domenica 30 ottobre 2011

Confessione



"Miglā asaro logs. Ko tur liegties, nav vērts", sono le parole con cui inizia una delle più celebri canzoni d'amore lettoni.
Sono i versi di una poesia di Aleksandrs Čaks, la più splendente voce poetica della Riga degli anni '30, del primo novecento lettone. La poesia "Confessione" (Atzīšanās) Čaks la dedicò ad un grande amore della sua vita, di cui però tenne nascosto il nome. Alcuni, forse sbagliando, individuarono la donna descritta nella poesia da Čaks in Angelika Blaua, una bellissima donna su cui mise gli occhi anche un altro famoso scrittore dell'epoca, Edmunds Virza, ma che alla fine scelse di sposare un amico di Čaks, il medico Arvīds Kļaviņs.
Resta così questa struggente poesia, che poi inserita nel tappeto musicale di un autore rimasto anonimo, divenne una delle canzoni d'amore più celebri e amate dai lettoni.
Quest'anno ricorrono i 110 anni dalla nascita di Čaks e questo blog lo vuole celebrare così. Nella clip con la canzone, interpretata da Ainars Mielavs (in questo blog sempre molto amato), si intravede anche il volto di Angelika.

Confessione Finestra lacrimante di nebbia. Non ha senso negarlo,
solo te ho amato
In quale strana pozione immergi le labbra,
che brillano in un così rosso respiro?

Da quanto ti incontrai, là dove sale il viale,
non conosco più tempo né pace.
In un angolo, ricurvo come un mendicante che chiede denaro,
la nostalgia mi calpesta come lo zoccolo di un cavallo.

Sia giorno o notte, vago solitario per strada,
strappo le foglie dagli alberi, sperando
di trovarci un tuo bacio, un tuo capello.

Ma quelle vuote, le getto nelle fogne.

Adesso osservo dentro le finestre, forse
per vedervi i tuoi occhi splendere,
Ma gli uccelli della speranza cantano solo nella mia fantasia.
Sento in un attimo svanire la nostra vita.

Dove sei mio amico? Forse in quella luce che scende
su di me una solitaria nuvola mi oscura il viso?

O di te sento così la nostalgia, da frantumarsi nella mia acuminata e inquieta poesia?

Finestra di nebbia lacrimante. Non ha senso negarlo,
solo te ho amato.
Forse nel mio sangue immergi le tue labbra,
che bruciano in un così rosso respiro.

Aleksandrs Čaks (trad. Paolo Pantaleo)

Atzīšanās

Miglā asaro logs. Ko tur liegties, nav vērts
Tikai tevi es mīlējis esmu
Kādā dīvainā sulā savas lūpas tu mērc.
Ka tās kvēl ar tik sarkanu dvesmu?

Tur kur bulvāri kūp, tevi satiku reiz
Un vairs nezinu miera ne mirkli.
Uz tā stūra kur lūdz naudu ubags sev greizs
Mani samīs drīz ilgas kā zirgi.

Vai tā diena, vai nakts, ielās klīstu viens pats,
Rauju lapas no kokiem un ceru,
Ka uz kādas no tām būs tavs skūpsts vai tavs mats,
Bet tās tukšas es notekās beru.

Tad es veros tāpat visos logos, varbūt
Tavas acis tur redzēšu spīdam,
Bet man cerību putni tikai smadzenēs dzied,
Jūtu mirkļus tik mūžībā zūdam.

Kur tu esi mans draugs? Vai tai blāzmā kas krīt
Man no vientuļa mākoņa sejā?
Jeb no tevis man tik, kā šīs ilgas, kas lūst
Manā asā un satrauktā dzejā?

Miglā asaro logs. Ko tur liegties, nav vērts,
Tikai tevi es mīlējis esmu.
Laikam asinīs manās savas lūpas tu mērc,
Ka tās deg ar tik sarkanu dvesmu.

giovedì 27 ottobre 2011

venerdì 21 ottobre 2011

La voce del poeta



Ascoltare la voce del poeta. Quella voce inconfondibile.
ar tevi es lasīju kastaņus...
E sentire quel silenzio trascinarsi, klusss....
E l'improvviso destarsi di quel sentimento, sospeso come un ponte infinito
ka es... tevi mazliet........ mīlu
Ecco, neanche c'è bisogno di una povera traduzione. Basta sentire il suono delle parole, nella voce del poeta.
un varbūt pat ļoti....


