di Kristaps dal profumo di bosco


"Kristapam bija galdnieka rokas. Tās noteikti smaržoja pēc sveķiem, skujām, skaidām. Pat tad, kad nesa mājās zivis. Viņa galdnieka rokas teju vai spītējot smaržoja pēc meža."

"Kristaps aveva mani da falegname.
Odoravano di resina, aghi di pino, segatura. Anche quando portava a casa del pesce. Le sue mani da falegname, a dispetto del pesce, odoravano sempre di bosco."

Il fatto è che vengo di rado in questi giorni da queste parti, perché passo tutto il tempo che posso in una baracca di mattoni di fango, col tetto di terra su cui spunta l'erba. Nella regione di Omsk, Siberia. E' il 1949.
Tradurre "Zemnīcas bērni" di Andra Manfelde è una prova dell'anima e del cuore, prima che della mente, e del mio lettone.
La storia di Kristaps e della sua famiglia, di Anna, delle piccole figlie, Irena sei anni, Lidija due, Malda neanche un anno, che vengono gettate in un vagone e dopo due settimane si ritrovano nella steppa siberiana. Dove Kristaps, con mattoni d'argilla, tira su la baracca di terra che li ospiterà per sette anni di deportazione ed esilio.

In una delle prime mail che ci siamo scambiati Andra, giovane poetessa e scrittrice già famosa in quella terra che amo, mi scriveva che la storia della sua famiglia, deportata negli anni staliniani dalla Lettonia in Siberia, una delle migliaia di famiglie che hanno subito lo stesso destino, racchiude la storia del destino del popolo lettone, in ogni molecola, in ogni goccia di sangue, porta con sé quella storia, quel patrimonio, che è fatto di tragedia ma anche di una vittoria finale.
Ed è proprio così, la vittoria di chi ce l'ha fatta, è sopravvissuto all'epoca dei lupi, ed ha generato una figlia che ha saputo raccontarlo, con semplicità e poesia.
Ecco, io per un po' resto nelle steppe siberiane. Con Kristaps, e Anna, e Lidija, Irena, con il piccolo Karlitis nato nell'esilio e così magrolino. Il piccolo, lo chiameranno tutti.
Io resto qui, affascinato dalla mani odorose di bosco di Kristaps.

domenica 4 settembre 2011

Soldi facili (di questi tempi...)

"Senti babbo, senti questo dentino?..."
"No cucciolo, tu sei ancora troppo piccolo..."

Da quando al fratello più grande è caduto il primo dentino, che poi ha fruttato l'inevitabile soldino sotto il cuscino lasciato dalla fatina addetta ai denti, l'ometto piccolo non fa altro che toccarsi i denti per sentire quando toccherà a lui guadagnare quella immaginifica somma di denaro.