Con te raccoglievo castagne,
fra le grandi foglie marce d’autunno, un autunno freddo e quieto come arrivasse dalla Papua del sud.


Era bagnato e un poco umido e freddo,
con grandi nuvole cerulee,
d’improvviso mi sembrò che tu mi fossi complice
e che io... un po’ ti amassi.

Avevi le mani congelate,
mentre raccontavi amenità,
il cielo era azzurro, basso e ventoso,
il castagno, sopra di noi.

Non dissi niente, nella bellezza dei castagni
fin da bambini cadevamo, come irretiti,
e poi dire o non dire, che io ti... ecco

forse già abbastanza.
Imants Ziedonis (trad. Paolo Pantaleo)

ar tevi es lasīju kastaņus
rudens trūdošās milzīgās lapās
un rudens bij nosalis un kluss
kā atvests no dienvidiem papuass

bij slapjš un mazliet drēgns un auksts
ar mākoni lielu un zilu
un pēkšņi man likās: tu esi mans draugs
un ka es... tevi mazliet mīlu

tev bij tādas rokas nosalušas
un tu runāji visādus jokus
un debesis bij zilas, zemas un pušas
pār mums abiem kastaņkoks

es neteicu nekā, bij kastaņi skaistumā
jau no bērnības apbrīnoti
teikt vai neteikt, ka es tevi... nu jā
un varbūt pat ļoti

domenica 9 ottobre 2011

Vado per parole



Per i giorni della poesia lettone un'altra brano di Māra Zālīte.


Di prima mattina vado per parole
come un partigiano fra i boschi.
All’orizzonte un piccolo sole dorato,
distante, talmente distante.
Nella fitta abetaia di pensieri
scavo una trincea fonda e buia.
Non so, caro, quanti giorni.
Non so, caro, quando tornerò.
Di fronte al fuoco di una candela
canto una vecchia canzone
sugli amici caduti in battaglia
portando una penna in spalla.
Vado per parole, prima che mi diano via
come una bottiglia vuota.
Insieme a me - una sigaretta
e, in un vaso di fiori, la terra patria.



Māra Zālīte (trad. Paolo Pantaleo)


Jau rīt es aiziešu vārdos
kā mežā iet mežabrāļi.
Vīd pamalē saulīte zeltīta,
bet tāļi, tik tāļi.
Starp domu damakšņām biezām
es tumsu kā bunkuru rakšu.
Nezinu, mīļais, cik dienu.
Nezinu, mīļais, cik nakšu.
Pie sveces kā ugunskura
es dziedāšu dziesmiņu vecu
par draugiem, kas krituši kaujā
ar lodīšu pildspalvu plecā.
Es aiziešu vārdos, pirms mani
kā tukšu pudeli nodod.
Man līdzi — vien cigaretes
un tēvzeme puķu podā.

venerdì 7 ottobre 2011

I laghi che cadono dal cielo


Si dice che i mille laghi del Latgale siano caduti dal cielo.
Le prime genti che abitavano quella regione, nella parte sud-orientale della Lettonia, quando una nuvola scorreva in cielo, provavano ad indovinarne il nome. Se il nome pronunciato era giusto, la nuvola cadeva giù e nasceva il lago.

Irena ha sei anni. Nella steppa siberiana, il primo giorno di una nuova primavera d'esilio e deportazione, si lascia cullare dai suoi sogni di bambina. Guarda il cielo. E gli manca tanto quel lago vicino alla sua casa abbandonata in Lettonia.


"Mamma raccontava che i laghi un tempo volavano per il cielo, finché le persone non gli davano un nome. Se solo lei potesse indovinare quel nome. Quello giusto. Sì, ma con quale lingua dare il nome al lago – russo o lettone? Se sulla testa ci passa sopra un lago russo, chiamarlo in lettone sarebbe peggio che mai... E se poi il lago fosse lettone? Potrebbe mai volare da così lontano?
Ma qui nella steppa laghi non se ne vedono, in compenso è pieno di nuvole. Basterebbe indovinare quel nome. E allora cadrebbe giù, proprio il nostro lago..."

Tratto da "Zemnīcas bērni", di Andra Manfelde (trad. Paolo Pantaleo)


lunedì 3 ottobre 2011

Semplicemente Vizma


Vienkarši Vizma. Tikai Vizma.
Semplicemente Vizma. Solo Vizma.
I lettoni da sempre la chiamano semplicemente Vizma, anche senza il cognome. Non serve per sapere di chi stanno parlando.
Vizma Belševica è stata la voce poetica femminile più potente e drammatica del secondo novecento lettone.
Nata nel 1931 a Riga da una famiglia molto povera, ha cominciato a scrivere molto presto, diventando negli anni sessanta uno dei principali punti di riferimento della poesia lettone. Ma è stata anche una delle voci più contrastate e censurate dell'epoca post stalinista nel paese baltico. Nelle sue poesie c'è tutto il senso della coercizione, della parola che si fa sofferente grido di emancipazione, la potenza della necessità espressiva che si fa verso, a dispetto di tutto e nonostante tutto.
Vizma dopo i durissimi anni delle lotte per far sopravvivere le sue parole, i suoi versi, quando il regime che soffocava le sue poesie stava per scomparire, nel 1987 perse suo figlio Klāvs Elsbergs, anch'egli giovane poeta, morto in circostanze sospette, probabilmente per mano dei servizi segreti sovietici.
Quella di Vizma è stata una voce che gli ascari del Cremlino non hanno mai sopportato. Una voce libera e potente. Una poetessa straordinaria, che è scomparsa sei anni fa. Ma ancora vivissima nelle case di ogni famiglia lettone.
Per loro Vizma. Semplicemente Vizma.

Per i giorni della poesia lettone che questo blog celebra, queste due poesie di Vizma.

La nostra casa non rimane vuota.
Ci svernano le farfalle.
E in fragili sogni di tempeste di neve
i fiori vengono a visitarle.
Nemmeno le mura e le travi
gli serrano le ali -
Fra le onde blu di campanule
navigano vele bianche e nere.
Navigano attraverso l’inverno
in caldi raggi di margherite,
nuvole di polline maturo
fanno da nutrimento al loro sonno.
Quando in aprile apriremo le finestre
e lasceremo volar via le farfalle,
ancora a lungo per casa
vagheranno orfane
le anime dei fiori.

Mūsu māja nepaliek tukša.
Tur tauriņi ziemo.
Un trauslos puteņa sapņos
pie viņiem puķes nak ciemos.
Ne tad pie sienām un sijām
sakļautie spārni turas -
pa zilu zvaniņu viļņiem
peld melnas un baltas buras.
Peld visu ziemu cauri
siltos pīpeņu staros,
un briedīgu putekšņu miglas
tauriņu miegu baro.
Kad aprīlī atversim logus
un laidīsim tauriņus ārā,
vēl ilgi pa māju staigas
puķu dveseles bārās.


Finché le cicogne stendono
le bianche ali sopra lo Svēte*,
finché il riflesso di ali bianche
si tuffa nella corrente azzurra,
finché la corrente azzurra
inonda d’acqua lo Zemgale**.
Stai tranquillo.
Abbi fede.
Sappi.
La tua terra sopravviverà,
come le tue radici nella tua terra.
I tuoi passi sui campi di tuo padre,
finché sui campi di tuo padre si stenderà
la sacra ombra di bianche ali.

Kamēr svēteļi par Svēti
baltos spārnos slīd
Kamēr baltu spārnu blāzmas
zilās straumēs krīt
Kamer zilam straumēm
Zemgalē plūst pali,
esi mierīgs.
Tici.
Zini.
Tava zeme paliks,
tavas saknes tavā zemē.
Tavas pēdas tēva sētā,
kamēr tēva sētas jumti
balto spārnu ēnā svētā.

Vizma Belševica (trad. Paolo Pantaleo)

*Fiume lettone
** Regione della Lettonia centrale